Urbanistica e disobbedienza civile

Inizialmente accusato di essere un’opera dilettantesca, basata sul sentimentalismo e le preoccupazioni della casalinga che osservava la città dalla finestra di casa o mentre va a fare la spesa o al parco con i figli[1], a Vita e morte delle grandi città è stato attribuito il merito di aver segnato il termine della stagione dell’urban renewal. Ma Jane Jacobs, al contrario, pensava che i programmi di riqualificazione urbana e di demolizione del patrimonio edilizio degradato si fossero arresi ai loro stessi fallimenti e insuccessi, dopo aver continuato con le loro stravaganti indecenze per molti anni[2]. Resta tuttavia il fatto che questo libro è stato d’aiuto a quei cittadini che, come lei, si opponevano all’urbanistica trainata dai soldi pubblici e dagli interessi di costruttori e operatori immobiliari[3]. Scrivendolo Jacobs aveva dichiarato la sua indisponibilità all’osservazione passiva dell’annientamento inflitto alle città dai progetti che le stavano trasformando – insieme alle campagne circostanti  – «in un’unica distesa monotona e sterile», dove «la gente condannata dal «pollice verso» dei pianificatori viene scacciata via, espropriata e sradicata, quasi che fosse stata assoggettata da una potenza conquistatrice[4]».

Per fermare le demolizioni previste nel Greenwich Village per le operazioni di slum clearance e la costruzione di una autostrada urbana sopraelevata, Jacobs prese parte a comitati e manifestazioni con lo stesso impegno con il quale partecipò alla opposizione alla guerra del Vietnam. La sua azione su entrambi i fronti la condusse ad essere arrestata nel 1967, nel corso della storica marcia dal National Mall di Washington D.C. al Pentagono e, nel 1968, a seguito all’interruzione della audizione pubblica del progetto della Lower Manhattan Expressway che avrebbe dovuto attraversare la parte meridionale di Manhattan. Sempre in quell’anno Jacobs aveva aderito all’iniziativa Writers and Editors War Tax Protest, contro la percentuale di tasse sul reddito destinata alla guerra del Vietnam, che si ispirava a Henry David Thoreau[5].

Nel suo saggio del 1849 On the Duty of Civil Disobedience Thoreau si chiedeva: «Deve forse il cittadino – anche se per un momento o in minima parte – affidare la propria coscienza al legislatore? E allora perché ogni uomo è dotato di una coscienza? (…) Il solo obbligo che ho il diritto di arrogarmi è quello di fare sempre e comunque ciò che ritengo giusto»[6]. L’obbedienza alla propria coscienza attraverso la disobbedienza ad un governo che si macchia di crimini ha dato inizio a quel «fenomeno prettamente americano» sul quale Hannah Arendt ha scritto nel 1970[7],  durante la stagione delle numerose manifestazioni contro l’invio di truppe in Vietnam che negli Stati Uniti.

In alcuni scritti di Jacobs la sua propensione alla libertà di pensiero, premessa per la disobbedienza civile, viene definito un portato della sua educazione familiare. Nella prefazione al questionario del suo interrogatorio da parte del Loyalty Security Board nel 1952, affermava di essere stata allevata nel convincimento che non ci sia nessuna virtù nell’adattarsi passivamente all’opinione dominante del momento, e incoraggiata a credere che il conformismo semplicemente si traduca nella stagnazione di una società[8]. Nella lettera indirizzata alla madre a seguito dell’arresto del 1968 Jacobs fa implicitamente riferimento all’insegnamento familiare come matrice della sua condotta turbolenta[9].

