Gita a Expoland

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Foto: M. Barzi

A giudicare dalla coda di mezzora per passare i controlli all’ingresso sembra che il tema di Expo, Nutrire il pianeta, energia per la vita, interessi parecchio. Certo, c’è da considerare che dopo le sette di sera il prezzo ridotto a cinque euro è un buon incentivo per la trasferta dalle parti di Rho e se si tratta di un sabato sera, è assai probabile che sia la movida milanese del fine settimana ad essersi trasferita lì. In ogni caso le persone in attesa sono davvero tante e si adattano a concentrarsi nella metà dei varchi disponibili. Gli altri restano chiusi, come lo sono molti padiglioni, tra lavori che devono essere ultimati e addetti che, forse, devono ancora essere assunti.

 

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Foto: M. Barzi

Appena dentro, ecco che qualche immagine dei rendering del progetto iniziale si materializza: tende a coprire gli assi principale del percorso espositivo, bacini e corsi d’acqua distribuiti qua e là. Da subito l’impressione di essere in un outlet village del cibo è forte, ma probabilmente è superficiale: dopo la curiosità la visita serale all’Expo ha nella cena la sua principale ragione. Meglio venirci di giorno per visitare come si deve i cluster tematici dedicati alle diverse tipologie di alimenti e prendersi tutto il tempo necessario per spendere adeguatamente i soldi del biglietto d’ingresso. Di sera si riesce appena a concentrarsi sulla ricerca di qualcosa di buono da mangiare e a registrare la sensazione di trovarsi in una grande fiera del gusto, dove c’è troppa confusione per capire come le varietà di cibo proposte vengano concretamente prodotte. Poi, dopo un po’ che ci si è dentro, viene proprio da chiedersi se quel catalogo di architetture vagamente kitsch sia davvero necessario se per farsi un’idea della diversità delle produzioni agricole nel mondo, ma questa è un’altra storia.

 

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Foto: M. Barzi

Ormai è stato scritto di tutto sulla natura dell’Esposizione Universale 2015 di Milano, a partire dal fatto che essa sia stata principalmente una grande occasione non pianificata per urbanizzare terreni agricoli privati e per ingrossare la corruzione che le grandi opere nel nostro paese finiscono per portare sempre con sé. Le critiche sottolineano che, rispetto al tema scelto, i contenuti c’entrino assai marginalmente e già dopo i primi giorni dall’inaugurazione la natura di grande evento consumistico – con tanto di multinazionali dell’agroalimentare presenti con i loro prodotti – si è manifestata in tutta la sua evidenza: la quota preponderante di accessi serali suggerisce che tra cinque e trentanove euro c’è una bella differenza se l’obiettivo è consumare del cibo. Expo 2015 potrebbe finire per essere un grande ristorante globale e davvero non si capirebbe quali vantaggi avrà portato alla città che la ospita.

 

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Foto: M. Barzi

Un recente articolo del Guardian, partendo da una critica piuttosto impietosa dell’edizione di Milano, ha nuovamente posto la questione di quanto poco fondata sia l’idea che la formula delle esposizioni universali possa essere considerata un’occasione positiva per le città nelle quali si svolgono. Le immagini della vegetazione che cresce tra i padiglioni di Siviglia e di Hannover e i costi di demolizione insostenibili per le casse municipali sono la migliore dimostrazione di quanto sia vero il contrario. Si tratta di un argomento che avvalora le ipotesi del fronte No Expo: i costi economici ed ambientali sono incomparabilmente più alti degli eventuali benefici.Un punto già messo in evidenza dalla contro valutazione dei vantaggi di Expo, in termini di attrezzature e infrastrutture per migliorare l’attrattività turistica di Milano, pubblicata qualche tempo fa dal sito di informazione economica Lavoce .info. Nel documento di Roberto Perotti, economista dell’Università Bocconi, venivano evidenziati tutti i limiti di una valutazione fatta a prescindere da scenari alternativi, come la possibilità di spendere gli stessi soldi ad esempio per ripulire Milano dai graffiti, sistemare le aree degradate o costruire impianti sportivi. Ma al di là della sottolineatura del modo carente con cui è stato valutato ciò che Milano avrebbe da guadagnare da Expo, la questione centrale è perché si debba legare ad una manifestazione che dura sei mesi un così grande impegno economico anziché indirizzarlo direttamente su quegli interventi strutturali in grado di incrementare la tanto sbandierata attrattività turistica della città nel suo complesso.

 

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Foto: M. Barzi

E’ esattamente la domanda che si fa il recente articolo del Guardian: che cos’ha da guadagnare Milano nell’ospitare questo evento, tronfio e pretenzioso? Venuto meno l’iniziale masterplan e sostituiti gli orti delle agricolture nazionali con la piastra di cemento che distribuisce gli accessi ai vari padiglioni, del tema dell’esposizione universale resta solo una rappresentazione tanto scialba quanto sono eccessive le architetture dei suoi padiglioni. Se l’iniziale piano del sito espositivo poteva servire da traccia per la successiva configurazione di un nuova area urbana, finita l’esposizione alla città resteranno gli oneri delle demolizioni ed una grossa incertezza sul dopo. E che l’asta per l’acquisto del sito sia andata deserta è un segnale piuttosto esplicito di quando sia incerto il dopo.

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Foto: M. Barzi

Insomma uno scenario che non lascia intravedere nullo di buono, a meno che, anche qui, in questo angolo della metropoli chiuso da un intreccio di autostrade e ferrovie, non succeda l’imprevisto, qualcosa che nel nostro paese ha ormai una consolidata tradizione: far diventare permanente ciò che doveva essere provvisorio. Sarebbe forse fantascientifico immaginare, a due passi da dove già si celebrano importanti riti del Made in Italy come il Salone del Mobile, una location milanese della fiera del gusto anche oltre il 31 ottobre 2015?

 

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Foto: M. Barzi

Se Oliver Wainwright – il critico dell’architettura del quotidiano britannico a cui si deve la recente stroncatura delle illusioni di Expo – vede nell’edizione di Dubai nel 2020 la destinazione ultima e definiva di un’idea di esposizione universale destituita di ogni fondamento, se la sua storia, iniziata a Londra nel 1851, è destinata a terminare nel luogo più rappresentativo della hubris architettonica degli Emirati Arabi Uniti, finendo per tramutarsi coerentemente con esso in parco tematico, perché non immaginare che anche l’evento in corso a dieci chilometri da piazza del Duomo si trasformi in questo senso a partire da ciò che sta già accadendo? Una gita ad Expoland, alla scoperta della gastronomia globale.

E’ solo una provocazione, ma forse anche a Milano è possibile che gli incubi si materializzino, apparendo come per magia dal deserto delle idee. Nulla di diverso da ciò che fanno i sogni, quando diventano reali in quello di sabbia su cui sorge Dubai.

 

Riferimenti 

O. Wainwright ,Expo 2015: what does Milan gain by hosting this bloated global extravaganza, The Guardian, 12 maggio 2015.

M. Barzi, Expo dopo la sbornia, Millennio Urbano, 15 maggio 2014.