Se le donne si ammalano di sviluppo urbano

I grandi complessi di edilizia popolare ad alta concentrazione di volumi e di abitanti e le espansioni suburbane a bassa densità edilizia e demografica sono state due risposte diverse ai processi di crescita delle città che si confrontavano con due differenti strategie del controllo della densità.  Esso è stato uno dei cardini dell’urbanistica moderna ed ha avuto ricadute pratiche molto significative sulla forma urbana e concreti risvolti legislativi. La specializzazione funzionale della città razionalista, secondo i cui principi sono stati progettati numerosissimi quartieri residenziali collocati proprio per ragioni sanitarie in ambiti dedicati e separati da altre funzioni come quelle produttive, discende appunto dal bisogno di controllare la densità innescato dalle grandi trasformazioni urbane tra XIX e XX secolo, quando le condizioni di affollamento in cui vivevano gli abitanti delle città li esponevano al rischio di malattie come il colera o la tubercolosi.

Le nuove patologie urbane sono però molto diverse da quelle della città otto-novecentesca: da una parte hanno a che fare con il disagio sociale della popolazione a minor reddito legato concentrata in settori delimitati e, dall’altra, con la dispersione delle funzioni urbane su di un territorio dai contorni poco definiti  –  non più campagna ma nemmeno città – che costringe i suoi abitanti a continui spostamenti motorizzati.  Le conseguenze di tipo sanitario che ne discendono non riguardano la diffusione di virus o batteri in ambiti urbani particolarmente affollati ma i comportamenti e gli stili di vita che si sviluppano in quei settori della città dove manca quel adeguato mix funzionale fatto di attività commerciali, servizi, impianti sportivi, attrezzature culturali e verde pubblico.

Uno degli indicatori epidemiologici di questi aspetti della città contemporanea è l’obesità, ormai considerata una vera e propria patologia perché in grado di indurre diverse malattie. A determinarla è una combinazione di cattive abitudini alimentari e assenza di esercizio fisico, che spesso trova in un ambiente caratterizzato dall’insufficiente presenza di strutture di vendita di cibo fresco e di spazi dove esercitare attività motoria le condizione più favorevoli alla sua diffusione. Gli abitanti dei quartieri periferici delle aree suburbane hanno meno occasione di camminare perché, a differenza di quelli degli ambiti centrali delle città, difficilmente possono tranquillamente percorrere a piedi le distanze necessarie per fare acquisti, andare a scuola, al parco, all’ufficio postale o alla banca. Minori occasioni di fare movimento e maggiore dipendenza dall’auto privata per gli spostamenti quotidiani significa essere più esposti al rischio di diventare obesi, cosa che spesso coincide con l’insorgenza di patologie come il diabete o i disturbi cardiovascolari.

Sono soprattutto le donne ad essere esposte agli effetti della minore compattezza, della ridotta pedonalità e della maggiore concentrazione di disagio socioeconomico delle aree periferiche e suburbane. Uno studio pubblicato nel 2012 su Health & Place[1]  ha evidenziato come una minore probabilità di soffrire di cardiopatia coronarica in un gruppo di donne statunitensi di età compresa tra i 50 e i 79 sia correlata al fatto di abitare in ambiti urbani più densi e polifunzionali. Lo studio ha inoltre osservato una diminuzione dell’11% del rischio di sviluppare la malattia  nelle donne che si sono trasferite in ambiti urbani più densi e compatti. Analogamente, secondo una ricerca[2] pubblicata nel 2015 sulla stessa rivista, una maggiore disponibilità di parchi pubblici determina un minore indice di massa corporea in un campione di donne residenti in alcune aree urbane australiane e statunitensi.

La correlazione tra determinati ambiti urbani – segnatamente quelli suburbani che circondano le grandi città americane – e salute della popolazione femminile era già stata evidenziata nel 1963 da Betty Friedan in The Feminine Mystique[3], con particolare riferimento all’insorgere di patologie psichiatriche. La segregazione delle donne in quartieri fatti esclusivamente di case unifamiliari è il risvolto di un’idea di città a misura d’auto e di maschio adulto lavoratore che ha spinto molte donne verso l’assunzione di psicofarmaci. L’isolamento suburbano come innesco delle nevrosi è un fenomeno ormai noto, già osservato a partire dal 1975,  quando un sociologo dell’università di Bristol condusse un’indagine sulle mogli nevrotiche dei sobborghi della città inglese[4].

