Bologna città condivisa: prove attive di politica locale

3
Foto: R. Prampolini

Capita che alcune idee, per ottenere una manifestazione concreta, debbano subire un’incubazione molto lunga durante la quale si spera in un risultato che potrebbe anche non avverarsi o magari tramutarsi in una delusione delle aspettative di chi per tanto tempo si è prodigato per quella causa, giusta o meno, che sia. Questo non sembra essere il caso del progetto “Labsus” e dell’idea che l’associazione “Amministrazione condivisa” porta avanti a partire dalle prime riflessioni iniziate già nel 1997, ma che solo nel 2006, con la sua comparsa on-line, sono state tradotte in un vero e proprio laboratorio.  Si tratta di un percorso di ricerca sulla sussidiarietà, che sta ottenendo una certa visibilità oltre ad una buona risposta di adesione da non sottovalutare (www.labsus.org).

Se parliamo di Labsus non stiamo facendo un incauto errore, anche se si potrebbe pensare con leggerezza che questo laboratorio per la sussidiarietà sia una specie di lapsus, manifestazione di un bisogno inconscio affiorato, canale attraverso il quale hanno trovato la strada per uscire allo scoperto dei pensieri e dei desideri che altrimenti non avrebbero avuto spazio. I pensieri in questione esprimono la convinzione che “le persone sono portatrici non solo di bisogni, ma anche di capacità e che è possibile che queste capacità siano messe a disposizione della comunità per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale”. Il principio che ha permesso un avvio concreto del lavoro del laboratorio Labsus è stato la revisione dell’articolo 118 della Costituzione che, introducendo il principio di sussidiarietà orizzontale, all’ultimo comma si esprime in questi termini: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. In tal modo si pensa alla sussidiarietà non solo come un principio regolatore dei confini tra sfera pubblica e privata (considerate sempre fra loro confliggenti), quanto piuttosto ad uno spazio sul quale poter costruire una nuova società caratterizzata dalla presenza di cittadini “autonomi, solidali e responsabili, alleati dell’amministrazione nel prendersi cura dei beni comuni”.

Il primo Comune ad aver permesso la sperimentazione di questo percorso è stato quello di Bologna che, nel corso di due anni di lavoro con il laboratorio Labsus, grazie a un primo progetto intitolato “La città come bene comune”, ha posto le basi per fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del proprio operato locale. Le attività svolte in tre quartieri bolognesi hanno portato a un successivo sviluppo il quale ha permesso di colmare un vuoto normativo, per far sì che si potessero coinvolgere i cittadini nella collaborazione con l’amministrazione.

Il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” – redatto da Labsus insieme ad alcuni funzionari del Comune di Bologna – è stato sottoposto all’esame dei dirigenti comunali e di alcuni giuristi di varie Università e, infine, portato in Giunta per l’approvazione e presentato pubblicamente il 22 febbraio 2014. Si tratta di un documento molto articolato, composto da 36 articoli che intendono disciplinare il funzionamento di un’amministrazione condivisa, assumendo la forma di un “Regolamento open-source” che, come un software libero, può migliorare nel tempo grazie ai contributi dei suoi utilizzatori. In altre parole, il Regolamento (scaricabile dal sito di Labsus) non è appannaggio del solo Comune di Bologna ma può essere scaricato e siglato da tutte le amministrazioni locali italiane che possono decidere di applicarlo così com’è oppure adattarlo al proprio contesto. In questo modo si contribuisce a formare una sorta di data base delle diverse versioni del Regolamento a disposizione di ciascun amministratore interessato (al momento i Comuni che hanno adottato il regolamento sono tre:  Bologna, Siena e Milano ma vi sono altre situazioni, come quella del Comune di Genova, nelle quali si sta portando avanti il processo necessario per arrivare all’applicazione del regolamento).

