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Cartoline dalla Padania

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Foto: M. Barzi

Dimenticate certa propaganda politica e relativi riti iniziatici in favore di ciò che, due secoli fa, Metternich avrebbe definito un’espressione geografica. Pensate invece all’ininterrotto susseguirsi di pezzi di città nella campagna o, specularmente, alla campagna urbanizzata, alla banalità di una serie di manufatti  abbandonati dentro un paesaggio rurale che un tempo era tra i più belli d’Europa. Se siete in grado di fare questo esercizio di visualizzazione non faticherete a riconoscere la Padania, o più precisamente, quello spazio geografico – situato tra l’arco alpino, i rilievi appenninici e le sponde adriatiche – che il geografo Eugenio Turri ha definito megalopoli padana, una precisa organizzazione territoriale pur nelle sue differenti articolazioni.

Da Torino a Venezia, da Milano a Rimini, dai fondovalle alpini fino ai contrafforti appenninici, dalle rive dei laghi alle spiagge più settentrionali del Mediterraneo, ci sono venticinque milioni di abitanti che vivono come dentro un’unica città.  La megalopoli è uno spazio di urbanizzazione reticolare e continua che si sovrappone alla gerarchia urbana e degli insediamenti storici: dalla metropoli alle cascine. La successione disordinata di differenti aree funzionali (i luoghi dove si abita, si lavora, si consuma, ci si diverte, eccetera) ne definisce il paesaggio. La megalopoli è una formidabile macchina che produce stili di vita, flussi di energia, merci e persone, oltre alle forme territoriali della dispersione, in altri termini, dello sprawl.

Iconografia della Padania

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Foto: M. Barzi

Il paesaggio della dispersione urbana – per Maria Cristina Gibelli  un mosaico di luoghi privi d’identità, sfigurati da un’edilizia residenziale di qualità modesta e prevalentemente monofamiliare; di luoghi senza urbanità dove le relazioni sono labili, i rapporti di vicinato poco amichevoli, gli spostamenti quotidiani sempre più “su misura” con prevalente peso della mobilità non sistematica all’interno di territori colonizzati da “non luoghi” (grandi centri commerciali, sale multiplex, factory outlet, discoteche, parchi a tema, …) – è diventato l’iconografia della Padania, il paesaggio nel quale la sua composita popolazione si identifica, senso comune di una appartenenza territoriale.

Molto al di là della strumentalizzazione identitaria dell’espressione Padania come presunta entità geopolitica, la megalopoli ha sviluppato al suo interno forti legami socio-economici che nelle diversissime provenienze della sua popolazione disegnano una geografia molto più ampia di quella del suo spazio fisico. Essa è, secondo le parole di Turri, un universo multirazziale. (…) Ed è nel disordine urbanistico, a cui vanno addebitate tante degenerazioni della vita padana, che trovano posto gli immigrati, cercando sistemazioni provvisorie ed instabili nelle aree interstiziali, periferiche, dove gli spazi dismessi si alternano con gli edifici degradati, il vuoto urbano all’anonimo, al perduto e al repulsivo della megalopoli .

Estetica e antropologia

La Padania come esperienza quotidiana degli abitanti della megalopoli, una fenomenologia rappresentata dalla galleria fotografiche che il sito del quotidiano La Repubblica ospita in questi giorni. L’Atlante dei Classici Padani è un racconto tragicomico dell’estetica, dell’architettura e dei comportamenti umani nel Nord Italia in vista di Expo 2015  che il sito Padania Classics sta promuovendo con una campagna di crowdfunding.

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Foto: M. Barzi

Non è chiaro chi siano i soggetti che danno vita al sito e all’omonima pagina Facebook, tra strizzate d’occhio al progetto geopolitico mai nato e l’aggancio ad Expo 2015 – che darà piena visibilità al territorio della Padania e alla sua capacità di organizzazionePadania Classics si propone come osservatorio estetico della MacroRegione (fino a non molto tempo fa  riconoscibile nell’omogeneità amministrativa di Piemonte, Lombardia e Veneto ), un territorio del nord Italia senza confini nazionali ma definito da azioni politiche e imprenditoriali. Allora, se l’indipendenza è un obiettivo sfumato, almeno l’identità paesaggistica e antropologica della Padania, dopo 30 anni ( che il riferimento cronologico sia l’apparizione elettorale nel 1983 della Liga Veneta, uno dei tasselli della Lega Nord?), è sotto gli occhi di tutti. Davvero molto tragicomico perché possa essere vero, anche se il progetto dell’Atlante, e la relativa raccolta fondi, sembrano alquanto reali.

La megalopoli padana esiste da più di trent’anni e Turri ci ricorda che già nel 1976, in un convegno a Bergamo, il geografo Jean Gottmann ne avesse riconosciuto i tratti . Forse non è un caso che, non molti anni dopo quel convegno, la Padania sia diventata il territorio della rivendicazione identitaria di una formazione politica. E non lo è nemmeno, a ben vedere, che oggi diventi l’ambito di un’altra assai più ironica rivendicazione. Il paesaggio siamo noi! – affermano gli animatori di Padania Classics – e finanziando la pubblicazione dell’Atlante dei Classici Padani ci aiuterai a diffondere la consapevolezza di quello che siamo diventati (al netto della ritenuta d’acconto). Chiaro, no?

Riferimenti

E. Turri, La megalopoli padana, Venezia, Marsilio, 2000.

M. C. Gibelli, La dispersione urbana, costi collettivi e risposte normative, in (a cura di), M. C. Gibelli, E. Salzano, No Sprawl, Firenze, Alinea, 2006.

La Repubblica, L’atlante dei classici padani: il peggio dei paesaggi dell’hinterland, 28 novembre 2014.

Padania Classics.

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.

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