Le donne, che dividono con il resto della popolazione globale l’essere ormai in maggioranza urbanizzate, sono quindi i soggetti più esposti agli effetti dei processi di urbanizzazione. Solo per rimanere in un ambito territoriale a noi noto,  in Lombardia – una delle regioni italiane con il più alto tasso di suolo antropizzato –  tra il 2009 e il 2013 sono stati in maggioranza di sesso femminile i ricoverati sovrappeso ed obesi negli ospedali regionale[5]. Se, come ormai viene da più parti affermato da studi scientifici, è l’ambiente urbano ad essere “obesogenico”[6] e se sono le donne le più colpite da questa patologia bisognerà che d’ora in poi medici ed urbanisti lavorino insieme per evitare che per esse abitare la città contemporanea significhi esporsi al rischio di contrarre le nuove malattie dello sviluppo urbano.

 



[1] Griffin, B. A., et al., The relationship between urban sprawl and coronary heart disease in women, Health & Place, 2012, http://dx.doi.org/10.1016/j.healthplace.2012.11.003.

[2] Veitch, J. et al., Park availability and physical activity, TV time, and overweight and obesity among women: Findings from Australia and the United States, Health & Place, 2015, http://dx.doi.org/10.1016/j.healthplace.2015.12.004.

[3] Freidan, B. The Feminine Mystique, trad. it. La mistica della femminilità, Roma, Castelvecchi, 2012.

[4] Ineichen, B. Neurotic wives in a modern residential suburb: a sociological profile, Soc. Sci.& Med., Vol. 9. pp. 481-487, Pergamon Press 1975.

[5] Si tratta delle prime evidenze di un’indagine che l’autrice sta conducendo nell’ambito delle attività formative del dottorato in Medicina sperimentale e clinica e Medical Humanities che si tiene presso l’Università dell’Insubria di Varese.

[6]Tseng, M. et al., Is neighborhood obesogenity associated with body mass index in women? Application of an obesogenity index in socioeconomically disadvantaged neighborhood, Health & Place, 2014, http://dx.doi.org/10.1016/j.healthplace.2014.07.012.

Quanto la pianificazione delle città può prevenire la violenza sulle donne?

L’ondata di violenze sessuali che ha sconvolto le città indiane e suscitato un enorme indignazione ha messo in luce le relazioni che esistono tra la qualità degli spazi urbani e la sicurezza delle donne. Neyaz Farooque ha restituito in un articolo del New York Times la testimonianza della ventiquattrenne Janaki Sharma,  produttrice presso una stazione radiofonica,  che fa la pendolare per circa 40 chilometri dalla sua casa nel settore occidentale di  Delhi fino al suo posto di lavoro, incontrando nel tragitto attraverso la città “ogni sorta di maniaci, pervertiti ed imbecilli”. Secondo la sua esprienza, il loro comportamento è diverso in relazione a dove avvengono gli incontri, ovvero nel metrò, sugli autobus, nella loro attesa, o camminando lungo l’ultimo tratto di strada desolata che deve fare a piedi.

Il disegno degli spazi urbani non è indifferente alle condizioni che favoriscono gli attacchi contro le donne. Sono soprattutto i luoghi di confine delle grandi infrastrutture viarie, come l’anello stradale che circonda  Delhi – per vasti tratti senza semafori e che intercetta molte aree desolate della città – a favorire gli assalti attuati tramite veicoli in movimento. In generale l’illuminazione delle strade è pensata per la sicurezza delle auti e non per quella dei pedoni. Aumentare la sicurezza perquesti ultimi può quindi contribuire alla diminuzione dell’insicurezza delle donne. Inoltre rendere le strade luoghi pieni di vita, dove si affacciano negozi e dove sostano venditori ambulanti, genera controllo sociale e disincentiva il crimine, in particolare la violenza contro le donne.

Anche il diffondersi delle gated community  – quartieri recintati dove vivono le classi ricche  – può creare le condizioni favorevoli agli atti criminali. Gli spazi esterni a questi insediamenti  diventano terra di nessuno  e  possono  essere  luoghi d’elezione per atti violenti. Allo stesso modo anche l’esistenza delle cosiddette zone di esclusione urbana, ovvero gli slum di città come Delhi o Mumbai, favorisce i comportamenti violenti da parte di coloro che vi abitano. Città più inclusive ed egualitarie sono  più sicure per le donne perchè meno esposte al prodursi della violenza di strada. Al contrario,  dove si creano quartieri esclusivi per la classe medio-alta si producono per converso i ghetti dell’esclusione sociale. Non è un caso che i membri della gang di violentatori che a Delhi uccisero una studentessa di 23 anni e l’autore della violenza contro una fotogiornalista di Mumbai provenissero da slum di quelle città.

