home Città, Cittadinanza Contro l’urbanistica dal sopracciglio alzato

Contro l’urbanistica dal sopracciglio alzato

Prima di diventare il devastatore di New York, con le autostrade urbane usate come una mannaia in una metropoli troppo piena di costruzioni, Robert Moses era stato Commissario cittadino ai parchi e fu particolarmente amato dalla gente quando, durante i primi anni del New Deal, costruiva spazi verdi ed aree per il gioco in quartieri poveri e sovraffollati di Manhattan come Harlem e nel Lower East Side. Eppure – ci ricorda Marshall Berman, citando una collaboratrice di Moses nelle sue Note su modernismo a New York – egli non amava affatto il popolo, anzi lo detestava. Quella gente sudicia e pidocchiosa, andava educata attraverso un’idea si spazio pubblico che insegnasse loro ad avere bisogno di prendere aria e di divertirsi. Il popolo doveva aver bisogno dello spazio pubblico in assenza di motivi personali, cioè solo in quanto massa amorfa disposta a diventare un pubblico migliore.

Amore per l’umanità e odio per gli individui erano già in Dostoevskij, secondo le Note di Berman, i segni distintivi della modernità e le trasformazioni di New York, secondo una visione moderna, avevano avuto un enorme impatto sulla vita di milioni di persone, tra le quali lo stesso Berman, proprio in nome dell’amore per il pubblico. Jane Jacobs lo aveva sottolineato già più di mezzo secolo: fa l’opera dell’erede del Barone Haussmann – Moses amava riferirsi al prefetto della Senna che a metà Ottocento trasformò radicalmente Parigi – con il suo disprezzo per la gente in quanto animatrice dello spazio urbano, è stata la rappresentazione più significativa della incapacità dell’urbanistica moderna di comprendere la vita delle città. Purtroppo non mancano le occasioni di constatare quanto sia viva ed operante questa eredità nell’urbanistica contemporanea; d’altra parte perché Franco La Cecla avrebbe sentito il bisogno di scrivere il suo discutibile libro Contro l’urbanistica se la stessa disciplina non gli avesse fornito più di una ragione per farlo? Un libro forse inutile ma certo non privo di ragioni, se egli si fosse premurato di leggere davvero Jane Jacobs e non limitato a citarla a seguito della lettura di Marshall Berman.

 

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La Darsena di Milano. Foto: M. Barzi

Il dibattito sulla restituzione della Darsena ai milanesi e sulla sua riabilitazione a spazio pubblico, dopo anni di abbandono e di supposta privatizzazione, fornisce l’ennesima occasione per constatare quanto l’urbanistica, almeno quella che si insegna all’università, possa essere indifferente alle persone in carne ed ossa, ritenendole assai meno importanti di una idea di pubblica utilità espressa attraverso indici numerici. Un articolo pubblicato da ArcipelagoMilano, utilissimo sito di informazione e dibattito sulla vita della città, contiene il resoconto di una visita al nuovo waterfront fatta da un docente di urbanistica, il quale dopo aver fatto lezione e aver ceduto alle molteplici sollecitazioni di chi era evidentemente ansioso di ricevere il suo parere, si è in fine degnato di giudicare la qualità dell’opera. Modesta, a suo dire, per caratteristiche progettuali, ma, prescindendo dalle discutibili scelte edilizie, è la frequentazione del luogo a farlo riflettere: così simile alle figurine di un rendering inneggiante alla “metrolife style” (una coppia dall’aria vagamente gay chiacchierava in cima a uno dei pontili, un’altra etero si baciava appassionatamente sulla panchina in granito lungo il muro di mattoni, alcuni sfrecciavano in bicicletta o skateboard, altri facevano jogging e molti passeggiavano osservando e commentando l’esito dei lavori. Un po’ lungosenna e un po’ riverside Manhattan in chiave meneghina, e passi per Leonardo un po’ oscurato: se i milanesi non si agitano per le sciaguratezze di CityLife o Porta Nuova, ma si commuovono per così poco evidentemente c’è una voglia di spazio pubblico vissuto che deve far riflettere.

Bene, riflettiamo, soprattutto ragioniamo sui limiti di una urbanistica che ha preteso di determinare per formule le trasformazioni di cui la città ha bisogno e la quantità di spazio pubblico del quale i suoi cittadini necessitano. Un’urbanistica che non s’ interroga sulla loro validità, considerate indiscutibile perché scaturite dal sapere tecnico e dalle conoscenze del quale l’urbanista è l’incarnazione e che dovrebbero guidare il processo decisionale con il quale si trasforma la città. Un’idea tecnocratica dello spazio urbano secondo la quale i cittadini sarebbero inconsapevoli dell’ambiente in cui vivono, soggetti da educare, che non si accorgono di cosa sta succedendo intorno a loro e si limitano a godere di un luogo pubblico dalle particolari qualità ambientali. Un’urbanistica che alza il sopracciglio mentre constata che le persone hanno delle ragioni del tutto individuali per frequentare un luogo dove si possa prendere aria e divertirsi. Ecco quindi trovata una buona ragione per il libro di La Cecla e non importa se in esso l’urbanistica venga trattata semplicemente come una monolitica discendenza dell’architettura. Sfortunatamente sembra ancora sussista qualche motivo per dare credito a questa critica liquidatoria di una disciplina nata facendo i conti con la frase di Marx che Berman usa come titolo della sua esperienza della modernità: tutto ciò che è solido svanisce nell’aria.

Riferimenti

M. Berman, Note sul modernismo a New York, in Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria. L’esperienza della modernità. Bologna, Il Mulino, 1982, p. 375.

F. La Cecla, Contro l’urbanistica, Torino, Einaudi, 2015.

S. Brenna, La nuova Darsena e il “bello” di Giuseppe Rovani, ArcipelagoMilano, 10 giugno 2015.

Sul libro di La Cecla si veda: M. Barzi, Franco La Cecla e la storia dell’urbanistica, Millennio Urbano, 20 aprile 2015.

 

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Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale. Collabora con istituti di ricerca e università. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste on line.

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