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Contro la pseudoscienza urbanistica

Nel campo delle idee dominanti l’urbanistica della prima metà del Novecento ciò che, con la pubblicazione nel 1962 di La struttura delle rivoluzioni scientifiche[1] di Thomas Khun, si definisce cambiamento di paradigma è rappresentato dalla pubblicazione di Vita e morte delle grandi città [2]. Jane Jacobs non poteva sapere che il suo libro avrebbe messo in crisi quell’insieme di leggi, teorie, applicazioni e strumenti che determinano i modelli sui quali, secondo Khun, si basa la “scienza normale”[3], un po’ perché esso fu pubblicato nel 1961 e un po’ perché Jacobs non riteneva l’urbanistica una scienza. Il paradigma che esso aveva messo in crisi fino a determinarne la sostituzione era piuttosto quello sul quale si basava la pseudoscienza urbanistica:  «Come nel caso del salasso [per la medicina], così nel caso della ristrutturazione e della pianificazione urbanistica, è sorta, su fondamenti inconsistenti, una pseudoscienza che richiede anni di studio e una pletora di sottili e complicati dogmatismi». Attaccandone  i metodi Jacobs ha attuato il processo descritto dal libro di  Kuhn, dato che la sua analisi del funzionamento delle città nella vita reale – «l’unico modo per capire quali principi urbanistici e quali metodi d’intervento possano giovare alla vitalità sociale ed economica della città, e quali invece tendano mortificarla» – finisce per dimostrare la necessità di sostituire l’insieme di leggi, teorie, applicazioni e strumenti «della moderna urbanistica ortodossa»[4].

La rivoluzione attuata da Jacobs attraverso la sua peculiare analisi dell’organismo urbano non è però frutto di una illuminazione improvvisa. Essa ha la sua matrice negli articoli scritti su New York come giornalista free lance e sulle altre grandi città americane come redattrice di Architectural Forum. Determinante nel «creare un’altra immagine della città per il lettore, non disegnata a partire dalla immaginazione o dai desideri miei o di qualcun altro, ma, per quanto possibile, dalla vita reale[5]» furono sicuramente le sue battaglie contro i progetti di demolizione e ricostruzione di alcuni ambiti del settore meridionale di Manhattan e soprattutto contro la realizzazione di una autostrada urbana, la famigerata e mai realizzata Lower Manhattan Expressway. Fu però con la pubblicazione su Fortune, nel 1958, di Downtown Is for People[6]», che Jacobs cominciò, attraverso la puntigliosa osservazione dell’organismo urbano e dei meccanismi che ne sostengono la vita, a mettere in discussione le basi consolidate dell’insegnamento e della pratica urbanistica «ortodossa».

«L’anno in corso è uno di quelli decisivi per il futuro della città. In tutto il paese urbanisti e amministratori stanno preparando una serie di progetti di riqualificazione che definiranno il carattere del centro delle nostre città per le prossime generazioni. Grandi ambiti urbani, vasti quanto numerosi isolati, stanno per essere demoliti; solo alcune città stanno attuando i progetti di riqualificazione delle loro aree centrali, ma praticamente ogni grande città è pronta a partire con le costruzioni, e i progetti saranno presto definiti». Con questo incipit Jacobs sottolinea l’urgenza di ripensare radicalmente i principi sui quali si era basata la stagione dell’urban renewal che aveva già trasformato le aree centrali di molte città americane.

«Esistono certamente varie ragioni per ricostruire i centri delle città: caduta delle vendite al dettaglio, entrate fiscali a rischio, stagnazione dei valori immobiliari, condizioni impossibili del traffico e dei parcheggi, precaria situazione del trasporto pubblico, accerchiamento dei quartieri degradati. Ma senza alcuna intenzione di sottovalutare questi seri argomenti, bisogna innanzi tutto considerare ciò che rende magnetico il centro, ciò che può iniettare la gaiezza, la meraviglia, l’allegra confusione che induce la gente a venire e soffermarsi in città. È questo magnetismo è nocciolo del problema. Tutti i gli aspetti di valore del centro ne sono effetti secondari. Dar vita al suo interno ad un’atmosfera di urbanità e di esuberanza, non è un compito insignificante.

Stiamo diventando troppo solenni riguardo al centro delle città. Architetti, urbanisti – e uomini d’affari – sono tutti presi da sogni di ordine, affascinati da modelli in scala e vedute a volo d’uccello. Si tratta di una maniera indiretta di avere a che fare con la realtà, che è, purtroppo, sintomatica di una filosofia progettuale ora preponderante: gli edifici vengono messi davanti a tutto, essendo l’obiettivo di ricostruire la città quello di aderire ad un concetto astratto di ciò che, secondo logica, dovrebbe essere. Ma a chi appartiene questa logica? La logica dei progetti e quella dei bambini egocentrici, i quali, giocando con i loro graziosi cubetti gridano “Guarda cos’ho fatto!”- un punto di vista assai coltivato nelle nostre scuole di architettura e progettazione. E i cittadini che dovrebbero avere più informazioni sono tanto affascinati dal semplice processo della ricostruzione, da essere i risultati finali secondari ai loro occhi.

Con un approccio del genere, i risultati finali saranno grosso modo tanto utili alla città quanto lo sono stati le antiquate reliquie del movimento City Beautiful, che nei primi anni del secolo erano sul punto di ringiovanire la città facendola diventare qualcosa di simile ad un parco, ariosa, e monumentale. Non c’è modo di nutrire sinteticamente la sottesa complessità e la vita che rende il centro della città degno di essere riqualificato. Nessuno può scoprire cosa funzioni per le nostre città guardando ai boulevard di Parigi, come facevano quelli del movimento City Beautiful; e non lo si può nemmeno fare guardando alle città giardino nei sobborghi, maneggiando modelli in scala, o inventando città ideali. Bisogna uscire, e camminare. Camminate, e vedrete che molti dei presupposti sui quali si basano i progetti sono sbagliati».

Camminare dunque, l’esperienza più comune che si possa fare tra le strade e che sui boulevard di Parigi aveva dato vita alla figura del flâneur,  è il metodo che Jacobs propone per conoscere e capire i problemi della città. Alla cui soluzione «urbanisti e architetti possono portare il loro essenziale contributo, ma il cittadino è portatore di un contributo ancora più essenziale. E’ la sua città, dopo tutto; il suo lavoro non è quello di farsi convincere da progetti fatti da altri, ma di inserirsi nel bel mezzo dell’attività di pianificazione. E non c’è bisogno – afferma Jacobs –  che esso sia un urbanista o un architetto, «o di arrogarsi le loro funzioni», perché vengano poste le domande giuste e trovate le soluzioni adatte. «Raramente il cittadino ha avuto una tale occasione di rimodellare la città, per farne qualcosa che gradisce e che anche altri gradiranno. Se ciò significa lasciar spazio all’incoerente, al cattivo gusto o alla stravaganza, ciò fa parte della sfida, non del problema».

Riferimenti

L’immagine di copertina è tratta da Helen Levitt, Lírica Urbana, Madrid, La Fábrica Editorial, 2010, p.151.

Note

[1] Thomas Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, University of Chicago, 1962, trad. it. di Adriano Carugo, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi scuola, Torino, 1969-1999.

[2]  Jane Jacobs, Death and Life od Great American Cities, New York, Random House, 1961, trad. it. di Giuseppe Scattone, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane,Torino, Einaudi, 1969- 2009.

[3]  Con questa espressione Khun individua «una ricerca stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore». Cfr., Thomas Kuhn, Op. cit., Torino, Einaudi scuola, p. 14.

[4]  Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, cit. p. 3-12.

[5]  Id., Lettera a Chadbourne Gilpatric, The Rockefeller Foundation, del 1 luglio 1958, in Max Allen (a cura di), Ideas that Matter. The Worlds of Jane Jacobs, The Ginger Press-Island Press, 2011, pp. 47-48. Il brano qui riportato è stato tradotto da Michela Barzi.

[6] Downtown Is for People è stato poi incluso nel libro edito dalla redazione di Fortune e pubblicato sempre nel 1958 con il titolo The Exploding Metropolis, New York, Doubleday Anchor Books, pp. 140-168. I brani qui riportati sono stati tradotti da Michela Barzi.

 

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Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale. Collabora con istituti di ricerca e università. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste on line.