Se l’intento di Vita e morte delle grandi città era di fornire elementi per innescare il sollevamento delle coscienze contro la violenza dell’urban renewal, se la sua analisi dell’organismo urbano fondata sull’esperienza diretta delle sue funzioni e sulla osservazione dei meccanismi che ne sostengono la vita voleva mettere in crisi la pratica urbanistica, allora la sfida di Jacobs può essere interpretata come un atto di disobbedienza civile. Su questa pratica scriveva nel 1967: un atto di disobbedienza civile è giustificato – di fatto diventa necessario – quando un individuo giunge alla seguente conclusione: il suo governo si sta comportando malignamente e stupidamente al di là dei limiti di ciò che egli percepisce come tollerabili; il dissenso, per quanto tentato con convinzione, ha dimostrato di non essere di alcuna utilità; una resistenza selettiva alla legge è preferibile alle varie più subdole o più violente alternative[10]. Opporsi ai progetti dell’urbanistica istituzionale significava quindi impedire che continuasse l’intollerabile devastazione delle città americane attuata con l’applicazione di quelle idee di rinnovamento urbano.

Rigettare i dogmi della pseudoscienza urbanistica voleva innanzi tutto dire opporsi comportamento maligno e stupido del governo federale e municipale nei confronti delle città. In questo modo, secondo l’insegnamento di Thoreau, Jacobs aveva risposto all’obbligo verso sé stessa di fare sempre e comunque ciò che riteneva giusto.

Questo articolo è l’estratto di uno scritto più ampio che potete leggere qui.

Note

[1]Paradigmatica è a questo riguardo è la recensione di Lewis Mumford, dal significativo titolo di Mother Jacobs’ Home Remedies, in The New Yorker, dicembre 1962, pp.148-172.

[2] Jane Jacobs, introduzione alla edizione dell’ottobre 1992 della casa editrice Modern Library di The Death and Life of Great American Cities. La traduzione della frase  in corsivo è mia.

[3] Questo riconoscimento è in particolar modo tributato a Jacobs da Roberta Brandes Gratz, cfr. The Battle for Gotham, Philadelphia, Nation Books, 2010.

[4]Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi, 1969-2009, pp.4-6.

[5] Thoreau era stato arrestato in seguito al suo rifiuto di pagare le imposte ad un governo che invadeva il Messico e consentiva la schiavitù.

[6] Henry David Thoreau, On the Duty of Civil Disobedience (1849),  trad.it. di Laura Gentili, Disobbedienza civile, Milano, Feltrinelli, 2017, p.11.

[7] Hannah Arendt, Civil Disobedience, 1970-72,  trad.it. di Valentina Abaterusso, Disobbedienza civile, Milano, Chiarelettere, 2017.

[8] Jane Jacobs, No Virtue in Meek Conformity,  in Samuel Zipp, Nathan Storring (a cura di), Vital Little Plans, New York, Random House, 2016. pp. 39-45. La traduzione delle frasi in corsivo è mia. Il Loyalty Security Board era l’organo operativo del Loyalty Review Program,  istituito dal presidente Truman nel 1947 per impedire l’influenza comunista nel governo federale degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda.

[9] Id., Letter to Bess Robison Butzner, in Max Allen, Ideas that Matter. The Worlds of Jane Jacobs, The Ginger Press, 1997-2011.pp. 72-73.

[10] Id., On Civil Disobedience, in Samuel Zipp, Nathan Storring (a cura di), op. cit., pp. 172-174. La traduzione del brano in corsivo è mia.

L’immagine di copertina è tratta dal New York Post.

Jane Jacobs: fare piccoli piani

Nel 1981 Jane Jacobs tenne un discorso alla conferenza The Residential Areas and Urban Renewal di Amburgo dal titolo Can Big Plans Solve the Problem of Renewal?[1], nel quale identificava nella noia il tratto caratteristico dei grandi piani urbanistici. Essi sono «il prodotto di troppe poche menti» che finiscono per assemblare soluzioni monotone e ripetitive. Al contrario la varietà e la diversità possono solo procedere attraverso la somma di una miriadi di contributi diversi, un fenomeno che però «si produce su piccola scala» e «che richiede una sequenza di piccoli piani». Questi ultimi, secondo l’autrice di The Death and Life of Great American Cities, sono più adatti a riqualificare le città perché lasciano aperte soluzioni innovative non immediatamente previste, cosa che invece viene impedita dai grandi piani onnicomprensivi. Il suo è un approccio che ribalta quello dominante della pianificazione novecentesca, riassunto nel motto Make no little plans  che, secondo Daniel H. Burnham, erano privi di quella magia in grado di rimescolare il sangue delle persone. Nel racconto di Jacobs quel “to stir men’s blood”  si risolve esattamente nel contrario di quanto pensava il direttore dei lavori dell’Esposizione Colombiana del 1893, nonché progettista del piano di Chigaco del 1909 (M.B.).

