Città metropolitane: luoghi comuni

Quando le Città metropolitane (CM) sono state introdotte nel quadro istituzionale italiano molti (vedi ad esempio la nota illustrativa ANCI sull’attuazione della legge 56/2014, di seguito citata) avevano pensato che potessero: “…segnare una svolta fondamentale per il governo territoriale del nostro Paese … conseguendo una nuova capacità di coordinamento dell’azione complessiva di governo del territorio metropolitano … e quindi … svolgere un ruolo fondamentale, per l’elaborazione e l’attuazione di politiche volte alla crescita ed alla occupazione, alla semplificazione burocratica ed alla efficienza dei servizi, alla digitalizzazione dei territori e al rafforzamento delle forme di civismo e di partecipazione.”

A fronte di queste formidabili aspettative, le CM sono riuscite in questo lasso di tempo ad impostare un percorso innovativo tale da consolidare un sostanziale miglioramento delle azioni di governo del territorio? Hanno parlato al cuore delle comunità metropolitane dando la concreta speranza di una svolta da troppo tempo attesa?

Probabilmente no e sembrano anzi entrate in un cono d’ombra, premessa di silenziose uscite di scena. Per rianimare l’attenzione e chiarire qualche fraintendimento vorrei offrire alcuni spunti utilizzando il punto di vista, poco frequentato, dei “luoghi comuni” e delle diverse accezioni che questo termine può assumere.

Metropoli / Megalopoli. La prima accezione del termine “luogo comune” è: “stereotipo”. Molte persone, tra cui anche diversi Amministratori metropolitani italiani, poco informate e culturalmente pigre, legano il termine CM a realtà come New York, Londra, Parigi. Non so quanti citerebbero Jing-Jin-Ji che, a seguito della fusione di Pechino con Tianjin e la provincia dello Hebei, si appresta a diventare una super-megalopoli di 110 milioni di abitanti, circa 5 volte maggiore di New York, Londra e Parigi messe insieme.

Lo stereotipo dimensionale è di origine soprattutto americana. In Europa non è così: come documenta approfonditamente un recente studio di Carrer e Rossi (Le Città metropolitane in Europa, prodotto per IFEL 2014) la definizione di Città o Area metropolitana è molto sfaccettata e si basa soprattutto sul modello di governance di una determinata situazione urbana, anche al di là di assetti normativi e legislativi.

Tra le Città metropolitane citate dallo studio ci sono ad esempio Porto (230.000 abitanti) o Rotterdam (610.000 abitanti), la cui dimensione non risulta certo determinante per il ruolo metropolitano ad esse affidato.

Da questo stereotipo deriva l’idea degli opinionisti nostrani che le uniche CM italiane degne di questo nome siano Roma, Milano e Napoli, con un conseguente declassamento delle altre ed una sottintesa finalità di far convergere solo su queste tre realtà le risorse finanziarie e gli atout strategici nazionali: il cono d’ombra potrebbe forse servire allo scopo.

Infrastrutture e spazi pubblici. Una seconda accezione di “luoghi comuni”, o per meglio dire collettivi, riguarda le infrastrutture e gli spazi o servizi pubblici che in qualche modo si differenziano dagli spazi privati.

La mobilità interna all’area metropolitana è ritenuta elemento cardine. Forse perché quando si parla di “metropolitana” la prima cosa che viene in mente è la rete di trasporto pubblico in sede propria di cui sono dotate molte grandi città. Una città servita da una “metropolitana” viene considerata solo per questo come “Città metropolitana”. Si utilizza una metonimia, figura retorica che scambia l’effetto (la presenza di una rete trasportistica in sede propria) con la causa (la necessità di corrispondere ad una consistente domanda di mobilità in un’area urbana vasta).

In realtà la mobilità urbana è solo una delle esigenze che richiedono servizi di livello metropolitano: pensiamo ad esempio, oltre ai collegamenti infrastrutturali esterni, all’accesso alla rete informatica, a servizi finanziari internazionali, all’offerta culturale scolastica, universitaria e di ricerca applicata, alle reti energetiche, di approvvigionamento idrico e di riciclaggio o smaltimento dei rifiuti, ai parchi ed alle reti ecologiche, alla promozione del territorio attraverso strumenti di marketing territoriale, ecc.

Un parametro poco appariscente ma significativo riguarda la qualità e l’organizzazione degli spazi pubblici. Chi frequenta CM consolidate sa che, ovunque ci si trovi, al centro come in periferia, si ha la sensazione di vivere in una dimensione integrata perché tutti gli spazi pubblici hanno un’impronta che li accomuna e che ci fa sentire partecipi della vita dell’intera Città.

Riferimenti

L’immagine di copertina è tratta da Wikipedia.

