Jane Jacobs (1916-2006)

Jane Isabel Butzner, nata a Scranton Pennsylvania il 4 maggio 1916, dal 1944 è nota come Jane Jacobs in virtù del matrimonio con Robert, architetto. Da questa unione, oltre ai figli Jim, Ned e Mary, nascono anche le idee di radicale critica alla pianificazione urbanistica novecentesca contenute in  Death and Life of Great American Cities, pubblicato nel 1961 e tradotta in molte lingue, tra cui in italiano nel 1969 con il titolo Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane.  Con questo libro Jacobs intendeva occuparsi di come le città funzionino nella vita reale, perché questo è l’unico modo per capire quali principi urbanistici e quali metodi d’intervento possano giovare alla vitalità sociale ed economica della città, e quali invece tendano a mortificarla. In esso le basi consolidate dell’insegnamento e della pratica urbanistica vengono sistematicamente messe in discussione da un’analisi dell’organismo urbano fondata sull’esperienza diretta delle sue funzioni e sulla osservazione dei meccanismi che ne sostengono la vita.

L’idea di città sulla quale erano internazionalmente improntati i progetti urbanistici a partire dagli anni Trenta aveva un modello di riferimento, la Ville Radieuse di Le Corbusier, che secondo Jacobs somigliava ad un meraviglioso giocattolo meccanico e per di più era, come opera di architettura, di una semplicità, una armonia e una chiarezza abbaglianti. Al contrario la sua lettura della complessità urbana era finalizzata a mettere in evidenza l’ordine intrinseco che sottende il caos apparente di quel particolare ecosistema che è la città.

New York, dove la diciottenne Jane si trasferì nel 1934  dopo il completamento della scuola superiore, era il punto di osservazione ideale del funzionamento di una grande città e le diverse esperienze lavorative che annoverò nei primi anni della sua esistenza metropolitana, dopo aver abbandonato la città natale duramente colpita dalla Grande Recessione del 1929,  contribuirono ad approfondire la sua conoscenza dei meccanismi dell’economia urbana. Gli articoli pubblicati nel 1937 sulla rivista Vogue, nei quali la ventunenne Jane descriveva i distretti newyorchesi delle pellicce, dei diamanti e dei fiori, sono un primo esempio del suo interesse per l’argomento.

Dopo un paio d’anni passati a studiare geografia, storia, legge, filosofia e scienze naturali presso l’Extension program della Columbia University, Jane cominciò a lavorare nel campo della comunicazione: dal 1941 al 1943 per l’organo dell’industria metallurgica The Iron Age, e, fino al 1952, per l’Office of War Information  e la rivista del Dipartimento di Stato Amerika. A causa del modo poco ortodosso con cui affrontava le questioni trattate nella sua attività di redattrice e di impiegata di agenzie di stato, venne sospettata di simpatie comuniste e interrogata due volte tra il 1948 e il 1952. Il suo pensiero indipendente si era formato in ambito famigliare; il padre medico e la madre infermiera l’avevano lasciata libera di seguire le proprie inclinazioni e di farsi notare dalle istituzioni scolastiche per il suo carattere insofferente all’autorità.

Nel 1952 ottenne un impiego nella redazione di Architectural Forum, inizialmente con il compito di occuparsi di progetti di ospedali e scuole. Da quella posizione Jacobs potè studiare i piani di rinnovamento urbano che nel secondo dopoguerra stavano cambiando il volto di molte città americane. Ma il suo interesse per l’urbanistica ebbe modo di applicarsi ben oltre le pagine della rivista per la quale lavorava: dal 1955 fino al suo trasferimento a Toronto nel 1968, Jacobs fu un’instancabile attivista del comitato di difesa del Greenwich Village che si opponeva ai progetti di demolizione e ricostruzione di alcuni settori, considerati fatiscenti, della parte meridionale di Manhattan e al progetto di una autostrada urbana che l’avrebbe attraversata da nord a sud. Tra gli oppositori della Lower Manhattan Expressway vi era Bob Dylan, che compose una canzone per il comitato di protesta le cui parole furono scritte da Jacobs.

In Downtown Is for People, pubblicato dalla rivista Fortune nel 1958, Jacobs affrontò per la prima volta organicamente gli effetti sulle zone centrali delle grandi città americane dei piani di rinnovamento urbano. Di qui prese forma l’idea di scrivere quell’ attacco contro gli attuali metodi di pianificazione e di ristrutturazione urbanistica che è Vita e morte delle grandi città, la cui pubblicazione fece della sua autrice una figura ispiratrice per tutti coloro che si opponevano a quei piani in cui la parola rinnovamento corrispondeva ad autostrade urbane e massicce demolizioni dei centri storici delle città. La sfida di una madre di tre figli priva di laurea alle idee dominanti dell’urbanistica fu subito considerata dai sostenitori dell’urban renewal qualcosa di inaudito.