Di seguito un estratto del testo della conferenza nella traduzione di Michela Barzi.

La vita è qualcosa che si affronta caso per caso. Bisogna viverla sempre improvvisando perché la dura realtà è che tutto ciò che facciamo cambia nel frattempo. Si tratta di qualcosa di molto stressante per le persone che vorrebbero vedere le cose magnificamente pianificate e definite una volta per tutte. Ma non funziona così.

Questo significa che è inutile tentare di pianificare? Certo che no. Cercare di usare la previsione, che è ciò di cui è fatta la pianificazione, è ovviamente qualcosa di così necessario e utile che molti di noi continuano a metterlo in pratica. Piantiamo bulbi di narcisi in ottobre e mettiamo la sveglia del mattino la notte. Possiamo anche pianificare il rinnovamento delle nostre città, ma ciò che propongo è di farlo attraverso la messa in pratica di piccoli piani, non di grandi. Penso che dobbiamo imparare di nuovo l’arte di fare tutto ciò e che per farlo ci siano diversi modi.

Per spiegare cosa intendo, vi racconterò come la pianificazione del rinnovamento urbano abbia gradualmente cambiato Toronto, la mia città. La storia comincia nel 1973, quando la rabbia dei cittadini nei confronti della pianificazione su grande scala cominciò a ribollire in una fredda mattina di primavera, ancor prima dell’alba, in una strada degradata dove, il giorno prima, gli addetti di una società di demolizioni avevano eretto una alta recinzione attorno a venti vecchie case che dovevano essere demolite ed avevano cominciato a produrre buchi sui tetti delle più belle case situate proprio nel centro di quel gruppo. Queste case, benché neglette e abbandonate, erano interessanti e dotate di un aspetto umano se comparate con ciò che avrebbe dovuto sorgere al loro posto: sei identiche torri di appartamenti progettate dall’assessorato provinciale alla casa per inquilini a basso reddito. In realtà il piano per il nuovo insediamento residenziale non era un grande piano, come di solito accade in questi casi. Non occupava nemmeno la metà di un solo lungo isolato urbano. Ma assomigliava ad un grande piano. Proclamava ad alta voce il suo essere monotono, vacuo e inflessibile.

La gente che si riunì prima dell’alba quel mattino per protestare contro ciò che era stato progettato veniva dalle organizzazioni di quartiere di tutta la città. Non erano contrari alle case popolari; erano contro i grandi piani e ciò che assomigliava ai grandi piani che stava distruggendo, pezzo dopo pezzo, il tessuto della città. Non avevano nessun piano per fermare quella strategia, se non implorare gli addetti alla demolizione di fermarsi. Ma mentre si trovavano a parlare insieme battendo i piedi per il freddo e aspettando che arrivassero gli operai, a qualcuno venne in mente che è illegale demolire degli edifici senza che una recinzione sia stata posta attorno ad essi. Così quella osservazione passò di bocca in bocca, da gruppo a gruppo, e senza aggiungere altro ognuno cominciò a darsi da fare. Sareste rimasti sorpresi nel vedere con quale rapidità e precisione molte centinaia di uomini, donne e bambini, senza la supervisione di nessuno, possano smantellare una solida recinzione e farla diventare un’ordinata pila di tronchi. Quando gli operai arrivarono, proprio  mentre le ultime assi stavano per essere impilate, essi non poterono fa altro che ricostruire la recinzione.