Al di là delle città indiane, le cui trasformazioni sono tumultuose quanto lo sviluppo del paese, è in generale vero ovunque che gli spazi urbani se sono sicuri per i pedoni lo sono anche per le donne e che se le strade continuano ad essere pensate solamente come infrastrutture di transito per le auto l’insicurezza urbana troverà sempre il modo di prodursi. E’ una condizione che riguarda ad esempio Anchorage, una città molto diversa da Delhi o Mumbai, con un tasso di violenza contro le donne tra i più alti degli Stati Uniti d’America. I luoghi che tipicamente causano paura e insicurezza per le donne sono gli accessi bui, i parchi di notte, le strade vuote e male illuminate, i parcheggi sotterranei e sottopassi pedonali. Molti di questi problemi urbanistici possono essere riscontrati nella capitale dell’Alaska, dove durante gli inverni bui la maggior parte delle zone del centro sono scarsamente illuminate. Le fermate dei mezzi pubblici e i marciapiedi sono mal gestiti, con enormi implicazioni per la sicurezza. Vaste aree di parcheggio di superficie presenti in tutta la città creano ambiti isolati che si prestano all’esercizio delle attività criminali.

Le donne devono essere incluse nei processi di pianificazione e in grado di definire i criteri con i quali gli spazi pubblici possono diventare accoglienti e sicuri per tutti. Luoghi più utilizzati dalle donne significano più sicurezza in generale. Ad Anchorage, ad esempio,  ciò vuol dire pensare a quartieri che favoriscano il transito dei pedoni e mix funzionale che aggiunga vita alla strada. D’altra parte lo sottolineava già Jane Jacobs a proposito delle grandi città americane, le cui violente trasformazioni per far posto ai viadotti sopralevati  avevano prodotto profonde ferite sociali. Il modello della strada urbana che intercetti la vita che si svolge nelle abitazioni, negli uffici e negli esercizi commerciali – negli anni ’60 per Jacobs così come oggi – oltre ad essere ad un valido dispositivo d’inclusione sociale è un buon antidoto alla insicurezza che le donne sperimentano nelle città dove la maglia viaria è dominata dalla presenza delle auto.

 Riferimenti

N. Farooque, Can Urban Planning Help India’s Cities Reduce Sexual Violence?, The New York Time, 26 settembre 2013.

Artic Urbanophile, We’re Afraid They Might Kill Us: Gender Violence and Urban Design, The Artic Urbanophile, 3 aprile 2015.

M. Barzi, Città che odiano le donne, Millennio Urbano, 3 giugno 2014.

Genere, genio e creatività collettiva

Tra le cose che sappiamo fare, molte le abbiamo imparate dall’esperienza  individuale. Ad esempio, le competenze necessarie per posizionare correttamente un gancio all’interno di una toilette, sul quale appendere abiti ed accessori, non si apprendono da nessuna parte.  Ci pensa l’esperienza ad insegnarci a gestire la pianificazione di uno spazio, molto più importante di quanto si creda, spesso dimenticato dalla progettazione architettonica e, in questo caso, l’esperienza individuale si tramuta in creatività collettiva. Capita spesso,  entrando in un bagno pubblico, di constatare quanto poco ergonomici siano i criteri di collocazione del  water o del lavabo e  di chiederci perché mai  non ci sia nulla su cui appendere o appoggiare il cappotto e la borsa. Il problema è  che a farsi queste domande sono sostanzialmente le donne, forse perchè il modo assai  sbrigativo in cui  gli uomini usano questo locale non dà loro il tempo di farsele, le domande. E’ molto probabile che il rapporto superficiale del genere maschile con lo spazio dedicato all’esercizio di importanti funzoni private renda immediatamente associabile con il lavoro di un uomo la sottovalutazione delle specifiche esigenze delle donne. Da qui discendono le frasi stizzite che ci viene da pronunciare uscendo da certe toilette, dopo che abbiamo dovuto fare pipì bardate di cappotto e di borsa a tracolla.

L’esperienza femminile nell’utilizzazione dei bagni pubblici è il pretesto utilizzato nel 1967 da una giovane architetto donna per scrivere un breve saggio, intitolato appunto Planning the Powder Room, il cui intento era di spiegare che ci sono alcuni ambiti del lavoro degli architetti maschi in cui l’esperienza diretta non è utilizzata come mezzo di conoscenza  e risoluzione dei problemi . La pianificazione della toilette insegna a misurarsi con il tema dello stoccaggio e della disposizione degli oggetti in uno spazio limitato e costituisce il classico caso nel quale la creatività collettiva è in grado di apportare miglioramenti a tutti quegli aspetti non considerati nel progetto.

Ill progetto, nella cultura dominante di una professione ancora a prevalenza maschile, è quel processo creativo individuale che promana dal genio del soggetto che lo attua. L’architetto si qualifica per la capacità di concepire lo spazio attraverso il suo pensiero e la progettazione architettonica è un’attività caratterizzata dal genio individuale, come dimostra la storia del Pritzker Prize. Quella sorta di premio Nobel per l’architettura, che dal 1979 designa il miglior progettista del pianeta, non prende in considerazione il lavoro del gruppo di persone che supporta le grandi firme dell’architettura e viene conferito all’individuo che sta a capo del processo creativo, anche se esso si nutre del lavoro di molti.

