Ecologia urbana o ideologia antiurbana?

Dal punto di vista dell’ecologia dei sistemi l’ambiente urbano è un ecosistema eterotrofo perchè si approvvigiona all’esterno di energia e materia. Pur essendo un sistema creato dall’uomo, ne esistono esempi naturali analoghi, come i banchi di ostriche che dipendono dal flusso di energia e cibo che giunge loro attraverso le correnti marine, verso le quali vengono poi scaricati i rifiuti prodotti dalla comunità. L’ecologo Eugene P. Odum calcola in settanta volte per unità di misura il prelievo di energia dagli ecosistemi circostanti operato da una città rispetto ad un banco di ostriche, e si presume che analogo sia il rapporto circa il rilascio di rifiuti ed inquinanti. La città, o più precisamente le aree artificializzate dall’uomo, ed i banchi di molluschi sono quindi ecosistemi parassiti ed è bene che l’umanità, che per oltre il cinquanta percento vive in ambienti urbani, sia consapevole del fatto che l’incontrollata crescita urbana sia un enorme problema ambientale, visto che, a differenza dei molluschi, l’umanità preleva e scarica sull’ambiente una quantità di materia, di energia e di rifiuti enormemente superiore.

Non è difficile concordare, alla luce di queste considerazioni, sull’opportunità di attento governo delle aree urbane come misura di salvaguardia ambientale, né si può evitare di confrontarsi con il problema di come gestire l’impatto sull’ambiente delle città, a partire dal necessario obiettivo della limitazione della loro crescita. Ben venga quindi l’ecologia urbana.

Ma non l’ideologia antiurbana di cui spesso sono portatori coloro che si ergono a difensori dell’ambiente. Pensare di contrastare gli effetti dell’urbanizzazione del mondo andando contro le città e proponendo modelli alternativi, come il villaggio rurale o la comunità di tipo monastico, non servirà di certo alla ricerca di soluzioni per gestire in modo sostenibile l’ambiente urbano e tuttavia continua ad aumentare il numero di persone, associazioni, comitati, che,  proclamando guerra al cemento come simbolo dell’avanzata della città, finiscono per demonizzare tutto ciò che si può assimilare all’ambiente urbano.  Spesso la soluzione individuata è un ritorno armi e bagagli alla vita ed ai valori rurali, e c’è chi contrasta un particolare progetto insediativo o infrastrutturale coltivando patate o cereali sui terreni che ne ospiteranno il sedime o il tracciato, cercando di far nascere attorno a questo nuove iniziative contadine reti commerciali di consumatori interessati non tanto al prodotto ma alla battaglia che esso rappresenta. Inutile dire che i risultati sono spesso deludenti, i terreni prima o poi vengono espropriati e l’unico nemico vero della realizzazione delle infrastrutture e degli insediamenti avversati è il venir meno delle loro fonti finanziarie. Malgrado ciò i valori della ruralità continuano ad essere usati in contrapposizione alla città che avanza e raramente si fa lo sforzo di ragionare sul perché la città inesorabilmente avanzi.

 Mutualismo

2013-10-17 11.57.27
Foto: M. Barzi

Già, ma perché l’avanzata della città è inesorabile? Secondo Lewis Mum­ford, fin dal suo primo apparire nella storia dell’umanità,  la città deve la sua irresistibile ascesa  al fatto di riunire entro un’area limitata funzioni precedentemente disseminate e disorganizzate, dove per disordine e disseminazione s’intende la rete di villaggi, sorta a partire dal controllo delle risorse naturali. Le sollecitazioni impresse sul villaggio rurale da necessità diverse da quelle della semplice sopravvivenza, ed incarnate da figure specializzate dall’uso di determinati utensili e conoscenze, aveva bisogno di un’altra organizzazione dello spazio che utilizzasse la presenza di elementi naturali, come il fiume, in modo inedito e non solo legato ai bisogni dei componenti della comunità. Così il corso d’acqua non è più solo una provvista d’acqua ma il primo vei­colo effi­cace per il tra­sporto di massa,  (Mum­ford, 1961). D’altra parte le eccedenze agricole, cioè il primo elemento di pressione sull’equilibrio del villaggio rurale, con le tecniche di trasporto potevano essere scambiate con quelle di territori remoti. Fu questa espansione che intensificò le comunicazioni nello spazio e nel tempo, favorì una fioritura di invenzioni e insieme uno sviluppo su larga scala dell’ingegneria civile e infine, elemento che non è certo il meno importante, provocò un nuovo impressionante aumento della produzione agricola, ci ricorda l’autore de La città nella storia.