Il sindaco di Toronto, quando venne a sapere dell’accaduto, impiegò le poche ore di sospensione concesse ai contestatori dalle autorità provinciali per l’edilizia residenziale nell’esplorazione delle alternative. Le autorità provinciali accettarono di prenderle in considerazione a patto che non costassero di più di quanto da loro progettato e che mettessero a disposizione lo stesso numero di unità residenziali. Non si aspettavano che queste condizioni potessero essere soddisfatte, dato che i pianificatori in grande hanno mortificato la loro stessa immaginazione ed ingegnosità. Ma nel giro di qualche settimana il sindaco, i commissari per l’edilizia residenziale e una delle più brillanti società di architetti della città progettarono ciò che era stato considerato impossibile. Il lor schema progettuale alternativo salvò tutte le vecchie case e convertì i loro interni in nuovi appartamenti. Il resto dei requisiti richiesti per la realizzazione di unità residenziali,  che costituiva la gran parte dell’operazione, fu inserito in edifici nuovi realizzati della parte retrostante il complesso. I nuovi edifici hanno dovuto ingegnosamente essere ricavati, persino con un pizzico di follia, nello spazio residuo e lo stesso si deve dire per i passaggi interni e le piccole corti. Inoltre la necessità di farci stare tutto ha reso impossibile la duplicazione delle tipologie degli appartamenti. Lo schema progettuale, proprio a causa dei limiti imposti dalla conservazione dei vecchi edifici, ha dovuto includere una varietà di diverse soluzioni abitative, dalle abitazioni per famiglie con bambini ai piani bassi agli appartamenti per persone singole, coppie di anziani e – in uno dei vecchi edifici – persino una pensione per uomini anziani. Al contrario delle varietà, la standardizzazione, qualsiasi essa sia, non può funzionare in un posto come quello.

Far approvare questa alternativa non è stato semplice. Anche dopo che le autorità provinciali avevano dato il loro benestare ci sono state lotte con la burocrazia federale che prestava i soldi per l’intervento. L’ampiezza di ogni cortile e passaggio ha dovuto essere difesa, e persino la dimensione e il posizionamento di qualche finestra. Ciò non di meno, la città rimanendo ferma sui propri punti vinse la battaglia. L’insediamento è stata costruito. Ora sono passati sei anni da quando ha cominciato ad essere occupato e si inserisce così bene nel quartiere, e aggiunge ad esso una buona dose d’interesse invece di toglierlo, che le vecchie case dall’altra parte della strada, a loro volta cadute in rovina, sono state acquistate e ristrutturate privatamente. Non vi è stato nessuno degli effetti generati dai progetti di rinnovamento sulle strade che costeggiano i grandi complessi pianificati. Il costruttore di un complesso di lusso in un’altra parte della città aveva così tanto apprezzato ciò che era stato fatto in questa parte più povera, che anche lui decise di inserire il suo progetto dietro ad una schiera di vecchie case collegandole con esso tramite vicoli. Questo è l’unico caso che io conosca in tutta l’America del nord in cui  edifici costosi abbiano copiato le case popolari.

Il successo di questo primo progetto di insediamento residenziale all’interno di un complesso di case preesistente ha condotto l’amministrazione della città a individuare altri siti dalle caratteristiche complicate per piccoli piani diffusi. Ognuno di essi era diverso e con problemi progettuali differenti. In ogni caso i vecchi edifici sono stati preservati e non distrutti, indipendentemente dalle limitazioni che ciò ha imposto. In qualche caso i vecchi edifici nelle vicinanze sono stati incorporati negli schemi progettuali e ugualmente ristrutturati; in altri casi i nuovi edifici sono semplicemente stati inseriti tra i vecchi usando gli spazi liberi o le aree a parcheggio. Alcuni degli edifici realizzati nelle aree di riempimento sono alti, nella maggioranza dei casi sono bassi; ma alti o bassi che siano questi piccoli piani sono stati utilizzati per rammendare il tessuto della città là dove si era logorato o sfibrato.

Si tratta di un modo di rinnovare la città che ricuce i piccoli buchi, ma che dire dei grandi buchi? Che cosa si può dire a proposito di luoghi che sembrano richiedere una grande pianificazione a causa della loro grande dimensione? A Toronto, alcune delle aree della città che hanno avuto maggiormente bisogno di rinnovarsi  si trovano in gran parte sul lungolago, inizialmente degradate dalla ferrovia, poi dalle autostrade che costeggiano la ferrovia, quindi occupate dalle industrie e infine da loro abbandonate, diventate terre desolate buone per discariche per rifiuti, posteggi e spazi dove la vegetazione cresce qua e là tra un vecchio edificio industriale, un magazzino, una cabina elettrica.

