Corpi in movimento nello spazio pubblico

Un incidente stradale non è mai banale, anche se la dinamica che lo determina è spesso ripetitiva. Se poi il suo esito implica la perdita di una vita umana non si dovrebbe proprio archiviarlo nella categoria fatalità ma cercare di capirne attentamente le cause. Nel caso di una bicicletta che investe ed uccide un pedone lo sforzo di comprensione dovrebbe essere prioritario, perché solleva il dubbio che la diffusione delle modalità di spostamento non inquinanti condividono purtroppo alcune caratteristiche della mobilità motorizzata, quando di mezzo c’è lo spazio pubblico.

Ma veniamo ai fatti: Milano, domenica, ore 12.30, un’anziana signora si appresta ad attraversare una normalissima strada, una via alberata a due corsie molto comune. Procede forse con una certa lentezza, comprensibile per i suoi 88 anni, ma è sulle strisce pedonali che i pedoni ingenuamente considerano sicure e non ha nessun bisogno di correre. E’ a metà della strada quando, dall’intersezione con un’altra via , arriva la bicicletta che la farà cadere e morire. Il ciclista che l’ha urtata ha settant’anni meno di lei e, secondo i testimoni oculari, procedeva a velocità sostenuta.

Fin qui la cronaca, ma la semplice dinamica dell’incidente indica alcuni aspetti che sono un po’più complessi della combinazione di atti dalla quale scaturisce la fatalità. E’ l’ora di pranzo di domenica e si presuppone che il traffico veicolare sia meno invasivo del solito, s’immagina una rilassatezza – sia nel passo della povera signora, sia nell’andatura di chi si muove nella città in un giorno festivo – che sembra male conciliarsi con la speditezza del giovane ciclista. Ma forse no, forse è proprio quella strada poco trafficata, quello spazio vuoto e a disposizione, sottratto alla normalità fatta di occupazione delle auto, che ha invogliato il giovane ciclista alla velocità. Ipotesi, naturalmente.

Spazio, velocità, impatto, tutto sembra rispondere a una sorta di legge non formalizzata che presiede il movimento dei corpi nell’ambiente urbano. Corpi che si muovono, che muovono veicoli, e corpi che perdono la consapevolezza della loro fragilità quando diventano parte del veicolo che si muove con loro. La questione sta tutta lì, in quella sorta d’incarnazione nella composizione metallica del veicolo al quale s’imprime il movimento. Certo, a contare c’è anche la massa, il peso, l’accelerazione che quel diverso corpo ottiene per effetto del comportamento di quello in carne ed ossa. Ma il principio, fatte le debite distinzioni, è lo stesso e purtroppo anche le conseguenze.

Spazio pubblico e convivenza civile

 

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Foto: M. Barzi

Questa potenzialmente letale fenomenologia dei corpi in movimento nello spazio urbano prevede la rimozione del concetto di strada come luogo pubblico, sostituito con quello di pista sulla quale gareggiare, o di area riservata alle auto, sia che stiano ferme negli ingorghi o che circolino veloci .Eppure le strade costituiscono l’80% dello spazio aperto accessibile delle città e svolgono quella fondamentale funzione sociale di dare alle comunità dei cittadini senso di sé. Luogo per incontrarsi, per socializzare e anche per giocare. Se viene meno quella forma di sorveglianza che è la migliore ricetta per la sicurezza – gli “occhi sulla strada” per dirla con le parole  di Jane Jacobs – quell’uso sociale della strada che scoraggia i comportamenti che danneggiano gli individui e le comunità, mancherà anche la consapevolezza diffusa che si tratta di uno spazio importante per la vita delle persone e che chiunque deve rispettarlo.

Il sindaco Giuliano Pisapia, il giorno dopo l’incidente, si è rivolto ai ciclisti, ricordando che sono un tassello fondamentale per lo sviluppo delle mobilità sostenibile sulla quale la sua amministrazione sta investendo. Stiamo lavorando con le zone pedonali, le zone 30, l’estensione del bike sharing e dove possibile con nuove piste ciclabili, per trasformare la città. Però bisogna rispettare le regole, ha aggiunto, e il suo assessore alla mobilità ha precisato che l’amministrazione comunale ha richiesto modifiche al codice della strada sul modello degli altri paesi europei. Il sindaco, indipendentemente da quanto siano condivisibili le regole che impongono per ora anche ai ciclisti di non passare con il rosso e di non andare contromano, ha sicuramente centrato il punto: le regole da rispettare alle quali egli implicitamente si riferisce sono quelle della convivenza civile e del rispetto dell’altro nella condivisione dello spazio.

Però, quando i comportamenti di chi si muove nello spazio pubblico finiscono per attribuire ad esso quella caratteristica “non civile” identificata dal citatissimo Zygmunt Bauman, c’è da preoccuparsi ben oltre il rispetto delle regole. Sembra che ai ciclisti succeda di comportarsi come i guidatori dei veicoli a motore che spesso scambiano le strade per “spazi vuoti” (…) che sono visti come vuoti (o più precisamente non vengono visti affatto) perché non presentano alcun significato e non sono ritenuti in grado di presentarne uno. (1).

Se le cose stanno così, se la perdita di senso della strada, come spazio della convivenza civile, è già operante e produce questo tipo di conseguenze, all’amministrazione di Milano e delle altre città dove auspicabilmente si sta diffondendo la cosiddetta mobilità dolce toccherà pensare a qualche contromossa, se non si vorrà masticare amaro.

Riferimenti

Redazione, Appello di Pisapia ai ciclisti: «Dovete rispettare le regole», Corriere della Sera, 27 ottobre 2014.

(1) Z. Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2002, p. 114.

Sullo stesso argomento si veda anche M. Barzi, La legge del più forte della mobilità urbana, Millennio Urbano, 24 settembre 2014.

 

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