Metropoli a sei zeri

 

battersea-pink-floydState cercando casa ed avete una trentina di milioni di euro da spendere?  Ammesso che ne troviate ancora uno invenduto, gli attici  del complesso residenziale che sorgerà a Londra attorno alla ex centrale elettrica di Battersea fanno il caso vostro.  L’imponente edificio, famoso per essere finito sulla copertina di Animals dei Pink Floyd,  dopo un quarto di secolo di abbandono torna a nuova vita grazie all’investimento di un gruppo malese di 8 miliardi di sterline (circa 10 milardi di euro).  Il primo lotto degli oltre tremila appartamenti progettati  attorno alla ex centrale, che sarà conservata ed ospiterà alberghi, ristoranti ed uno shopping mall, è stato venduto ancor prima dell’apertura del cantiere.

Probabilmente ci sono persone disposte a pagare qualsiasi cifra pur di possedere un pezzo di una delle icone della città d’un tempo, quella famosa per il fumo di carbone che usciva da ciminiere come quelle della centrale elettrica di Battersea, ma il dato economico sostanziale è che le compravendite di case a Londra ha poco a che fare con la domanda locale, mentre è ormai provato da molti osservatori  che il mercato immobiliare londinese è diventato il luogo ideale per gli investimenti rifugio dei ricchi del mondo. Il 69% degli acquisti di nuove case di fascia alta nell’area centrale della capitale riguarda persone di nazionalità non britannica, per la maggior parte residente all’estero.  Per ammissione degli stessi agenti immobiliari, la vendita di abitazioni di lusso ha eccessivamente monopolizzato il  mercato londinese. Gli investimenti immobiliari puntano tutto sulla fascia alta del mercato e sono particolarmente sostenuti da iniezioni di capitali esteri e il nuovo complesso di Battersea, venduto nelle tre sedi del sud est asiatico di proprietà dei finanziatori malesi, ne è una dimostrazione.

A Londra l’offerta di abitazioni è invece insufficiente per la metà del mercato immobiliare fatta da famiglie che non raggiungono la soglia delle cinquantamila sterline all’anno e per esse ogni anno c’è un’offerta di oltre ventimila alloggi in meno rispetto alla domanda.

La crescita demografica dell’area metropolitana londinese, che nel 2011 ha raggiunto gli 8,2 milioni di abitanti, trova quindi scarsa offerta di abitazioni in proprietà e la situazione potrà solo peggiorare visto che si aspetta un incremento di un altro milione di abitanti entro il 2021.  Il risultato è che non ci sono case per la fascia giovane della popolazione, costretta a rimanere nell’abitazione dei genitori anche quando raggiunge l’indipendenza economica. L’estrema difficoltà nel trovare alloggi e a prezzi accessibili a Londra sta convincendo molte compagnie a spostarsi fuori dai confini della metropoli  per venire incontro alle difficoltà abitative dei propri dipendenti . Come conseguenza dell’aumento del 10% in un solo anno dei prezzi degli immobili  il mercato degli affitti ha registrato una drastica riduzione dell’offerta di case a prezzi economicamente sostenibili per le fasce di reddito medio-basse.

Interi quartieri di Londra restano di fatto disabitati perchè la maggioranza del patrimonio immobiliare è posseduta da non residenti. Contemporaneamente sta aumentando il numero di londinesi che è economicamente spinta fuori dalla metropoli, diventata ormai la vetrina  internazionale della gentrification. Se le politiche di riqualificazione urbana diventano di esclusiva competenza del mercato il risultato non può che essere, da una parte un enorme processo di valorizzazione delle aree centrali – diventate sedi di uffici e di seconde case di lusso –  e l’avanzata della dispersione insediativa sul territorio dall’altra.

Mentre il sindaco Boris Johnson è diventato un’icona della mobilità sostenibile, grazie della sua promozione dell’uso della bicicletta (con la quale va ovunque,  anche all’inaugurazione del cantiere della nuova Battersea Power Station)  Londra  sta diventando un luogo economicamente insostenibile per molti dei suoi abitanti, che si vedranno probabilmente confrontati con l’altrettanto insostenibile scelta di andare ad abitare fuori dalla metropoli pur dovendola raggiunere ogni giorno per lavoro. Non che il fenomeno sia assente anche in altri centri urbani meno importanti, ma nella capitale britannica l’espulsione dei ceti medi è una realtà di cui sembrano non tenere conto le immagini che pubblicizzano la trasformazione della centrale elettrica come un luogo dove normalissime persone possono vivere, divertirsi e godersi l’ambiente circostante.

Dall’altra parte dell’oceano, il programma di Bill de Blasio per il suo mandato da sindaco ha messo a fuoco lo stesso problema: una grande metropoli globale non può diventare il faro della sostenibilità ambientale se non lo è anche di quella economica. Quando l’unica cifra della composizione sociale di una grande città è il numero di zeri del prezzo degli appartamenti, la crescita economica non può che essere l’altra faccia delle enormi diseguaglianze che il fenomeno rappresenta.

 

Riferimenti

H. Osborne, R. Jones, Battersea power station penthouses generate £30m price tag, The Guardian, 25 novembre 2013;

Battersea Power Station’s Global Launch.

Le città invisibili degli slum

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Foto M. Barzi

In tempi di crescente urbanizzazione del pianeta, con più di metà della popolazione umana che abita in una delle tante forme dell’ambiente urbano, succede che le città diventino invisibili, almeno per le istituzioni nazionali che dovrebbero censirne gli abitanti.

Ovunque diventi chiara la trasformazione fisica di ciò che prima, in considerazione di una serie di fattori ambientali, economici e sociali, si considerava ambiente rurale,  si presenta una certa difficoltà nello stabilire che l’evoluzione intercorsa abbia trasformato in città ciò che prima era considerato campagna. Quando le dimensioni del fenomeno diventano importanti, come nel caso del secondo paese più popolato al mondo, dove vive un quinto degli abitanti del pianeta, la perdita di informazioni che questa incertezza genera determina una zona d’ombra dove può sparire un numero di abitanti superiore a quello della Spagna.

E’ il caso dell’India dove, secondo un articolo del The Times of India (1), ci sono 50 milioni di abitanti di quelle forme d’insediamento precario ed abusivo costituito da baracche e da costruzioni di fortuna, internazionalmente conosciuto come slum, che non sono stati registrati dal censimento del 2011.

La popolazione urbana dell’India ammonta a 377 milioni di abitanti distribuiti nelle 7935 città censite, delle quali tuttavia solo 4041 sono dotate di un organo amministrativo. Le restanti 3894 sono considerate città solo ai fini del censimento della loro popolazione,  visto che le caratteristiche di questi insediamenti privi di una municipalità sono ritenute di tipo urbano solo dai criteri censuari.  Si tratta di villaggi governati da quella specie di unità amministrativa chiamata panchayat, una forma di governo locale del territorio rurale sussidiata dal governo centrale. I singoli stati dei quali è composta la struttura federale dell’India sono piuttosto riluttanti ad accordare alle città censuarie lo status di municipalità e chissà che non ci sia una ragione legata alla perdita dei sussidi da parte del ministero dello sviluppo rurale.

Il conteggio della popolazione che vive negli slum ha riguardato quindi solo le città che hanno un proprio statuto municipale, mentre sono state escluse le città emergenti, quelle derivate dalle trasformazioni dei villaggi, aspetto che mette in luce quanto sia complicato, e non solo in India, cogliere appieno la transizione dell’ambiente rurale in quello urbano.

Il problema riguarda anche le aree di espansione delle grandi città indiane, protagoniste in questi anni del boom immobiliare che ha coinvolto la classe media del paese,  fenomeno che rappresenta uno dei fattori d’incremento della popolazione urbana. Nella periferia di Delhi, i 190.000 abitanti della città censuaria di Khora vivono in gran parte in insediamenti chiamati jhuggi-jhopris, di fatto un sinonimo di slum, ed anche nella località residenziale di Noida, a sud della capitale, considerata di fascia alta per il mercato immobiliare, vi sono piccoli gruppi di insediamenti illegali di baracche.