Nel 1968 arrivò il momento di abbandonare New York. Dopo l’arresto, insieme, tra gli altri, a Susan Sontag, avvenuto durante una storica manifestazione a Washington contro la guerra del Vietnam e dopo quello seguito all’interruzione della pubblica audizione del progetto Lower Manhattan Expressway, stanca di doversi continuamente opporre al governo federale e locale, la famiglia Jacobs decise di trasferirsi a Toronto anche per evitare la galera ai due figli maschi che avevano scelto l’obiezione di coscienza contro la guerra.

Con The Economy of Cities del 1969 (pubblicato in Italia nel 1971 con il titolo L’economia delle città) Jacobs proseguì la messa a punto della sua visione alternativa della natura urbana. Nato dalla curiosità di sapere perché alcune città crescono mentre altre ristagnano e poi decadono, il libro rovescia l’idea consolidata che individua la nascita della città nello sviluppo del villaggio rurale, dogma che sottende i tentativi moderni e pratici di sviluppo economico pianificato. Un altro attacco, quindi, alle idee dominanti dei pianificatori a lei contemporanei. L’economia urbana, suo oggetto di studio sin dai tempi dei suoi articoli per Vogue alla fine degli anni Trenta, diventa quindi il  campo d’indagine privilegiato. Su di esso tornerà nel 1984 con la pubblicazione di Cities and the Wealth of Nations e di questioni economiche e sociali si occuperà ancora nei suoi successivi libri: Systems of Survival (1992), The Nature of Economies (2000) e Dark Age Ahead (2004).  In quest’ultimo Jacobs ritorna sulla sua esistenza newyorchese e su come essa le sia stata di grande aiuto nella comprensione del funzionamento delle città.

Muore a Toronto il 25 aprile 2006 a pochi giorni dal suo novantesimo compleanno.

Riferimenti

Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata nella Enciclopedia delle donne.

L’immagine di copertina è tratta da inhabitat.

 

Diario napoletano (2008-2010)

Metto in vendita la casa.

La tettoia della veranda, la guardo dai gradini della serra, è anche sghemba. Non solo sporca. È proprio ondulata, come mare “di sotto”. Una sorpresa. Tremila euro, se va bene. Guardo la notte, il giardino siluetta su cielo e città; non m’ero mai seduta sui gradini della serra. Perché me ne devo andare ? la mia vita sui gradini della serra trova ombelicolo e spaccatura, insieme. Cosa, più del giardino d’agrumi in notte ‘mbarsamata, potrà cantilenare di me a me stessa ? E Napoli pare mansueta. Pare se stessa delle canzoni, che chiunque ci vuole stare dentro; e, manco a dirlo, ci può stare. Basta non andarsene, e non andare per strada. Non è vero che solo i bancarielli di cocaina e kalashnikov. Non c’è bisogno di dire, pensare questo, sbagliavo. I giochi sono già fatti e peggiorano. Se andrò in un’altra casa o in un’altra città: prima cosa, avere le piante di sapore e sopravvivenza, alloro, timo, basilico, menta e nepitella, rosmarino, salvia. Non sarà difficile. Invece, mi arrangerò per i limonidisorrento; certo, sarò più timida a grattarne la buccia pure quando avranno assicurato che “non è trattata”.

Mi sveglio infine che fa giorno in grande nebbia. La città è velata, luci fioche di tangenziale. Dal buio delle quattro un augellin bel verde canta, mentre cerco di riaddormentarmi, mentre m’accorgo che corpo e testa stanno sregolati dal poco riposo, mentre mi rassegno ad alzarmi. L’augellino canta e ancora una volta come ogni volta rifletto d’aver fatto nullo progresso dall’augellin bel verde della nonna, dal brusio posticcio di “è forse l’allodola…” ; continuo a ignorare a quale specie appartengano le creature che mi risvegliano dal mio giardino. Grato. Come il cielo quando finalmente alzo il naso dalla suburra digitale. Il Cielo stellato, per fortuna mia, di Obelix e di Immanuel, ancora non cade. Anche se invano cerco di distinguere tra Piccolo e Grande Carro. I futuristi italiani facevano grandi appuntamenti di città in città per presenziare dall’alto le inaugurazioni dell’illuminazione elettrica notturna; i lampioni a gas si accendevano gradualmente e a zone, lorsignori futuristi vollero provare l’emozione di veder la città, quella o un’altra, accendersi d’un botto afono. Cerco e trovo qualcosa di vicino:

La domanda che si pone è se, e in che termini, nella città ‘postindustriale’ si percepisca la distinzione tra luce naturale e luce artificiale, tra illuminazione diretta e indiretta, se, e in che termini, la luce artificiale continui ad avere lo stesso effetto di shock visivo proprio della città moderna; quale è il ruolo, e quale il significato dei progetti di luce nella città postindustriale”

Così come stavo addormentata, in pettola, mi affaccio dall’alto ai giardini del porto, il pontile è un’imbarcazione in movimento, su cui si muovono turisti, un bimbo una bimba i loro genitori, io stessa; li sento parlare: nemmeno pugliesi, sono turisti casertani, l’orizzonte del nostro porto si è ristretto. Il cielo è giallo, pieno di uccelli a due a tre a stormi, svolazzano o vanno in picchiata; di ciascun gruppo tento individuare il nome ma riesco solo a : “poiane” “folaghe” “pappagallini”. Sono bellissimi; chiamo i bimbi, che li guardino. Non sono tutti marroncini passeracei, di uno vedo il piumaggio bianco azzurro, di un altro la mascherina verde e marrone intorno all’occhio, di altri terragni le code di fagiano e pavone. L’acqua riflette le torri del Castello; la bimba sta a cavalcioni del parapetto dell’imbarcazione, sento forti tonfi di caduta nell’acqua, non sono gli uccelli in picchiata, ma paracadutisti in esercitazione, piccoli aerei stanno bassi su Mergellina, noi e gli uccelli tra Beverello, Castel dell’Ovo e Mergellina.

Il castello riflesso è come Castel Nuovo, il cielo giallo tropicale uniforme. Guardo in giù, c’è una terrazza ingombrata da tubi, è un giardino in manutenzione elettrica, non riesco a datare secolo e durata della manutenzione, mi pare disdicevole che non sia completata ora che è stagione di turismo. Spingo la barca a riva, con gran fatica, ma i bimbi sono su un’altra, anzi bimbi padre e barca loro sono spariti. La madre ed io, in affanno, ne andiamo chiedendo ai funzionari e organizzatori della gita, impiegati di questo porto che ora è Castello di Capodimonte, stanze di terra decrepite; ci ignorano, sbarrano luci e porte: “E’ l’una, si chiude !”. Scalmano nella loro indifferenza: “dov’è il dirigente”. Compare un omino, è lui il dirigente, vuole ammansirmi : “lei non può rivolgersi così a queste persone, lavorano qui da otto generazioni sono i figli dei figli dei figli….” “Appunto !” gridavo disperata, ficcavo le unghie nei muri e grattavo: “sono come vermi, vermi in questi muri”.

Il giardino d’agrumi è uno dei terrazzamenti più bassi della collina di San Martino e circonda la casa che abito sulla via Pedamentina, antica scalinata su cui, pochissimi, viviamo un altro tempo, la scansione contemporanea dicendo “convivenza con il livello più basso del sistema”. L’insediamento borghese è commovente; ci sono gli stranieri, gli artisti, perdurando il tessuto di sempre, il temibile sfrantumariat. I bambini del vico fecero sassaiola sulla dottoressa che scendeva con il neonato in braccio, il tufo passò fra le due teste. Urlò, risalì di poco e li affrontò, sempre col pupo in braccio, riuscendo quasi a sorprenderli. Già s’erano affacciate, corsero, scesero tutte le madri dei sassatorelli e si misero tra loro e lei facendo, a lei, ulteriore sassaiola d’insulti; a loro, esempio e ripristino di legge: né vincitori né vinti. Il tufo era un blocco irregolare di 20 centimetri. Il cielo è dappertutto, negli occhi, alle ginocchia, sopra le spalle, sulla testa; il vulcano, la città in perenne dettaglio, il porto. Le anse della Pedamentina intrecciano anni feroci, non scalfiti dal poco Ottocento. L’energia, il possibile sviluppo è sospeso, rubato dai cadaveri delle segrete del Castello, che arrivavano sin qui. E male si saran portati anche i monaci, queste erano terre loro. La maledizione più forte sta in un tempio greco nascosto sotto uno dei palazzi ottocenteschi, “ma no, l’unica chiesa è quella abbandonata, in fondo al vico”. Balle, visibilità sopraggiunta. Io resto convinta, l’ho sognato.

Dal Trecento la scala appartiene al Castello e alla Certosa, ai cui ingressi principali, unica tra le scale della collina, era ed è la strada più diretta, consistenza urbanistica lancinante, immutata, ingovernabile. Meglio ignorarla. Anche in provvedimenti salvifici, il Legislatore sembra paventare il concetto di Rilevanza Storica e Urbanistica e, qualora lo espliciti, ha cura di non agganciarvi il dettaglio : “Pedamentina a San Martino”; nelle svariate deliberazioni si susseguono sintesi generiche quali Vincolo d’Insieme per l’intera Collina di San Martino e Zona di Notevole Interesse Pubblico (1954), Zona di Castel Sant’Elmo e Zona di Notevole Interesse Pubblico (1956), Castel Sant’Elmo con la Certosa di San Martino e relativa collina (1995), la Collina del Vomero con San Martino (1998).

Il Comune delega il ritiro munnezza a mezza scala, ogni quindici giorni rimuove i cocci e le munnezze – un tappeto – lanciati dal piazzale; sotto elezioni espianta le erbacce. Punto. Cielo e alberi vicini, l’alba mi arriva nel sonno con un suono gentile. Non è il cinguettio degli uccelli a svegliarmi : è prima, è come se la luce avesse un suono non percepibile che sintonizza lentamente il mio corpo prima che io apra gli occhi. Poi percepisco il cielo muoversi, mi alzo, tutto sembra ancora il grigetto azzurrando indistinto e fermo, invece più chiaro azzurrando si muove al giorno, un nuovo giorno, carnale, dal cielo.

Dove ci sono palazzi alti, mi perdo. Se vado a dormire dove il cielo è lontano, ricomincio a dare i numeri. Devo tenerne conto per la nuova casa: contadina dislessica, gli ansimi televisivi dei dieci piani rotanti, sia pure con ascensore e cortile interno, mi uccidono o mi rendono moralmente inaffidabile, comunque invisa a me stessa. Come posso andare in un cortiletto detto giardino in mezzo a tutti quei tufo-cementacei che gli tengono la mano in capa ? la finestra con le sbarre, la stanza da letto affacciandosi sulle sbarre del garage di fronte ? Quanto ci metterei a sentirmi davvero infelice ? E d’altra parte come posso restare qui nel giardino troppo grande che mentre s’apre sulla città mi sfugge di mano con disonore ?

Non scendo quasi mai in città. Però il 25 Aprile, siamo andati con il cugino americano al bar che mi ha “insegnato” Niha quando son tornata; al molo inondato di sole, sole forte, aperitivi, turisti, famigliole, fidanzati, pescatori del dì di festa. Tutta la giornata è stata un salire e scendere di casa, in mezzo alla folla e al sole. Tra un’attesa e l’altra mi sono anche seduta al bar azzeccato alla funicolare dell’Augusteo, stavo bene, guardavo la gente, le cacche spiaccicate sulle aiuole incolte, le palme frondose e basse, foglie larghe e piene che oscillavano su giù piano piano, sciosciavano qui-ovunque nel Mediterraneo, chiare e dolci. Che caspito di posto intraducibile pure a se stessi. Privo di decoro, non distante da alcun orrore, allegro. Bevevo schweppes, a piccoli sorsi.

A dicembre ho messo in vendita la casa, a marzo ne l’ho tolta. Ho offerto stanze in ospitalità a questo a quello, disdicendo quando accettavano. In primavera, prima delle elezioni, è cominciato il Grande Spettacolo per le Allodole, munnezza in fiamme, sommosse acquetate in televisivi successi e spot; la diossina ha cominciato a spirare, di notte soprattutto, e tuttora. La televisione me l’ero già “tolta”, non se ne poteva più, rischiavo pure di morire abbruciata di sigaretta depressa; pago il canone perché tanto non c’è disdetta che tenga: quelli sono come la munnezza, ti trovi in mano alla gestline/equitalia pure se non t’hanno mandato le bollette e non hanno ritirato da sei mesi, ti ipotecano la casa anche per euro sei.