Secondo il primo articolo, le disposizioni per la collaborazione tra cittadini e amministrazione si applicano in quei casi in cui l’intervento la richieda esplicitamente, oppre risponda alla sollecitazione dell’amministrazione comunale, ma anche nel caso in cui siano i cittadini a proporre in maniera spontanea un intervento di cura o di rigenerazione dei beni comuni urbani; la collaborazione si estrinseca poi attraverso l’adozione di atti amministrativi (patti di collaborazione) di natura non autoritativa. Tutto il Regolamento ruota attorno ai termini di sussidiarietà e condivisione, richiamando quali aspetti fondanti:

1) la cittadinanza attiva (tutti i soggetti, singoli, associati o comunque riuniti in formazioni sociali anche di natura imprenditoriale o a vocazione sociale);

2) i beni comuni urbani (beni materiali, immateriali e digitali);

3) gli spazi pubblici (aree verdi, piazze, strade, marciapiedi e altri spazi pubblici o aperti al pubblico, di proprietà pubblica o assoggettati a uso pubblico);

4) l’inclusività e l’apertura nei confronti di tutti i cittadini;

5) la rete civica (lo spazio di cittadinanza su internet per la partecipazione a percorsi interattivi di condivisione);

6) la responsabilità dell’amministrazione e dei cittadini quale presupposto necessario ai fini della collaborazione;

7) la sostenibilità degli interventi (soprattutto in senso economico);

8) l’adeguatezza e la differenziazione delle forme di collaborazione rispetto alle esigenze di cura e rigenerazione dei beni comuni urbani;

9) l’informalità per assicurare flessibilità e semplicità nella relazione;

10) l’autonomia civica di iniziativa dei cittadini.

In tutti i casi si tratta di  sostenere l’idea che la comunità urbana condivida la cura, la gestione e gli interventi sul proprio territorio. Questi termini hanno poco a che vedere con la parola partecipazione – pur trattandosi in realtà di un buon mix di partecipazione dall’alto e dal basso a seconda del caso di attivazione di un patto di collaborazione –  quasi a voler evitare di cadere nell’ambiguità che questa parola così abusata può generare senza troppa fatica.

Tra i punti salienti di maggior interesse inseriti negli articoli del Regolamento, oltre al fatto che la nuova norma riconosce ai cittadini la possibilità di attivarsi autonomamente nell’interesse generale, vi è la disposizione che le istituzioni debbano sostenere i loro sforzi, ovvero che il Comune debba concorrere, nei limiti delle risorse disponibili, alla copertura dei costi sostenuti per lo svolgimento delle azioni di cura e di rigenerazione dei beni comuni urbani (art. 24).

Ma vi sono altri aspetti degni di attenzione: prima di tutto si può apprezzare lo sforzo del Comune di Bologna nel mettere in atto pienamente questo percorso di condivisione, decidendo di investire nella formazione dei propri dipendenti. All’articolo 18, dopo aver affermato che la formazione è riconosciuta come uno “strumento capace di orientare e sostenere le azioni necessarie a trasformare i bisogni che nascono dalla collaborazione tra cittadini e amministrazione”, si precisa che una formazione specifica riguarderà i cittadini ma sarà rivolta anche ai dipendenti ed agli amministratori del Comune e sarà finalizzata ad assumere competenze relative a vari aspetti tra cui:

1) la conoscenza delle tecniche di facilitazione, mediazione e ascolto attivo;

2) la conoscenza degli approcci alla progettazione partecipata;

3) la conoscenza degli strumenti di comunicazione, compresi quelli digitali.

In secondo luogo, è molto interessante osservare che l’oggetto dei patti di collaborazione può essere la gestione condivisa di uno spazio pubblico (artt. 13, 14, 15) del quale i cittadini si prendono cura per un periodo di tempo predefinito, con l’obiettivo di realizzare quanto indicato nel patto. Gli edifici oggetto di attenzione possono essere di proprietà del Comune: edifici in stato di parziale o totale disuso o, ancora, edifici confiscati alla criminalità organizzata (artt. 16, 17). La finalità è l’intervento sul territorio comunale in maniera mirata, diretta e concreta.

Uno scopo del Regolamento è anche quello di garantire la semplificazione delle relazioni di collaborazione, prevedendo facilitazioni di carattere procedurale in relazione agli adempimenti che i cittadini devono sostenere per l’ottenimento dei permessi strumentali alle azioni di cura o di rigenerazione dei beni comuni urbani. L’art. 27 afferma infatti che “le facilitazioni possono consistere nella riduzione dei tempi dell’istruttoria, nella semplificazione della documentazione necessaria o nella individuazione di modalità innovative per lo scambio di informazioni o documentazione tra i cittadini attivi e gli uffici comunali”; una semplificazione invocata da più parti in un paese come l’Italia, spesso ritenuto la patria della complessità burocratica.

Pur basandosi su concetti semplici e in qualche modo poco innovativi come quelli di sussidiarietà e condivisione, il Regolamento si pone invece degli obiettivi estremamente attuali e adatti alle necessità presenti  nel momento in cui si adopera per l’innovazione sociale (artt. 7, 9). E’ in particolare il caso della tecnologia digitale: a proposito di “beni comuni digitali” (art. 2, 10), o di creatività urbana (art. 8), il Regolamento afferma che “il Comune promuove la creatività, le arti, la formazione e la sperimentazione artistica come uno degli strumenti fondamentali per la riqualificazione delle aree urbane o dei singoli beni, per la produzione di valore per il territorio, per la coesione sociale e per lo sviluppo delle capacità”.

Non da ultimo, sembra molto promettente anche l’attenzione che il Regolamento riserva al punto di vista dei giovani per la formazione di una comunità solidale. All’art. 19 afferma che “il Comune promuove il coinvolgimento delle scuole di ogni ordine e grado quale scelta strategica per la diffusione ed il radicamento delle pratiche di collaborazione nelle azioni di cura e rigenerazione dei beni comuni” e ancora, che “il Comune collabora con le scuole e con l’Università per l’organizzazione di interventi formativi, teorici e pratici, sull’amministrazione condivisa dei beni comuni rivolti agli studenti e alle loro famiglie”.

La presenza di un atto normativo di questa portata, messo a disposizione delle amministrazioni locali, apre alla possibilità di un approfondimento della riflessione (forse non ancora del tutto matura) sul concetto di condivisione. Un termine che sembra sintetizzare differenti aspetti del vivere insieme e della possibilità per la comunità di dare concretezza al concetto di “città condivisa”. Certamente sta maturando in questi tempi la convinzione che la condivisione sia qualcosa di diverso e  più concreto della partecipazione. Il tentativo è forse quello di passare dai processi informativi e comunicativi, tipici degli approcci partecipativi recenti, a modelli di cooperazione attiva che forse sono legati a più modesti interventi e progetti della città ma che hanno una ricaduta diretta e concreta sulla vita dei cittadini.

Il progetto Labsus e il Regolamento di collaborazione tra amministrazione e cittadini messo a punto a Bologna sembrano voler dimostrare che la  partecipazione dal basso può produrre effetti concreti e costruttivi che possono poi essere assorbiti e adottati anche dall’alto, ovvero dall’amministrazione, nel caso in cui questa voglia davvero confrontarsi su questi temi. Questo Regolamento sembra voler affermare che non c’è più la possibilità di nascondersi dietro a facili alibi e che, se cittadini e amministrazione sono davvero intenzionati a lavorare insieme per il proprio territorio, finalmente si può contare su uno strumento semplice e diretto.

La scelta di introdurre un Regolamento di questo tipo all’interno di un’amministrazione comunale rappresenta il tentativo di creare uno spazio dove possa concretamente prendere forma il dialogo con i cittadini.  Una risposta semplice alla crisi degli ultimi anni: un “cambio di visione” che può trovare il proprio spazio anche all’interno di altri progetti ben più complessi (basti pensare al susseguirsi di progetti per la Smart City, la Creative City, la Green City e così via).

Poco importa se si tratta di un progetto che qualcumo potrebbe giudicare utopico: se di utopia si tratta essa sembra essere concreta. Secondo Ernst Bloch l’utopia racchiude in sé una speranza e per questo ha sicuramente il pregio di innescare un’azione che altrimenti rimarrebbe bloccata dietro al paravento della irraggiungibilità di un obiettivo. Un po’ come nella metafora del viaggio, il cui fine è viaggiare, non raggiungere la meta.

Riferimenti

Laboratorio per la sussidiarietà

Comune di Bologna, Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani (pdf scaricabile direttamente via Google Drive) 22 febbraio 2014, Bologna.

Mauro Parilli, Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà, intervento al Seminario di urbanistica presso la Fondazione Mario e Giorgio Labò, 10 giugno 2014, Genova.

 

Una risposta a “Bologna città condivisa: prove attive di politica locale”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *