Emergenza abitativa e sviste giornalistiche

Tra gli effetti della crisi economica, l’emergenza abitativa è un fenomeno che stiamo imparando a conoscere. Sempre più spesso le cronache giornalistiche raccontano di sfratti eseguiti con l’uso della forza pubblica, di persone asserragliate in un alloggio che magari hanno occupato abusivamente per mancanza di alternative, di manifestazione di gruppi organizzati che reclamano il diritto alla casa . Si blatera molto di social housing ma da molto tempo nessun governo usa gli strumenti che già ci sono per far fronte alla domanda di alloggi in affitto a prezzi accessibile a tutti.

Tuttavia rispetto alla crisi economica l’emergenza abitativa è solo una faccia della medaglia: l’altra è un patrimonio abitativo sufficiente ma sottoutilizzato.  I due aspetti dovrebbero far riflettere sul fatto che la casa non è solo un bene da possedere ma un diritto da garantire a tutti e del quale si dovrebbe occupare il governo della cosa pubblica. Sembra incredibile che dopo oltre un secolo di programmi di edilizia residenziale con finalità sociale si debbano ripetere concetti come questi. Eppure è ciò che sostiene il celebre architetto Richard Rogers,   a proposito della possibilità di inasprire la tassazione sulle abitazioni inutilizzate.Il problema in Inghilterra è riassunto da queste cifre: sono 259 mila le abitazioni rimaste vuote per almeno 6 mesi nel 2011, mentre nella sola Greater London il 15% del patrimonio residenziale è posseduto da non residenti e ci sono stati 2100 sfratti tra marzo 2010 e settembre 2013.

La situazione non è tanto diversa nelle grandi città italiane, dove il numero di persone che abita in strutture ricettive perché sfrattati sta crescendo a dismisura e si moltiplicano gli interventi delle forze dell’ordine per liberare gli occupanti abusivi del patrimonio residenziale pubblico, che resta vuoto per mancanza degli investimenti dovuti alla necessarie manutenzioni. Ma mentre da noi non si vede all’orizzonte nessun piano per affrontare in modo organico l’emergenza abitativa, nel Regno Unito la questione è parte dell’agenda politica da un quindicennio, da quando cioè lo stesso Rogers aveva guidato la Urban Task Force autrice del rapporto Towards an Urban Renaissance. La soluzione prospettata per il rinascimento urbano passava in primo luogo dalla costruzione di quattro milioni di nuove case senza consumare suolo agricolo e riutilizzando le aree dismesse, oltre che, ovviamente,  da un migliore utilizzo del patrimonio esistente.

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Foto: YMCA South London

La stampa inglese, seguita a ruota da quella italiana, è ritornata spesso sul tema dell’emergenza abitativa individuando una possibile soluzione nel modulo prefabbricato di alloggio a basso costo progettato dallo studio di Richard Rogers. Si tratta di un piccolo edificio di 26 mq, che costerebbe solo circa 36.000 euro, da collocare in aree dismesse o parzialmente urbanizzate . L’idea è nata dalla collaborazione con la sede di Londra sud-ovest della Young Men’s Christian Association che in Inghilterra dà alloggio ogni giorno a 10.000 giovani senza tetto e che, con la sua opera, si qualifica come importante interlocutore per i 75.000 giovani inglesi privi di casa. Il prototipo di casetta prefabbricata dove può vivere una sola persona si chiama Y:Cube e, secondo quanto è possibile leggere sul sito dell’associazione, dovrebbe aiutare i giovani senza casa che stanno cercando di conquistare una forma di indipendenza economica a superare l’ostacolo degli affitti troppo alti. Vivere in una struttura del genere significherebbe pagare il 65% in meno di affitto rispetto alle tariffe correnti e solo 7 sterline (10 euro) di riscaldamento a settimana.

E’ abbastanza chiaro quindi che il progetto abbia una finalità precisa e che non sia una soluzione da estendere genericamente all’housing sociale,  cosa che ha invece fatto il quotidiano La Repubblica in un articolo tutto centrato sugli aspetti progettuali innovativi,  che ovviamente sono da ascriversi al “genio” delll’archistar  inglese e non al lavoro del suo studio. D’altre parte anche l’autore dell’articolo di The Guardian  sembra non aver capito che il progetto di Rogers & Partners non è stato pensato per risolvere l’emergenza abitativa ma come strumento di sicurezza sociale. L’approccio tutto basato sull’aspetto estetico, che a suo dire ricorderebbe gli hotel del gioco del Monopoli, scettico sulla tecnologia impiegata (la prefabbricazione), che condurrebbe allo stile Lego e che non potrebbe essere piegato alle richieste vernacolari locali, svia il lettore dal centro del problema: il crescente numero di giovani senza casa . Certo si può discutere se il miglior modo di aiutarli ad uscire dalle ristrettezze dell’ostello sia quello di infilarli nell’Y: Cube,  ma forse il modello della casetta singola della YMCA fa parte dei principi morali cristiani che stanno nella storia dell’associazione, nata per togliere da bordelli e postriboli i giovani immigrati a Londra nella prima metà dell’Ottocento. Di tutto ciò l’articolo non si occupa, ne tanto meno la  sintesi apparsa sul giornale italiano.

Anche se è evidente che il problema del crescente numero di giovani senza casa è uno delle manifestazioni dell’emergenza abitativa, utilizzare una particolare soluzione progettuale per ipotizzare che da lì, dal suo essere estremamente economica e velocemente realizzabile, si aprirebbero nuovi scenari per dare a tutti una casa dignitosa, vuol dire non aver proprio chiara la natura del problema. Che non ha nulla a che fare con la mancanza di case e con il bisogno di costruirne di nuove, ma con le enormi diseguaglianze che esistono nella gestione del patrimonio residenziale . C’è da pensare che queste sviste giornalistiche in fondo facciano parte dell’eredità di decenni di politiche liberiste  che hanno fatto regredire la questione del diritto alla casa al momento in cui esso si presentò, con tutta la sua dirompente carica sociale,  ben oltre un secolo fa.  Oppure si può supporre che vedere la questione esclusivamente alla luce delle soluzioni edilizie, senza minimamente occuparsi del contesto nel quale esse verranno realizzate,  in fondo faccia il gioco di chi sulla soluzione della crisi degli alloggi ha particolari interessi. D’altra parte sappiamo quanto sia diffusa e assolutamente bipartisan la convinzione che mettere in moto l’industria delle costruzioni, al di là del come e del dove, faccia un gran bene all’economia.

Si potrebbe concludere, come avrebbe detto  Humphrey Bogart, che è la stampa, bellezza. Anche se forse non è detto che sul modo d’informare, a  proposito di problemi importanti come questo, non ci si possa far niente.

Riferimenti

Qui gli articoli di La Repubblica e di The Guardian sul prototipo Y:Cube, sul quale si possono avere maggiori dettagli sul sito dellaYMCA.

Qui l’intervista di Richard Rogers su The Guardian del 3 fabbraio 2014

Una risposta a “Emergenza abitativa e sviste giornalistiche”

  1. …oltretutto a me pare che il molto blaterare di social housing non serve nemmeno a chiarire di cosa si tratti. Piú ne leggo piú sono confusa – ma forse è un limite mio.

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