Barcellona, il movimento dei cittadini e l’alcaldesa

Vincere le elezioni comunali in una grande città europea grazie ad una piattaforma basata sul diritto alla casa e alla città, contro la sua trasformazione in parco a tema per turisti e gli effetti dell’esplosione della bolla immobiliare, è impresa molto difficile se non si riesce a conferire dimensione politica alla mobilitazione dei cittadini. Evidentemente Ada Colau – la nuova sindaca di Barcellona fondatrice del movimento Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH) che dal 2009 si batte per una diversa legislazione sull’insolvenza dei mutui ipotecari in Spagna – è riuscita a farlo.

 

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Foto: M. Barzi

Dopo aver raccolto a questo scopo un milione e mezzo di firme per una legge d‘iniziativa popolare, il PAH è diventato uno dei promotori della lista civica Barcelona En Comú, sostenuta anche da Podemos, l’astro nascente della politica spagnola. Nella capitale catalana la lotta contro gli sfratti  – chi non riesce più pagare il mutuo viene buttato fuori casa dalla banca che poi la lascia vuota – ha rimesso al centro dell’agenda politica, dopo molti anni di oblio, un diritto fondamentale come quello ad una abitazione dignitosa. In una città progressivamente sottratta ai suoi abitanti dall’industria turistica che, in associazione con quella edilizia, ha spinto per farla diventare un grande albergo diffuso, il ritorno dei diritti di cittadinanza  in un programma elettorale, dopo anni di retorica sulla competitività e sui costi da pagare per lo sviluppo economico, sarà ora interpretato da una amministrazione guidata da una donna.

Nel 2012  Ada Colau e Adrià Alemany hanno pubblicato uno studio sull’origine e sulle conseguenze della bolla immobiliare in Spagna che passa al setaccio il primato iberico nel tasso di possesso di una casa. La Spagna è una nazione di proprietari immobiliari, dove nove cittadini su dieci possiedono l’abitazione in cui vivono. Questo dato viene interpretato come il principale indicatore della profonda crisi che ha sconvolto il paese negli ultimi sette anni e che ha le sue radici nella politica edilizia del franchismo. La cultura proprietaria della Spagna contemporanea è la pesante eredità di un regime politico che ha fatto del settore delle costruzioni la principale industria nazionale. L’indebitamento generalizzato che si è prodotto, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, facilitato dai vantaggi fiscali e dall’ingresso della economia spagnola in quella europea, ha fatto il resto. Numerosissimi sono stati i cittadini che hanno perso la casa e che hanno in fine deciso di rinunciare alla vita.

 

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Una manifestazione a Valencia nel 2007 per la moratoria urbanistica. Foto: M. Barzi

All’interno di questa eredità – e del progredire del settore edilizio come una delle principali componenti del prodotto interno lordo nazionale  – trova spiegazione la legge che dal 1998 disciplina l’uso del suolo e che non a caso è stata definita dell’urbanizzazione totale: L’impressionate risultato di 6,6 milioni di abitazioni realizzate fino al 2007 spiega bene il senso di questa definizione. L’impiego in edilizia, attraverso modalità precarie che sono poi state spazzate via dalla crisi, ha riguardato il 13% della popolazione attiva: un dato doppio rispetto, ad esempio, a quello della Germania. In tutto ciò l’intervento della Stato da diretto è diventato indiretto e finalizzato in modo crescente a sostenere l’intervento privato nell’edilizia residenziale. La bolla immobiliare spagnola è scoppiata grazie agli effetti della crisi economica del 2008 ma la portata di questa esplosione è stata molto più ampia che altrove perché le sue proporzioni erano gigantesche. Il grande investimento economico del settore edilizio non ha solo fatto della Spagna una nazione di proprietari immobiliari ma ha anche disseminato il paese di seconde case per il turismo nord-europeo. Il risultato è ciò che qualche tempo fa un servizio fotografico pubblicato sul Guardian ha definito La costa del concrete, ovvero la quasi totale edificazione del litorale spagnolo che si affaccia sul Mediterraneo.

Gli effetti del totalizzante processo di urbanizzazione del territorio iberico hanno costituito l’aspetto caratterizzante della piattaforma politica di Colau: per dare un’abitazione dignitosa a chi l’ha persa – nella sola Barcellona sono 3000 persone che vivono negli alberghi messi a disposizione dalla municipalità e sono 900 coloro che dormono per strada – bisogna cominciare a contrastare i meccanismi che hanno prodotto tutto ciò. Risolvere l’emergenza abitativa vuol dire innanzitutto togliere il settore immobiliare dal dominio della finanza: nel paese con il più alto numero di abitazioni vuote il sistema bancario è diventato il principale proprietario di case.

Il compito che ha davanti Colau per centrare l’obiettivo di ripristinare un diritto costituzionale, quello alla casa, diventato inesigibile per effetto delle ricadute del miracolo economico iberico, è quindi arduo: le banche tendono ad esercitare una pesante influenza sulle politiche locali ma la possibilità del contrario è pressoché inesistente. Solo il tempo ci dirà se la sfida di questa donna di 41 anni avrà avuto successo. Nel frattempo non sarebbe male cominciare a guardare alla bolla immobiliare spagnola come a qualcosa che ha alcune analogie con quanto è avvenuto anche dalle nostre parti. Però ancora più interessanti, per chi osserva da lontano i risultati delle elezioni municipali in Spagna, sono le differenze, a partire dal fatto che le azioni di un movimento di cittadini si siano tramutate in agenda politica e che questo processo abbia, nel caso di Barcellona, preferito il genere femminile per rappresentarsi. A questo riguardo la prima differenza è linguistica: la parola alcadesa già esiste per indicare il genere non maschile di chi esercita la funzione di sindaco.

Riferimenti

L’immagine di copertina è tratta da Vozpopuli.

A. Colau, A. Alemany, Vidas hipotecadas, Cuadrilatero de libros, 2012.