Ma vi è un’altra ragione dell’incompleto censimento della popolazione degli slum, ufficialmente calcolata in 65 milioni di persone, ed è che sotto i 60-70 nuclei famigliari un insediamento non viene considerato tale dai criteri censuari. Mentre nel passato il fenomeno della diffusione degli slum era caratterizzato da grandi insediamenti dove poteva vivere anche più di un milione di persone, come ci ha raccontato Mike Davis nel suo famoso libro (2), ora è proprio il boom edilizio a limitare la disponibilità di aree sulle quale la popolazione più povera erige le proprie precarie abitazioni. Il fenomeno degli jhuggi-jhopris di piccole dimensioni era già stato  sottolineato un anno prima del censimento dal comitato istituito dal ministero delle politiche residenziali, che ha tra i suoi compiti anche la riduzione della povertà urbana. Purtroppo la raccomandazione di censire un insediamento abusivo a partire da un numero minimo di 20 nuclei famigliari, criterio che determinava una proiezione di 90 milioni di abitanti degli slum, non è stato adottato e ciò ha prodotto una sottostima di oltre il 40% della popolazione urbana povera.

Nelle città  dove gli slum  non sono stati censiti, di fatto tra il 10 e il 20 percento della popolazione vive in baracche circondate da fogne a cielo aperto e senza condutture dell’acqua, cifre che per il momento restano delle proiezioni ma che necessitano di essere accertate per poter gestire la situazione esplosiva rappresentata da condizioni abitative del tutto insalubri. Se i 50 milioni di abitanti non censiti degli slum dovessero essere confermati dalle rilevazioni statistiche, l’ammontare della popolazione urbana che vive in condizioni di estrema povertà rappresenterebbe quasi un decimo di quella complessivamente residente nello stato federale, aspetto che costituisce un enorme problema di governance per le sovrappopolate città indiane.

 

Note

(1) S. Varma, Census 2011 missed 5 crore slum dwellers, The Times of India, Oct. 12, 2013.

(2) M. Davis, Il pianeta degli slum, Milano, Feltrinelli, 2006

Esperienze psicogeografiche sul Grande Raccordo Anulare

psicogeografiaLa Psicogeografia a seconda del coagulo di individui che la pratica può essere una scienza( o meglio un Know-How) che studia gli effetti dell’ambiente metropolitano sulla psiche umana. Questa definizione di Luther Blissett definisce perfettamente il tipo di esperimento cinematografico tentato dal documentario Sacro GRA, vincitore del Leone d’Oro all’ultima mostra del cinema di Venezia. L’opera di Rosi, che a distanza di 50 ha ottenuto lo stesso premio del film del suo omonimo Le mani sulla città, non è affatto un film su Roma e men che meno di denuncia dei suoi disastri urbanistici. Purtroppo le recensioni che lo riguardano rimangono impigliate sul dato locale della narrazione cinematografica, peraltro solo evocato, intuibile, mai enfatizzato, rinunciando a cogliere la natura di esperienza psicogeografica che il documentario propone ai suoi spettatori.

Lo psicogeografo, ci ricorda ancora Luther Blissett è inevitabilmente interessato ad indagare tutti i filoni sommersi, prevaricati e per buona parte per ora sconosciuti che portino elementi alla creazione di una Nuova Coscienza del Territorio. Da questo punto di vista, ha poca importanza che il luogo dell’esperienza si chiami Roma, Milano o Londra, poichè l’obiettivo è di trovarsi di fronte al  grande stratega degli umani flussi metropolitani che definisce i passaggi obbligati della vita urbana: l’autotrasporto per la scuola o il lavoro, la deprimente passeggiata pomeridiana nei luoghi del consumo a mo’ di struscio (un retaggio del sistema della noia della vita paesana), la serata nei transiti coatti (non a caso sono così chiamati i suoi frequentanti) dove si consuma quella merce di massa che è il tempo libero. L’esistenza delle persone è predefinita negli spazi che contengono questi flussi, che non possono essere piegati ad altri usi non “normali”. Sacro GRA racconta le derive dei flussi umani predisposti dal grande stratega metropolitano, l’anello autostradale che distribuisce il traffico veicolare in ogni direzione e che solo gli inaspettati fenomeni naturali, come la neve alle latitudini mediterranee, possono fermare.

L’esperimento del documentario di Rosi ha alcuni antecedenti letterari che la critica ha evitato di indagare, a partire dal libro dell’urbanista Nicolò Bassetti (Sacro GRA, Lungo il Grande Raccordo Anulare, con Sapo Metteucci, Quodlibet 2013) dal quale è tratta la sceneggiatura.