Sono stralunata e precisa, e tengo un problema, di più, ma due ossessivi: a) come parlano come scrivono quelli che parlano per opporsi alla mappazza mediatica; b) molti di loro continuano a datare l’aspetto locale della Tragedia al tempo fra le due elezioni del Sindaco di Napoli 1992 -1997, quando tutti sapevamo e sanno che senza patti con la camorra da mai si governa Napoli, figurati in pieno tormentone Mani pulite; ma i ciurletti continuavano a parlare di “questione morale” a Napoli, manco fossero Berlinguer prima dell’ammazzamento di Moro. Queste due ossessioni temo che siano collegate, non solo nella mia mente, nei fatti. Metto l’acqua a scorrere in giardino, i balconi aperti : l’estate circola di luci vocianti dalle finestre aperte. Il ragazzo di su vuole “solo insalata di pomodori”, la ragazza che affaccia sul vecchio arancio scotoletta e frigge – co’ ‘sto caldo, sento la mano battere sulla panatura e pure l’olio che strasfrigola – urlando ai pupi di non urlare; nel vico chiamano al rientro i figli come io chiamo i gatti, uguale: infatti all’inizio i bambini mi facevano il verso ad ogni nome di gatto straneggiandosi di classe, censo e specie e sociologia. Alla fine, s’acquetarono in narrativa : “signora dei gattini” urlavano per ogni pallone da recuperare a qualsiasi controra del giorno e della notte.

Dormo in cucina, il gatto sulla testa, la micia sui piedi; il cane irrequieto sul tappeto, vuole tornare nelle stanze del centro casa, io no. La cucina accoglie e ristora la mia condizione di migrante, nomade, bracciante della casa. La camera da letto offre un riposo “totale”, senza interruzioni né memoria, ma al terzo giorno si fa limaccioso, qualcosa tira giù, lontano ed entra nei sogni e poi negli stati d’animo; con buona pace del mio feng shui for dummies, continua a non essere una buona camera da letto. Forse perché – a parte la cantina – sta nella parte più bassa di questa casa puzzle e dai livelli sfalsati; o forse per la storia dei due poveretti morti “durante un bombardamento” mentre raggiungevano il rifugio, cioè proprio la nostra cantina, sotto la camera da letto; c’è ancora una strana porta-finestra affacciata nel vuoto.

Non riuscivo a capire l’intrico di vecchi e nuovi passaggi; e soprattutto come qualcuno potesse essere stato ucciso dalle bombe in questo punto preciso dove le bombe non sono cadute; ho cercato e così mi sono imparata : bombardamenti 1943, poi gli aerei scendevano bassi per mitragliare. La cantina è la fabbrica più antica della casa; coeva al Castello, o di poco posteriore, dice il mio amico indicandomi dall’esterno il tipo di tufo e le arcate che proseguono anche sotto il giardino. Ci hanno abitato come in delle grottelle, per secoli. Poi, vario deposito. Durante la guerra, rifugio: dal viottolo una scala stretta portava all’imboccatura, ora porta-finestra; su quella scala furono falciati. Più o meno, sotto il nostro letto.

Dentro, la cantina è tutta a volte; una, sotto la stanza da letto, era murata: la facemmo aprire, ci fermammo subito ma i guai erano già cominciati. Avremmo potuto continuare, di seguito ce n’era un’altra sotto il giardino e poi dopo piegando verso la collina, avremmo trovato le cisterne e sotto altre cisterne. Di chi è tutta questa roba ? Quando scendo in città dalle scale, tre gradini precisi dopo la casa che fu della fata vecchietta, la mia mente sta erogando pensieri scuri : paura di inciampare, pensieri di morte mia o altrui, senso che il nero della città è troppo per consentire vita onorevole. Non me ne sono accorta subito e continua a ripetersi. La scala in quel punto si prende uno scarto di pochi gradi sulla pendenza, una vertigine d’incertezza tra finestre e portoncini sempre chiusi – subito dopo i gradini piegano decisamente a destra.

Al punto di confine, dove appena si comincia a intendere la città e se ne intravvedono i palazzi, la scala piega, io sento freddo e temo mettere il piede in fallo. Mi alzo per cambiare posizione al battente della finestra sporgendomi in tutta la profondità del muro, il Castello saetta tra le finestre di fronte e la mia, moltiplicandosi su vetri chiusi, doppi vetri aperti e battente. Resto con lo sguardo a mezz’aria. Questo gli Spagnoli non l’avevano previsto ! Nessuna delle costruzioni antiche affacciava verso il Castello. Le nuove, Ottocento e Dopoguerra, improvvide, sì. E se ne rimbalzano l’icona in frecce silenziose, schegge subliminali. Altro che Crocifisso nelle aule.