Città e campagna non sono quindi due fenomeni in contrapposizione ma esempio del mutualismo ( si direbbe con il termini botanico coniato per qualificare la natura dei licheni che sono un’associazione fra alga e fungo) che connota in buona misura l’insediamento umano sulla terra. Un conto è sottolineare quanto sia in pericolo il presupposto ecosistemico sul quale si basa questo mutualismo, altro è invitare, come ha recentemente fatto lo storico Piero Bevilacqua,  a libe­rare la figura dell’uomo cit­ta­dino dalla sua sovra­strut­tura ideo­lo­gica di essere sociale, mero pro­dotto della sto­ria, fab­bro di se stesso tra­mite il domi­nio tec­nico sulla natura, e a  guar­dare agli uomini quali sog­getti viventi, mem­bri della “comu­nità bio­tica” che popola la fore­sta urbana.  Se da una parte si può convenire sul fatto che l’ecosistema urbano abbia la sua componente biotica prevalente, anche se non esclusiva,  negli esseri umani, dall’altra bisogna saper guardare all’elemento che sopra ogni cosa differenzia i suoi abitanti dalla comunità biotica del banco di ostriche, ecosistema che si comporta in modo analogo alla città anche se con differenti ricadute ambientali.  Cioè bisogna ammettere che è la civiltà, questa particolare combinazione di creatività e di controllo, di espressione e di repressione, di tensione e di rilassamento (Mumford, 1961), che ha consentito la formazione dell’ecosistema urbano.

Che senso ha quindi puntare il dito sulla città come il fattore primo che minaccia la disponibilità dei beni comuni quando essa è nata proprio per ottimizzarne la fruizione? Nel processo di sfruttamento delle risorse naturali che ne ha compromesso la rinnovabilità e generato fenomeni come il riscaldamento del clima, le superfici agricole industrializzate non sono meno implicate delle aree urbane poiché entrambe rientrano nei paradigmi della crescita illimitata che ne hanno orientato gli sviluppi da qualche generazione a questa parte. E’ questo il punto dal quale partire per una discussione seria sul futuro delle città.

Meglio evitare di usare i principi dell’ecologia urbana in chiave antiurbana attraverso l’evocazione di una disparità di controllo sui beni comuni tra dentro e fuori la città, quando il problema è, all’opposto, dentro le città, nelle differenze sociali dei suoi cittadini, differenze che implicano un diverso accesso a risorse come il suolo, acqua ed aria pulite. Anche l’uso dello spazio pubblico, che Bevilacqua indica come modello di uso ega­li­ta­rio della città, non si sottrae a queste differenze,  che molto spesso si manifestano attraverso il genere, il colore della pelle, la lingua che si parla, l’età e l’abilità fisica.

Al contrario, è una maggiore equità nell’uso delle risorse e nell’accesso alle opportunità per gli abitanti delle città, l’unico strumento di controllo della loro crescita ambientalmente iniqua, che espelle i cittadini più deboli e ne conferisce lo status solo a coloro che possono pagare i benefit dell’esistenza urbana, compresi gli stili di vita più sostenibili spesso promossi da chi governa le città come strumenti di creazione del consenso.

Attenzione quindi alle ricette regeressive, come quella del  ritorno ai principi che governano una comunità biotica anziché un’organizzazione sociale, e non c’è bisogno di tirare in ballo Aristotele per ricordarsi che l’uomo è per natura un animale sociale.

Riferimenti

L. Mumford, The City in History, 1961. Trad. it. La città nella storia, Mondadori, 1967.

P. Bevilacqua, La città. Un ecosistema di beni comuni, 17 gennaio 2014, Eddyburg

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *