“Ciao Amore, Ciao”, Luigi Tenco (1967)

Contributi Musicali all’Urbanistica | Puntata 4
Perché non provare a leggere i fenomeni urbani e suburbani attraverso gli indizi lasciati dalla musica?

Continua il percorso nella musica italiana del secondo dopoguerra.Dopo lo sguardo sulla via Gluck di Adriano Celentano e la risposta di Giorgio Gaber, resta ancora un contributo da valutare, che si distacca dai precedenti per delicatezza e profondità.

Stiamo parlando di “Ciao Amore, Ciao” (*) di Luigi Tenco, compositore italiano attivo tra il 1959 e il 1967, anno della morte, avvenuta a soli 28 anni in condizioni decisamente travagliate.La sua vita è stata segnata sin dall’infanzia da eventi traumatici, che hanno inevitabilmente contribuito alla costruzione del carattere e della personalità introspettiva e contro-corrente di questo artista.

Tenco nasce nel 1938 da una relazione extraconiugale della madre con un ragazzo sedicenne di una famiglia benestante di Torino presso cui prestava servizio come cameriera.

Allontanatasi da Torino, Luigi nasce a Cassine e prende il cognome del marito della ragazza, Giuseppe Tenco, che morì in circostanze mai del tutto chiarite prima che lui nascesse. Spostatosi poi con la madre a Genova, nel 1953 comincia ad interessarsi al panorama jazz, suonando prima clarinetto e poi sax. Nel 1959 si trasferisce a Milano e comincia a lavorare presso l’etichetta discografica Ricordi, avendo modo di fare importanti conoscenze. Le prime incisioni risalgono al 1961, seguite da altre, molte delle quali bloccate dalla censura, e da due apparizioni cinematografiche.

L’ultima apparizione pubblica fu il festival di Sanremo del 1967, in cui Tenco presentò il brano “Ciao Amore, Ciao” insieme alla cantante francese Dalida. Il brano di Tenco non venne apprezzato dal pubblico e non fu ammesso alla serata finale del Festival. In effetti, anche se il titolo fa pensare all’ennesimo polpettone rosa, il testo è costruito come la lettera di un ragazzo alla sua fidanzata, in cui racconta le difficoltà per integrarsi in una metropoli arrivando da un ambiente contadino.

L’amore non svolge il ruolo di oggetto dell’analisi, ma come pretesto per effettuare delle considerazioni sul passaggio della società italiana da un’economia prevalentemente agricola ad una di tipo industrializzato:

Saltare cent’anni in un giorno solo,

dai carri dei campi agli aerei nel cielo

Se Celentano e Gaber leggevano il boom edilizio con gli occhi di ragazzi nati a Milano o al massimo nella periferia, Tenco offre un punto di vista totalmente nuovo, anche nella descrizione dei colori percepiti trasferendosi dalla campagna (e non dalla periferia) alla città:

La solita strada, bianca come il sale

il grano da crescere, i campi da arare.

Guardare ogni giorno se piove o c’e’ il sole,

per saper se domani si vive o si muore

E poi mille strade grigie come il fumo

in un mondo di luci sentirsi nessuno.

Non saper fare niente

in un mondo che sa tutto

Tenco riesce a descrivere con realismo anche la disillusione data dalla mancata integrazione nel nuovo ambiente: dal “dire addio al cortile, andarsene sognando” al “non avere un soldo nemmeno per tornare”. E se nella Downtown di Petula Clark le luci al neon erano pretty, nella città industrializzata di Tenco sono solo un altro elemento che stranisce l’immigrato, lo omologa e lo spaventa. E intrinsecamente lo porta ad ammettere di aver perso tutto quello che di buono aveva prima, compreso l’amore.

Il pubblico italiano del Festival di Sanremo del 1967 non aveva però colto questi sintomi di disagio sociale (oppure, come al solito, ha voluto semplicemente nasconderli sotto il tappeto). Ha eliminato il brano, ma non sapeva che avrebbe anche eliminato una personalità artistica in grado di descrivere e denunciare in poche e semplici parole, attraverso uno dei sentimenti più antichi del mondo, la difficoltà moderna di integrarsi in un mondo troppo veloce e omologante.

 

La sera del 27 gennaio 1967, la stessa dell’eliminazione al Festival, Tenco fu ritrovato morto nella sua camera d’albergo a Sanremo, a fianco un biglietto:

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno.
Ciao. Luigi.

Ciao.

Riferimenti:

Luigi Tenco – Ciao Amore, Ciao (Youtube)

Marco Romano, L’urbanistica in Italia nel periodo dello sviluppo 1942-1980, Marsilio

Marcello Fabbri, L’urbanistica italiana dal dopoguerra a oggi, De Donato

Edoardo Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza

Federica Manenti, Downtown, Petula Clark (1964-65), Millennio Urbano

Federica Manenti, Il ragazzo della via Gluck, Adriano Celentano (1966), Millennio Urbano

Federica Manenti, Risposta al ragazzo della via Gluck, Giorgio Gaber (1966), Millennio Urbano

(*) questo articolo si basa naturalmente sulla versione “Ciao Amore” eseguita a San Remo, e sui suoi contenuti in relazione all’urbanizzazione e modernizzazione italiana; come noto il testo originale, col titolo “Li vidi tornare” faceva cantare il medesimo ritornello ai miliziani risorgimentali di Carlo Pisacane in marcia verso il fronte, ma fu censurato dalla casa discografica, e sostituito dal cantautore. Qui una breve ricostruzione e il testo originale