Con il suo saggio  la giovane architetto donna ci ricordava  che la creatività collettiva  ha molto a che fare con l’universo femminile perché attinge dall’esperienza del quotidiano e avanza attraverso l’inarrestabile mutazione del reale,  processo al quale senza troppo clamore contribuiscono le donne. In fondo si lo stesso principio con il quale le città si trasformano sotto i nostri occhi, come già notava Baudelaire a metà del XIX secolo.

denise scott brown
Immagine: www.lilith.org

Denise Scott Brown, l’autrice di Planning the Powder Room, l’anno successivo alla pubblicazione  del suo breve saggio intraprese un viaggio di studio a Las Vegas. La accompagnavano tredici studenti  del suo corso di pianificazione urbana dell’università di Yale e Robert Venturi, suo marito e socio nella professione.  Lo scopo del viaggio era l’osservazione delle forme che avevano assunto gli spazi e gli edifici della città sorta velocemente nel deserto del Nevada: i parcheggi e i fast food, i drive in, gli shopping mall,  i motel, i casinò, e tutto il corredo di decorazione kitsch e d’insegne luminose che attirano l’occhio dell’automobilista in arrivo dall’autostrada. A quello studio, seguì nel 1972, la pubblicazione di Learning from Las Vegas  (disponibile in italiano con il titolo Imparare da Las Vegas. Il simbolismo dimenticato della forma architettonica,  a cura di Manuel Orazi, 2010, Quodlibet Abitare), il libro che racconta come nella realtà delle città americane le forme assunte dagli spazi dedicati all commercio finiscano per modificare i linguaggi dell’architettura, usando gli stili in modo inedito e ottenendo il risultato di crearne uno nuovo, poi dilagato in posti come Abu Dhabi, Dubai, Kuala Lumpur, ed in generale nelle forme dell’urban sprawl  presente nelle città di tutto il mondo. Las Vegas ci insegna quanto sia importante imparare dalla realtà se non si vuole restare chiusi nella torre d’avorio dell’accademia dentro la quale avevano finito per infilarsi i princìpi del Movimento Moderno e gli epigoni  dell’International Style, con la loro riproposizione di maniera del motto purista di Mies Van der Rohe Less is More.

Quando il libro di Venturi , Scott Brown e Izenour fu pubblicato, non diversamente da ora, la progettazione architettonica era largamente dominata da personaggi come Philip Johnson – anticipatore della figura dell’archistar  e primo vincitore del Pritzker Prize – e quando nel 1991 Robert Venturi fu insignito dello stesso premio l’idea del genio individuale come matrice dell’architettura provocò l’esclusione di Denise Scott Brown.

Nel caso di associazioni professionali fatte da soli uomini qualche problema d’individuazione del genio creativo individuale però si pone. Così l’unica deroga al  criterio che guida l’assegnazione del  Pritzker Prize è stata adottata nel 2001 a proposito del sodalizio professionale maschile di Jacques Herzog and Pierre de Meuron. Questo è il precedente richiamato  da una petizione on line, supportata dalla piattaforma change.org, che ha raccolto oltre 18.000 adesioni alla richiesta di inserire il nome di Denise Scott Brown nell’assegnazione del premio conferito a Robert Venturi. L’interessata, che nel 1991 non era a fianco del marito durante la cerimonia di conferimento, riguardo la possibilità di ricevere il premio ex post ha saggiamente dichiarato: “ciò che mi devono non è il Pritzker Prize ma una cerimonia d’inclusione al Pritzker.  E’ tempo di salutare la nozione di creatività collettiva”.

Esther Sperber, titolare di uno studio di architettura a New York, ha ripreso il caso del mancato riconoscimento del sodalizio umano e professionale di Venturi e Scott Brown in un articolo della rivista Lilith,  nel quale riconosce come il processo creativo di gruppo, capace di oltrepassare i confini concettuali dell’individuo, stia alla base della sua esperienza professionale. Sperber sottilinea quanto siano duri a morire gli stereotipi che considerano sempre e comunque un uomo il leader di un gruppo di professionisti, anche se nel suo caso non è così, e come sia ancora difficile far capire alla committenza che le idee progettuali discendono dalla condivisione del processo creativo e non dall’adeguamento alle trovate geniali di qualcuno. Trovate geniali che spesso non hanno nessun rapporto con l’intelligenza collettiva che da sempre plasma le forme della città; un processo dal quale c’è sempre molto da imparare.

Riferimenti

E. Sperber, Revising Our Ideas about Collective Inspiration, Lilith Magazine, autunno 2013.

L’immagine di copertina è tratta da Archiobjects.

Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata su www.michelabarzi.org  il 1 novembre 2013.