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Cittadinanza Suburbia

Agricoltura e sviluppo urbano

2013-11-17 15.43.32
Foto M. Barzi

Cosa succede quando l’ordine urbano prende il sopravvento su quello rurale, quando la città impone le sue regole  tra terra e cielo, e nella vita delle persone, quando la campagna diventa solo la cornice che sta attorno ad un quartiere residenziale? Cosa s’innesca oltre i conflitti per l’uso del suolo? Le case bianchissime è un racconto di Alice Munro  (la scrittrice canadese premio Nobel 2013), pubblicato nel 1968, che descrive quanto sia incompatibile l’agricoltura con il modello di sviluppo urbano contemporaneo.  E’ la storia un pezzo di campagna sopravvissuto ai bordi di una città, dove una vecchia contadina si ostinava a fare ciò che aveva fatto da sempre: coltivare ortaggi e frutta ed allevare galline e conigli. Dopo che tutto in breve tempo si era trasformato, dopo che le ruspe avevano ripulito e smosso il terreno coperto di vegetazione, ripristinando una vaga idea di città mai veramente sorta in passato, ecco il quartiere di villette e i suoi abitanti che quel pezzo di campagna residuo fanno di tutto per cancellarlo: dalla vista dalle loro finestre panoramiche, dall’olfatto e per il bene dei valori immobiliari.

Lo sapevo che venivamo a stare in aperta campagna ma non immaginavo di ritrovarmi a fianco di una stalla, dichiara candidamente una delle nuove residenti poco prima di firmare la petizione per allontanare la vecchia contadina. L’immaginario dell’abitante suburbano si rivela all’istante, mentre poco più in là un gruppo di pini lascia spazio al centro commerciale promesso nell’atto di vendita. In fondo le uova della contadina si possono benissimo comperare al supermercato e costano pure di meno. Quello che conta è lo schema che sta prendendo forma attorno al corpo estraneo della vecchia cascina, il piano di quelle brave persone che progettano di costruire una comunità – e pronunciano la parola come se fosse una specie di formula magica moderna e ben calcolata, senza la minima possibilità di errore.

Loro sono lo sviluppo. Lei è stata qui per quarant’anni, adesso ci siamo noi, sostiene l’agente immobiliare.  Lui lo sa bene che il quartiere non è lussuoso ma comunque desiderabile, dacché un’idea di città riprendeva vigore, dopo che le nuove strade dai nomi floreali erano state tracciate tra le rotaie del tram.  Erano le tracce di  una città che dal centro si spingevano fino alle cascine sorte tra un pezzo di bosco ed un roveto,  rimaste lì malconce e disordinate ad aspettare di essere spazzate via dai nuovi proprietari terrieri e difensori della comunità.

Molti decenni dopo, a distanza di parecchie migliaia di chilometri, chi coltiva la terra tra una casa e l’altra delle città in espansione del Terzo Mondo sa che l’agricoltura urbana è una specie di vuoto, uno spazio residuo dell’urbanizzazione. Sono donne per lo più che, giorno dopo giorno, ottengono nei lotti liberi dall’edificazione cibo per la loro famiglia o da vendere temendo di vedere distrutto il proprio lavoro perché le superfici che occupano sono edificabili. Diversamente dagli abitanti delle numerose lottizzazioni suburbane del Canada degli anni Sessanta  o dell’Europa odierna,  che per nutrirsi contano sulla rete di distribuzione alimentare, in molte città del Sud del mondo si coltivano illegalmente i lotti liberi per sopravvivere.

Secondo la FAO in Africa e America Latina ci sono trecentosessanta milioni di agricoltori urbani che producono cibo, in parte per consumarlo, in parte per venderlo, e lo fanno in condizioni di precarietà o di illegalità. Si tratta di contadini inurbati che cercano il modo di sopravvivere in città come facevano nelle zone rurali dalle quali provengono. La loro attività non viene riconosciuta dagli strumenti che disciplinano l’uso del suolo e tuttavia la loro presenza potrebbe essere strategica per migliorare la crescita particolarmente insostenibile delle grandi città del Sud del mondo. Il programma della FAO di sostegno dell’agricoltura urbana e periurbana si basa proprio sul riconoscimento della funzione ecologica e di sicurezza alimentare che possono avere le coltivazioni negli spazi liberi residui delle aree urbane. Dalla previsione nella pianificazione urbana fino all’approvvigionamento di suolo ed acqua e la previsione di iniziative di sostegno formativo ed economico, la produzione di cibo in città può essere vista come un’opportunità da sfruttare per il miglioramento dell’ambiente urbano.

Sono le donne gli attori principali di questo cambiamento, perché più coinvolte nella produzione di cibo e maggiormente in difficoltà quando si tratta di codificare l’accesso alla terra. Da questo punto di vista sembra quasi chiudersi il cerchio tra la vecchia contadina del racconto di Alice Munro, che mantiene tra mille difficoltà il suo appezzamento rurale mentre attorno cresce la città, e la produttrice di mais di Bulawayo, la seconda città dello Zimbabwe, che con il suo lavoro riesce a costruire una riserva di cibo che la mette al riparo dalla fame  e indirettamente rende meno grave la crisi alimentare del suo paese. Tra di loro ci sono alcuni decenni di sviluppo e  un aumento inarrestabile della popolazione urbana.  Immaginiamo che l’avanzata delle case bianchissime del racconto di Alice Munro abbia avuto la meglio sulla vecchia contadina, che magari se la sarà cavata vendendo il terreno e mettendo da parte qualche soldo. E tuttavia c’è da chiedersi quanto il modello di crescita urbana che esse rappresentano  possa reggere alle sollecitazioni impresse dalla popolazione che vive attualmente nelle città del mondo,  il cui tasso d’incremento è il doppio rispetto alla crescita demografica globale.

In fondo l’agricoltura urbana,  al di là della nostalgia per la vita nei campi che imperversa nella parte ricca del mondo, non è che un’opzione per sopravvivere meglio rispetto alla miseria della condizione rurale: sarà bene tenerlo presente  se si vuole che diventi uno strumento per aumentare la partecipazione all’economia delle città.

Riferimenti

A. Munro, Le case bianchissime, in  Danza delle ombre felici, Torino, Einaudi,  2013, pp. 23-34.

I. Banda, Zimbabwe: Urban Farmers Combat Food Insecurity -but It’s Illegal, All Africa, 10 aprile 2014

Sul sito web della FAO si possono avere maggiori informazioni sull’Urban and Peri-urban Agriculture Programme

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.

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