Expo dopo la sbornia

Il rodato sistema corruttivo nella gestione degli appalti pubblici, alla base dello scandalo tangenti per i lavori di Expo 2015, sembra essere uno degli effetti collaterali del paradigma grandi opere come strumento di sviluppo economico. Tuttavia, oltre a  sottolineare questa costante della storia d’Italia, bisognerebbe farsi la seguente domanda: che senso ha, la manifestazione in sé, oltre il grande affare che le inchieste stanno portando alla luce?

Nutrire il pianeta. Energia per la vita è, forse era, un bello slogan, per il tema di grande interesse, ma la storia che ormai racconta è arcinota e inanella un lungo elenco di eventi gestiti con lo stesso sistema. Insomma è andata a finire nel peggiore e più prevedibile dei modi. Expo sembra essere già finita ancor prima di cominciare, ma il paradigma delle grandi opere no, quello va avanti malgrado tutto: parola di Presidente del Consiglio.

Stefano Boeri,  ex assessore alla Cultura con delega all’Expo,ha dichiarato al Corriere della Sera essere stato un grave errore la rinuncia da parte del Comune di Milano alla gestione dell’evento, sostanzialmente lasciato nelle mani del governo regionale e della sua controllata Infrastrutture Lombarde. Secondo Boeri, se il difetto originario della vicenda Expo era nel “manico” della scelta dell’area non di proprietà pubblica – con corollario di enorme valorizzazione immobiliare – si sarebbe almeno potuto ridurre il danno con un forte orientamento all’interesse collettivo, che creasse le condizioni per un destino dell’area di pubblica utilità dopo i sei mesi della durata dell’evento. Chiaro riferimento al Master Plan del sito espositivo coordinato dallo stesso Boeri in veste di archistar, e snaturato dalla gestione a regia regionale che è al centro delle indagini della magistratura. Rispetto agli allestimenti leggeri di quella proposta, Expo sarà una sequenza di padiglioni nazionali con un po’ di spazi comuni e qualche ricaduta fuori dal recinto espositivo sulla città che la ospita .

Ma Expo, nella realtà di chi abita la città metropolitana milanese,  è soprattutto una serie di cantieri  per quelle infrastrutture che sono state progressivamente collegate ai destini dell’evento. Si tratta di un elenco di opere inserite nel dossier di candidatura, progettate indipendentemente ma diventate “strategiche” per l’accessibilità al sito. In molti casi il loro mancato completamento, totale o parziale, è certo: si vedano le vicende della Pedemontana e le dichiarazioni del sindaco Pisapia sui cantieri delle nuove linee della metropolitana milanese.  I cantieri tuttavia non si fermeranno e sarebbe bene sapere cosa lascerà  Expo sul territorio in termini di infrastrutture più o meno collegate, oltre la scoperta della imperitura corruzione.

Come sempre accade con la costruzione di grandi opere, l’argomento con il quale si blandisce l’opinione pubblica, quando di mezzo ci sono impatti ambientali e disagi protratti nel tempo, è quello delle ricadute occupazionali. Le cifre ovviamente sono sempre fuori controllo e non si capisce mai quanti dei posti di lavoro saranno effimeri o stabili. E’ chiaro che nella seconda ipotesi le ricadute sul contesto dovrebbero esserlo altrettanto, ma a questo riguardo gli scenari sono alquanto confusi. Il sito di informazione economica Lavoce .info ha pubblicato un documento di Roberto Perotti, economista dell’Università Bocconi, che evidenzia tutti i limiti con i quali sono stati valutati i vantaggi che ospitare l’esposizione comporterebbe. Come sempre in questo tipo di valutazioni non entrano gli scenari alternativi, ovvero non si valuta cosa produrrebbe spendere gli stessi soldi per altri interventi, come, ad esempio ripulire Milano dai graffiti, sistemare  aree degradate o costruire nuove piscine, eccetera.  Il ragionamento che in sintesi fa l’economista, oltre confutare il metodo di valutazione dei benefici di Expo, è il seguente: se uno degli effetti attesi, dopo l’evento, è l’incremento dei flussi turistici, grazie alle nuove imprese del settore che la manifestazione farà nascere, tanto vale realizzare quegli interventi che strutturalmente incrementano l’attrattività turistica.