Proprio questo grande settore urbano è stato scelto nel 1975 dalla amministrazione della città per un progetto di rinnovamento urbano, un settore così vasto che la sua ricostruzione avrebbe dovuto essere portata avanti per fasi che si stimava avrebbero richiesto quindici anni per il completamento. Solo qualche anno prima, gli urbanisti dell’amministrazione della città e i politici avrebbero presupposto che per fare qualsiasi cosa in quell’area fosse necessario prima di ogni cosa fare un grande e comprensivo piano dell’intervento. Ma gli urbanisti, gli amministratori e i politici che avevano precedentemente lavorato agli schemi progettuali di riempimento delle aree degradate di cui vi ho parlato avevano mutato atteggiamento in seguito a quell’esperienza. Ora erano in grado di fare assegnamento sui piccoli piani, sulla ingegnosità, il saper cogliere le opportunità e sulla varietà di questo approccio; e dall’esperienza dei piani di riempimento avevano imparato nuovi modi di pensare alla stessa pianificazione. Per questo grande settore urbano essi non hanno elaborato un grande piano completo in ogni sua parte, ma invece uno schema progettuale in grado di ospitare tanti piccoli piani. Per fare ciò hanno usato cinque principali strumenti.

Il primo consiste nel pensare a questo grande settore urbano non come a un pezzo di città separato dal resto ma come una delle componenti del tessuto urbano che deve essere riconnesso al resto da ogni punto cardinale. Solo sul lato sud non era possibile questa riconnessione perché questo punto era tagliato fuori dal resto del tessuto urbano dalla presenza della ferrovia e dell’autostrada. Così per prima cosa progettarono delle strade che avrebbero dovuto connettere senza rotture il settore con le strade esistenti. Essi si sono dimenticati degli insegnanti delle scuole di pianificazione riguardo le strade a fondo cieco e ogni altro elemento virtuale di protezione dei settori residenziali, simile ai cartelli Non Disturbare, ed hanno disposto le strade all’interno del settore urbano in modo che tutte le sue parti fossero tra loro connesse. Queste strade, vere strade urbane, non fasulle strade suburbane o rurali, insieme a una lunga e stretta spina dorsale fatta di parchi e terreni ad uso pubblico che corre da un lato all’altro del settore, sono il vero scheletro del piano.

In secondo luogo, al di là del prevedere la realizzazione di questo scheletro, essi non hanno tentato di pianificare da subito tutto il settore. Si sono limitati a progettare esclusivamente la costruzione della prima fase e a progettarla in modo generico. Al di là della previsione di un complesso residenziale e scolastico in un edificio a funzioni miste, essi non sono andati oltre la progettazione delle strade destinate ad essere costeggiate dagli edifici alti ed di altre per quelli bassi.

Terzo, hanno lasciato agli operatori immobiliari e ai loro architetti la decisione sull’aspetto degli edifici e sul tipo di abitazioni che avrebbero dovuto contenere. Nella categoria operatori immobiliari sono stati senza dubbio incluse, oltre al dipartimento alla casa dell’amministrazione pubblica, anche una grande varietà di cooperative di costruzione indipendenti e di operatori privati. Una parte delle case è destinata ad essere affittata ai residenti ed una parte ad essere venduta. Se gli operatori voglio mischiare negozi, ristoranti o teatri alle abitazioni sono liberi di farlo. Tutto ciò fa parte della strategia di lasciare spazio ai piccoli piani. Non è previsto nessun centro commerciale. I negozi si collocano dove menti diverse da quelle dei pianificatori pensano che possano avere successo.

Quarto, i pianificatori configurano altri aspetti di flessibilità del piano. Realizzando interventi sotto la supervisione dell’amministrazione della città, ciò che oggi è una casa monofamiliare può in futuro essere riciclata in un edificio d’appartamenti e viceversa. Ciò che oggi ha una destinazione residenziale può in futuro diventare commerciale, esattamente come accade in ogni vitale città soggetta al cambiamento che non si stia preparando per andare su Saturno. Anche altri operatori sono stati incoraggiati a ragionare negli stessi termini di adattabilità.

E quinto, i pochi vecchi edifici industriali in mattoni sparsi qua e là nel sito, che precedentemente erano stati considerati come facenti parte dello stato di degrado dell’area, non stati demoliti per creare una sorta di lavagna priva di tracce. Ognuno di questi vecchi edifici viene apprezzato e sottoposto a riconversione in modo da contribuire a creare alcune connessioni con il passato e con il suo stile costruttivo. Il fatto che il settore urbano contenesse così poche tracce del passato non è stato considerato come un vantaggio ma come la sua principale carenza. Il primo dei vecchi edifici industriali riconvertiti è ora occupato da appartamenti e negozi, e si tratta di un bel edificio. Piuttosto significativamente, ancor prima che il sito fosse scelto per il progetto di rinnovamento, uno dei vecchi edifici industriali era stato riconvertito in una bellissimo teatro per giovani, e naturalmente tale è rimasto.

Circa un terzo del settore è stato completato e occupato, e le sue strade sono deliziose, piene di varietà e di soprese ad ogni angolo. Si tratta di un’area così popolare e di successo che ciò che resta da costruire sta procedendo ad un ritmo più veloce di quanto i pianificatori stimassero fosse possibile. Recentemente ho chiesto all’architetto impiegato nel settore casa della pubblica amministrazione che si è occupato dello scheletro costituito dalla trama stradale e dal parco, e che ha scelto il sito dove inserire la scuola, cosa pensava sarebbe successo ad un particolare punto di notevole importanza, ancora non toccato dal processo di pianificazione. “Non ne ho idea”, ha detto. “Nessuno a questo punto del processo è in grado di sapere. Tutto ciò che sappiamo è che quando una buona idea apparirà l’amministrazione della città probabilmente la farà propria. Non dobbiamo decidere nulla fino a quel momento, e questo per il bene della decisione. Non abbiamo alcun monopolio sulle idee per questo quartiere. Perché mai dovremmo averlo?”.

Nota

[1] Can Big Plans Solve the Problem of Renewal?, in Samuel Zipp, Nathan Storring (a cura di), Vital Little Plans, New York, Random House, 2016, pp. 224-239.

L’urbanistica delle buone intenzioni

Nel luglio 1960, in un articolo apparso sulla rivista Esquire, lo scrittore afro-americano James Balwin descriveva l’impatto su Harlem della sostituzione di quei tessuti edilizi degradati, che le autorità newyorchesi avevano identificato come slum, con i progetti di edilizia residenziale pubblica. Al posto del portone d’ingresso della casa dove Baldwin era cresciuto si trovava uno di quegli striminziti alberi urbani e, alla fine del lungo isolato occupato dal nuovo complesso residenziale, la Fifth Avenue, rinomata ed elegante e tuttavia così ampia, sconcia, ostile, sulla quale esso incombeva come un monumento alla follia e alla codardia delle buone intenzioni. All’interno dei confini, segnati da tre strade e dall’Harlem River, entro i quali Baldwin aveva trascorso la sua infanzia sorgeva ciò che nel gergo odierno delle gang si chiamerebbe “il territorio” [the turf], termine che rappresenta anche i tappeti erbosi sui quali si innestano le caserme multipiano dell’edilizia popolare [1]».

Questa sostituzione della strada con lo spazio verde recintato è uno dei principi dell’urbanistica moderna maggiormente criticati da Jane Jacobs in Vita e morte delle grandi città [2]. I progetti di ristrutturazione delle aree degradate per ambiti territorialmente separati gli uni dagli altri (i turf) finivano per favorire da una parte la possibilità che le bande criminali si identificassero su base territorialmente delimitata e dall’altra che i complessi residenziali avessero bisogno di accrescere la propria sicurezza con barriere sempre più invalicabili. «Non c’è molta scelta: ovunque una parte di città venga «ristrutturata», nascerà ben presto la barbarie dei turfs. Sopprimendo una funzione essenziale della strada urbana, la città ristrutturata perde anche, necessariamente, la propria libertà [3]»». Si tratta della stessa barbarie sottolineata da Baldwin descrivendo l’odio degli abitanti di Harlem per i complessi residenziali realizzati con i programmi di rinnovamento urbano: odiosi, incoraggianti come può esserlo una prigione, un insulto alla più gretta intelligenza [4].

