Donne, città e ipocrisie

Le disparità di genere tendono ad assumere nella organizzazione spaziale delle città le stesse caratteristiche che si riscontrano nella struttura sociale. Lo spazio urbano è stato modellato a misura del genere dominante :il modo in cui le donne vivono e si muovono nella città si differenzia in relazione al diverso ruolo che esse  ricoprono nella società. A decidere sul corpo delle città sono principalmente gli uomini, dato che la politica è un ambito ancora fortemente dominato dal genere maschile malgrado il crescente numero di donne in posti di comando. Nella polis, così come nella città,  il pensiero e l’opera delle donne continuano ad essere poco influenti, anche se da tempo le professioni dell’ambiente costruito attingono dal genere femminile.

In molti paesi le donne hanno assunto un ruolo determinante nelle economie nazionali, ma il tema di come la forma della città ed il paesaggio urbano tengano conto dell’universo femminile difficilmente viene affrontato. Nello spazio pubblico i corpi femminili sono ancora relegati nell’immaginario della domesticità o ancorati al desiderio sessuale maschile e tutto ciò è considerato normale, basta percorrere le strade di una città qualsiasi. Non è certo una novità che il  corpo femminile sia utilizzato per finalità commerciali, ma che sia possibile evitare questa interferenza con il paesaggio urbano, soprattutto se essa finisce per rafforzare i peggiori stereotipi di genere, lo prova la decisione della città di Grenoble di rinunciare ai proventi derivanti dalla cartellonistica pubblicitaria.

La recente proposta di regolamentare la prostituzione di strada nel quartiere dell’EUR a Roma –  non a caso un ambito della città a forte specializzazione funzionale che sta facendo i conti con una fallimentare gestione urbanistica –  rappresenta molto bene quanto il vecchio immaginario maschile, che associa prostituzione a degrado, sia diventato l’argomento che consente di non prendere in considerazione i veri problemi di quell’area. C’è una evidente ipocrisia nel far credere all’opinione pubblica che la priorità sia mettere ordine nella situazione attuale, già dominata dalla forte presenza di prostitute, e non affrontare le conseguenze di scelte urbanistiche che hanno lasciato in eredità una serie di contenitori non finiti, come la Nuvola sede del Nuovo Centro Congressi, o abbandonati, come nel caso del vecchio parco di divertimenti Luneur.

Se almeno a livello simbolico la città continua ad essere lo spazio degli uomini e, implicitamente, la casa quello delle donne, non basterà dimostrare che là dove c’è l’opera di un architetto donna l’ambiente urbano diventerebbe più attento ai bisogni dei suoi abitanti, come prova a fare un recente articolo del Guardian  a proposito della mostra Urbanistas: women innovators in architecture, urban and landscape design. Nell’opera delle cinque professioniste selezionate per l’esposizione la rappresentazione del genere al quale appartengono sembra ancora una volta riassumersi nella dimensione della cura. Fare dello spazio pubblico un valore sociale, non sprecare prezioso suolo urbano, dare importanza alle questioni climatiche ed ecologiche che riguardano il modo in cui mutano le città,  avere insomma un approccio soft alla pianificazione sarebbe ciò che le differenzia dalla visone hard dei loro colleghi maschi, ritenuta implicitamente responsabile di molti dei problemi che riguardano le trasformazioni urbane.

L’esperienza delle urbanistas nell’ambito della pratica professionale corrente si differenzia quindi per connotazione di genere ma non riesce a diventare un programma per condizionare i processi di trasformazione urbana da una prospettiva di genere. Cosa che non si limita affatto alle professioniste dell’ambiente costruito, più o meno in grado di imporre nell’esercizio della loro professione la centralità di temi che si da per scontato i loro colleghi maschi ignorino.  La questione centrale che ancora va posta a chi decide sulle città, è quella a cui rimanda la vicenda del cosiddetto “quartiere a luci rosse”, con il suo connubio di fallimenti urbanistici e di degrado generato dalla città pensata per funzioni.  In altri termini il tema centrale è quello dell’integrazione, rispetto al quale le domande da porsi  restano la differenze funzionali e percettive della sua struttura e come essa riesca a rappresentare i suoi differenti abitanti.

Esattamente l’oggetto del fortunato libro di Jane Jacobs Vita e morte delle grandi città americane, una critica allo sviluppo urbano contemporaneo nella quale l’autrice, attraverso la sua esperienza di donna che vive, osserva, si misura con lo spazio urbano, ha saputo mettere in crisi i dogmi dell’urbanistica novecentesca e i suoi effetti sulla città contemporanea. Ma anche del saggio What Would a Non sexist City Be Like? nel quale Dolores Hayden ha evidenziato la necessità di considerare lo spazio costruito non più secondo categorie funzionalmente rigide ma attraverso una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni e luoghi di lavoro. Insomma la città contemporanea può essere frutto di un diverso progetto spaziale a patto che il suo ordinamento sociale sia radicalmente trasformato a partire dal ribaltamento della visione che l’ha fin qui dominato.

Riferimenti

F, O’Sullivan, Rome’s Prostitution Zone Controversy Can Be Traced Back to Bad City Planning Decisions, CityLab, 10 febbraio 2015.

L. Bullivant, How are women changing our cities?, The Guardian, 5 marzo 2015.

L’immagine di copertina è tratta dal sito di RaiNews.

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