Uno degli aspetti sui quali si basa la contabilizzazione del maggiore fatturato di questo settore economico è la presunta migliore accessibilità garantita dalle famose infrastrutture in costruzione. Insomma se opere come le linee 4 e 5 della metropolitana milanese, le autostrade Pedemontana e Bre.Be.Mi., la TEEM, la Rho-Monza , il collegamento ferroviario tra il terminal 2 di Malpensa (quello dove arrivano i volo low cost) e la stazione di Milano Cadorna vengono realizzate solo in parte, o restano sulla carta, salta lo scenario dell’accessibilità dei 20 milioni di visitatori (dei quali 15 italiani) stimati.

Molto probabilmente (lascia intendere Perotti e suggerisce il senso comune, che fa fatica ad immaginare un quarto degli italiani diretti verso la capitale lombarda tra maggio e ottobre 2015) i visitatori di Expo saranno molto meno della cifra prevista.  Tuttavia finita l’esposizione resterà la pesante eredità della retorica con la quale è stata realizzata, oltre all’area del sito espositivo da trasformare in qualcos’altro. Ecco, sarebbe bene pensare alla svelta a come gestire quell’eredità, passata la sbornia che ha fatto diventare Expo l’evento simbolo del prestigio nazionale. Sarebbe inoltre bene sperare che nelle decisioni su come trasformare l’area sia coinvolta Milano intesa come città metropolitana, quella che esiste già al di là degli aspetti istituzionali e amministrativi. C’è da sperare insomma che quell’eredità non si riduca alla gestione dei volumi da programma urbanistico comunale, ma venga utilizzata per la costruzione di un tassello della città metropolitana, oggi intesa solo come un passaggio della riforma delle autonomie locali, ma che è una realtà già vissuta da abitanti e city user.

Si tratta di un piccolo e simbolico passo verso il superamento di ciò che accade, ad esempio, a coloro che arrivano nel capoluogo lombardo dagli aeroporti di Malpensa o di Orio al Serio per visitare le iniziative al polo fieristico di Rho (a due passi dal sito Expo), i quali, convinti di essere a Milano,  fanno un po’ fatica a capire il concetto di tratta extraurbana e il senso del relativo sovraprezzo del biglietto della metropolitana. Al di là delle decisioni sul destino dei padiglioni dei paesi espositori, l’area Expo potrebbe quindi giocare un ruolo importante nell’accorciare le distanze tra Milano e l’identità metropolitana nella quale si riconoscono i suoi abitanti e non solo, magari ospitando qualcuna delle pregiate funzioni che spiegano quel 50% abbondante di popolazione aggiuntiva che Milano acquista di giorno e perde di notte.  Sarebbe un pezzo di città che, così come già successo molte volte in passato, cresce non solo fisicamente, ma per gli effetti generati alla scala territoriale, almeno su quella storica direttrice di sviluppo.

Expo-Milano-1906-Poster
Immagine: Wikipedia

Comunque vadano le cose, resta sullo sfondo una questione irrisolta: la possibilità di riallacciare i rapporti tra la storia della città e quella delle esposizioni internazionali, al di là del fatto che, rispetto al periodo storico in cui videro la luce, esse abbiano perso gran parte del loro significato. Nel 1906 Milano ne ospitò una dedicata ai trasporti  proprio mentre s’inaugurava il traforo del Sempione e il collegamento ferroviario con Parigi. Nel 2015 la relazione tra il tema dell’esposizione e il luogo i cui si svolge è molto meno evidente. Ma questa è un’altra storia sulla quale, al di là degli scandali, sarà bene tornare.

Riferimenti

A. Senesi, Stefano Boeri: “io mandato via perchè ostavolavo gli affari”,Corriere della Sera,12 maggio 2014
R. Perotti, Perché l’Expo è un grande errore, Lavoce.info, maggio 2014

 

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