Accorciare le distanze tra città e cittadini

Nel 1961 la giornalista e madre di famiglia Jane Jacobs pubblicava Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, una critica innovativa alla città contemporanea che utilizzava l’esperienza quotidiana, fatta di vita di quartiere e di spostamenti con mezzi pubblici o a piedi. Nella interpretazione di Jacobs la città-macchina, che separa i flussi da cui è attraversata in modo gerarchico dall’auto al pedone, è rappresentativa di un’idea di società al cui vertice c’è il maschio adulto (e bianco) lavoratore ed automunito.  La sua visione era esattamente opposta a quella del deus ex machina dei lavori pubblici di New York, quel Robert Moses contro i cui grandi progetti di trasformazione urbana – portati avanti a colpi di autostrade urbane usate come mannaie nella densità del tessuto urbano – essa si era a lungo battuta.

Vita e morte delle grandi città è un libro sulla diversità urbana che individua quattro fondamentali fattori in grado di generarla almeno alla scala del quartiere, cioè dell’unità minima dell’organismo urbano: la presenza del maggior numero di funzioni di base (abitazioni, attività commerciali, imprese, servizi, ecc.), la piccola dimensione degli isolati che ha come conseguenza il maggior numero di strade da percorrere e di “angoli da svoltare”, edifici di diversa età e condizione e una buona densità di popolazione per  favorire l’incontro delle persone. Si tratta di aspetti che la città razionalista del ‘900  ha variamente contrastato, preferendo separare le funzioni,  dimensionare al massimo edifici e isolati, prevedere zone omogenee per tipologie edilizie e densità e facendo in modo che quest’ultima fosse sufficiente bassa da prevenire i problemi di carattere igienico e sociale del sovraffollamento.

Nel mezzo secolo trascorso dalla pubblicazione di quel libro le critiche all’idea meccanicistica dell’ambiente urbano che vi sono contenute hanno avuto una vasta eco e tuttavia in pochi hanno colto la precisa relazione che esiste tra la donna che l’ha scritto e le argomentazioni che vi sono sviluppate. Il fatto che Jacobs appartenesse al genere femminile è quasi passato inosservato, come se la più radicale critica della città novecentesca non avesse nulla a che fare con il suo essere stata pensata da chi non apparteneva al genere dominante.  Eppure  il concetto di genere, se  utilizzato come un indicatore della condizione socio-culturale- piuttosto che biologica –  delle persone,   può efficacemente fungere da criterio di valutazione e di indirizzo delle politiche urbane non solo sotto il profilo dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra uomini e donne ma anche delle sue ricadute sulla società nel suo complesso.

 

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Foto: M. Barzi

A questo riguardo l’esperienza avviata a Vienna a partire dagli anni ’90, con più di sessanta progetti pilota nel campo della pianificazione urbana ispirati al gender mainstreaming, può essere considerata come una delle applicazioni più significative dell’idea di diversità urbana – da incentivare e preservare – anticipata da Jane Jacobs. Il fatto che persone di diverso genere, età, condizione economica, sociale e culturale abbiano modi diversi di usare lo spazio urbano determina il modo in cui la città si trasforma. Si tratta, molto concretamente, di accorciare le distanze tra le strutture fisiche che costituiscono la città e i suoi utilizzatori in relazione alle loro diversità. Ciò vuol dire più spazio pubblico in termini di quantità ed accessibilità, un’idea di mobilità che consenta a tutti di spostarsi agevolmente e in sicurezza, una forte integrazione tra residenze, servizi e le varie funzioni urbane, una particolare attenzione per i bisogni di chi, oltre al lavoro retribuito, impiega buona parte del proprio tempo per quello gratuito di cura. In altri termini, una città che utilizza le necessità delle donne come indicatore per le sue trasformazioni  finisce per essere più attenta ai bisogni della società e delle sue diverse componenti.

L’idea di realizzare insediamenti  residenziali dotati di servizi  è vecchia di quasi due secoli e discende dalle differenti applicazione delle varie utopie urbanistiche alle quale appartiene, ad esempio, il falansterio di Fourier. A Vienna, durante la stagione socialista tra il 1919 e il 1933, essa aveva trovato una diffusa applicazione in una serie di interventi pubblici che hanno testimoniato l’efficacia del ruolo della municipalità nella politica della casa. Anche in quel caso la trasmigrazione dal contesto edilizio a quello urbano di un approccio che considera l’abitare non confinato nelle mura domestiche costituiva l’aspetto innovativo. Lo sviluppo successivo di questa idea che integra la casa alla città a Vienna ha riguardato anche la progettazione delle aree verdi, il miglioramento dei percorsi pedonali  e l’accessibilità del  trasporto pubblico. Il principio è che la città debba essere prossima alla vita dei cittadini: accorciare le distanze significa più servizi, attività commerciali, spazi ei trasporto pubblico in prossimità dei luoghi dove le persone vivono e lavorano. Vuol dire, in sintesi, una visione dello spazio urbano in cui prevalga l’interesse pubblico, perché solo così si può sostenere quello privato.

Riferimenti

Una versione di questo articolo è stata pubblicata da InGenere il 10 settembre 2015.

Sull’esperienza viennese si veda anche M. Barzi, Cara signora, l’urbanistica non fa per lei, Millennio Urbano, 23 ottobre 2013 e Redazione, Il differente bisogno di spazio urbano, Millennio Urbano, 12 luglio 2015,

City of Vienna Gender Mainstreaming in Urban Planning and Urban Development.