Teoria e prassi dell’urbanistica. L’A.S. Roma e il suo stadio privato

I rapporti tra teoria e prassi, “l’alto” e il “basso” di ogni concezione razionale del mondo si presentano in svariate forme nella storia delle idee. E tuttavia, scriveva Gramsci, “il problema dell’identità di teoria e pratica si pone specialmente in certi momenti storici così detti di transizione, cioè di più rapido mutamento trasformativo quando realmente, le forze pratiche scatenate domandano di essere giustificate per essere più efficienti ed espansive o si moltiplicano i programmi teorici che domandano anch’essi di essere giustificati realisticamente in quanto dimostrano di essere assimilabili dai movimenti pratici che così diventano più pratici e reali”(1).

Questa premessa teorica fa da cornice al quadro che s’intende rappresentare. Sullo sfondo una città, Roma, tra le più sgangherate capitali del mondo occidentale; al centro il grande progetto per il nuovo stadio privato dell’A.S. Roma, la squadra della capitale “core de sta città”. Tra le possibili definizioni di città, quella di R. Camagni sembra quella più funzionale allo scopo di spiegare una delle più importanti trasformazioni  in atto nell’Urbe. L’esistenza della città, scrive Camagni, implica “una organizzazione fondata sulla interazione sociale uomo-uomo, l’abbandono di funzioni produzione basate sui fattori terra e lavoro per funzioni di produzione basate sul capitale fisso sociale, l’informazione e l’energia” (2). Queste tre entità: capitale fisso sociale, informazione ed energia sono adesso, nella città di Roma, tutte ai minimi livelli storici. Si riscontra giornalmente usando i trasporti pubblici; seguendo l’insulso dibattito sui destini delle società municipali dei trasporti (una delle più importanti d’Europa con i suoi 12.000 dipendenti) o dello smaltimento rifiuti. Tutte, “fatalità”, destinate forse alla catartica  privatizzazione, previa fagocitazione del loro patrimonio tangibile e intangibile per opera dell’intero ceto politico-amministrativo locale, notoriamente composto di “formidabili forchette”. Persino l’anno giubilare, in una  città fiaccata dal degrado, prostrata dal traffico e incapace di adeguate sinergie organizzative, pare ai cittadini più un fastidio che un’opportunità di crescita e sviluppo.

Posto che questo è lo stato dell’arte in cui versa la metropoli, agli addetti ai lavori non resta che prenderne atto e formulare una teoria che giustifichi ad esempio la pubblica utilità (votata dall’attuale assemblea capitolina) di progetti come quello per lo stadio dell’A.S. Roma, il cui scopo è “quotare” sui mercati internazionali, gli unici a domanda solvibile, il capitale fisso sociale incorporato nelle opere pubbliche necessarie e funzionali allo stesso. Scrive il prof. F. Karrer, già Presidente del Consiglio Nazionale dei LL.PP. ed eminente studioso della materia, sul Think Tank Apertacontrada: “ La domanda di territorio e di città è oggi solo in minima parte espressa dal mercato locale, gli operatori di domanda sono sempre più spesso molto distanti dal locale e non sono certo motivati dall’obiettivo di rispondere ad esigenze locali” (3).

Pare lo slogan spregiudicato di un finanziere immobiliare ed è invece altissima teoria, anche se Gramsci ce ne ha già rivelate le  modeste origini. La prassi conforme ci dice invece che lo Stadio costituisce l’occasione per riversare sull’area di Tor di Valle, dal delicato assetto idrogeologico e con già denunciate criticità nella rete dei trasporti, l’ennesima colata di cemento. Circa 1 mln di metri cubi di cui solo un’esigua porzione pianificata per lo stadio, essendo la parte prevalente occupata dal Business Park ovvero costruzioni per la ricettività alberghiera unitamente a torri per uffici disegnate dalla immancabile archi star Libenskind, in questo caso in tandem con l’irrinunciabile paesaggista Kiper, indispensabile per indorare con il miraggio del parco fluviale il “pillolone” costituito dalla presenza di uno fra i più estesi parcheggi a raso d’Europa. Del megaprogetto se ne occupa anche la Magistratura che ha posto sotto indagine la delibera consiliare di “pubblica utilità” approvata da Palazzo Senatorio (4). In questo come in numerosi altri casi nella nostra penisola la “domanda” non risponde a esigenze “locali” bensì “molto distanti”. Il proponente è infatti James Pallotta, tycoon di Boston Massachusetts e Presidente della società giallorossa, che per l’operazione si avvale di veicoli societari con sede in un paradiso fiscale U.S.A., lo stato del Delaware (5).

Certamente la filosofia della prassi di Gramsci non necessitava di questo caso esemplare per palesare la sua potenza introspettiva. Spiace scoprire che la tassazione dei contribuenti nazionali abbia consentito anche la remunerazione pubblica di soggetti a cui “le esigenze locali” pare interessino “minimamente”. Quel tanto che coincide esattamente con quel poco. “Ahi serva Italia” scriveva accorato Paolo Sylos Labini.

(1)            A. Gramsci,  Il materialismo storico, Editori Riuniti.

(2)            R. Camagni, Economia e pianificazione della città sostenibile, Il Mulino.

(3)           Una riforma senza dibattito pubblico? Il difficile, se non impossibile tragitto della riforma urbanistica

(4)          Stadio della Roma, nodo cubature

(5)          Trigoria, Delaware: la Roma-Usa nasce a fisco agevolato

Recriminazione sul dissesto idrogeologico

Ora, il cambiamento climatico è un fenomeno reale – sostiene Vito Antonio Ayroldi (1) che però aggiunge: Presentarlo quale giustificazione del dissesto idrogeologico è un atteggiamento semplicemente stupido.

Almeno un paio di considerazioni.
Il cambiamento climatico divenuto purtroppo realtà è bene che diventi consapevolezza comune – così come la sempre minore rilevanza che, ormai nel medio-breve periodo, sono destinati ad avere eventi definiti ‘epocali’ come il recente accordo USA-Cina sulle emissioni di gas-serra.

Questa consapevolezza, e la tragica constatazione del come e in quale misura i tempi di questo maligno cambiamento si stiano accorciando, rendono relativamente oziosa la recriminazione, sia pure estesa ad un periodo a sua volta breve come ‘gli ultimi vent’anni’.
Vent’anni fa, benché fosse imminente la stipula del protocollo di Kyoto sulle emissioni (1997, l’Italia firma nel ’98, per ratificare nel 2002), l’Occidente era ancora incerto sul credito che i sostenitori del riscaldamento globale realmente meritassero…
Questo non soltanto per la conclamata malafede che portò una serie di Paesi, tra cui gli USA, a sottoscrivere ma non a ratificare il protocollo – ma, nella percezione comune, per il semplice fatto che gli effetti del cambiamento climatico non si erano, allora, ancora pienamente dispiegati.
Il Mediterraneo, venti, ma ancor più quaranta anni fa (per non parlare dei tempi in cui scriveva il giovane Calvino), non era ancora un mare tropicale, e il suo clima si percepiva ancora, appunto, come ‘mediterraneo’. I profeti di sventura tendevano a restare inascoltati…

Con questo, non si vuole ‘salvare’ la speculazione edilizia – ma disinnescare il solito meccanismo inquisitorio che a tutti i costi deve trovare un colpevole da dare in pasto alle masse.
La portata di quanto è successo in queste settimane e ancora sta succedendo tra Liguria, Piemonte e Lombardia, oggi, non può essere ascritta ne’ alla speculazione ne’ ai condoni – per quanto entrambi i ‘fenomeni’ siano senz’altro da combattere e da evitare.
Quello che drammaticamente appare come messo in gioco (a rischio, e tale destinato a restare) è la stessa potenzialità insediativa delle regioni che un tempo ospitavano il c.d. triangolo industriale dei tempi del boom: quanto – anche in termini di edilizia pubblica e/o sociale – quanto si è costruito, a quei tempi?, quanto è stata ‘colpa’?

Quando però le nazioni hanno cominciato a confrontarsi attorno a tavolo di Kyoto – giusto vent’anni fa, per l’appunto – le avvisaglie c’erano tutte, e il tempo era ancora sufficiente alla prevenzione.
Sappiamo chi ha governato, con brevi interruzioni, negli stessi vent’anni in Italia. Sappiamo che cosa ha fatto, che cosa non ha fatto e che cosa ha distrutto via via che il Paese accresceva la propria fragilità, assoluta e relativa, e la sua popolazione, a poco a poco, entrava senza saperlo nell’aera di rischio.

Più o meno da quei tempi, a riprova che i termini del problema non erano ignoti, contribuiamo (ma lo facciamo davvero?, e in che misura?) con provvedimenti di controllo delle emissioni industriali (più o meno efficienti) e, fatto più sensibilmente avvertito dall’opinione pubblica, con provvedimenti di limitazione crescente all’uso dell’auto privata delle aree urbane (anch’essi dall’efficienza dubbia).
“Questo”, lo abbiamo fatto. Sul fronte delle emissioni. E delle sanzioni che la loro repressione ha permesso e permette di introitare.

Ci si chiede con amarezza retorica che cosa invece nello stesso lasso di tempo sia stato fatto (o appunto non fatto o distrutto) sul piano operativo della cura del territorio inteso come supporto fisico, sul contenimento del rischio, sulla cura del reticolo idrografico superficiale.

Ci si chiede anche (a fronte della minacciosa ondata di piena che rischia di gonfiare, complice la riforma degli estimi catastali, le tasse sulla casa, che spesso è la prima ed unica casa) che cosa mai si sia fatto per rendere quella cura obbligo cogente e seriamente sanzionato da parte dei proprietari assenteisti degli ex fondi agricoli in cui sono ritagliati i versanti montani in tutta Italia.

Non è solo il suolo ‘consumato’ dall’edilizia il responsabile (fisico) di quanto accade – è anche il suolo intatto e magari paesisticamente ‘panoramico’ e ‘bello’ a gonfiarsi d’acqua che non trova canali di sfogo, fino a quando non è costretto a franare e ad uccidere come negli ultimi giorni…

Nota

(1) V. A. Ayroldi, Alluvioni: inadeguatezze pubbliche e responsabilità private, Millennio Urbano, 18 ottobre 2014