La critica di Jacobs ai principi dell’architettura moderna era iniziata proprio grazie alle visite ai complessi residenziali dell’East Harlem stimolate da William Kirk, direttore dell’assistenza sociale dell’Union Settlement, al quale Jacobs riconosceva di dovere l’idea di «cercare di capire il complesso ordine sociale ed economico che esiste sotto l’apparente disordine della città [5]». E’ in questo quartiere di Manhattan che Jacobs incontra l’avversione degli abitanti per i complessi residenziali basati sui turf, i quali, prima di diventare i territori delle gang giovanili, sono vaste aree a verde dove, secondo secondo i principi della lecorbuseriana Ville Radieuse, venivano innestate le torri per le abitazioni popolari. «Quando hanno costruito questo posto» – scriveva Jacobs a proposito della lamentela di una inquilina di un complesso residenziale dell’East Harlem raccolta da un’assistente sociale – «nessuno si è curato di conoscere i nostri bisogni. Hanno buttato giù le nostre case e ci hanno portati qui, e i nostri amici li hanno trasferiti chissà dove; tutt’intorno non c’è un posto dove andare a prendere un caffè o un giornale o dove trovare chi ti presti cinquanta cents. Nessuno si è preoccupato delle nostre necessità: ma i pezzi grossi che vengono qui guardano il prato e dicono: “Magnifico! ora anche ai poveri non manca nulla!” [6]». La vita di strada del vecchio East Harlem, dove – ricordava Jacobs – «nelle belle serate estive (…) i televisori vengono usati pubblicamente all’aperto [e] anche gli estranei al quartiere, se hanno voglia, si fermano a guardare[7]», veniva cancellata dal ben intenzionato verde di quartiere. Tutto ciò rendeva i complessi residenziali del rinnovamento urbano odiati almeno quanto lo sono i poliziotti, e questo la dice lunga, scriveva James Baldwin,  per il quale il rinnovamento urbano sostanzialmente significava  lo smembramento delle comunità nere e povere in nome di un’idea di progresso sociale decisa dai bianchi[8].

«Le strade e i marciapiedi costituiscono i più importanti luoghi pubblici di una città e i suoi organi più vitali.(…) i marciapiedi, gli usi lungo di essi e i loro utenti sono personaggi attivi del dramma tra civiltà e barbarie che si svolge nelle città», puntualizzava Jacobs, che alla funzione dei marciapiedi ha dedicato tre capitoli del suo libro. La strada rappresenta la civitas, la vera essenza della città, mentre i complessi residenziali chiusi nei turf, con il loro rifarsi al modello insediativo suburbano, sono essenzialmente anti-urbani[9]. Se le città che li hanno conosciuti si sono ribellate a queste presenze così estranee alla loro natura, spesso consegnandole alla desolazione e al degrado, una ragione ci dovrà pur essere e non vederla, a distanza di molti decenni, è questione con la quale l’urbanistica sta ancora facendo i conti.

 

Note

[1] James Baldwin, Fifth Avenue, Uptown, in Esquire, luglio 1960, disponibile all’indirizzo web: www.esquire.com/news-politics/a3638/fifth-avenue-uptown/. I brani qui riportati in corsivo sono stati tradotti da Michela Barzi

[2] Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi, 1969-2009.

[3], Ivi. p.46.

[4] James Baldwin, Op. cit..

[5] Jane Jacobs,  Op. cit., p.14

[6] Ivi. pp. 13-14

[7] Ivi. p. 87.

[8] James Baldwin, Op. cit..

[9] Jane Jacobs, Op. cit., p. 27.