Hipster Regeneration

Più che con complicate perifrasi, a volte il significato di un termine si spiega meglio con un’immagine. E’ il caso dal fumetto, diviso in quattro parti, con il quale l’artista britannico Grayson Perry ha interpretato la parola gentrification, coniata mezzo secolo fa dalla sociologa Ruth Glass per descrivere il processo di sostituzione sociale di alcuni quartieri. Nella prima parte è raffigurato un edificio industriale dismesso: i vetri delle finestre sono rotti e qualcuna è sbarrata da assi di legno. Nella seconda  le finestre sono di nuovo libere e, anche se qualche vetro resta rotto, si capisce che la vecchia fabbrica ospita atelier di artisti al posto degli impianti produttivi. Il processo di trasformazione si compie nel terzo riquadro, nel quale l’edificio ex industriale è diventato un centro culturale. Ma nella quarta parte la sua trasformazione cambia di segno: il vecchio edificio non c’è più, sostituito da appartamenti per bohemian, uno dei termini – insieme a bobo (bourgeoise bohème) e hipster  – con i quali si identificano i giovani adulti occupati nelle attività artistiche e creative in genere, dall’ICT al design.

Quella sottile forma di gentrification

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Foto: M. Barzi

Il fatto che alcuni quartiere di grandi città siano abitati quasi esclusivamente da venti – trentenni cosiddetti creativi, che cambiano quei luoghi con la loro presenza, sta diventando oggetto di indagini giornalistiche e sta cominciando a destare una certa preoccupazione. Attivisti e associazioni denunciano in misura crescente gli effetti di queste trasformazioni, sulle quali però le amministrazioni locali sembra che non abbiano nulla da eccepire (cosa che probabilmente accadrebbe se gli abitanti fossero solo ultra sessantacinquenni).  Al contrario, la  massiccia presenza dei nuovi abitanti è stata volutamente cercata e favorita. L’idea di attribuire alla creative class  – espressione coniata da Richard Florida per rappresentare coloro che svolgono un lavoro cognitivo –  il ruolo di motore delle trasformazioni urbane non è affatto nuova ed ora  sta venendo alla luce il rapporto diretto che essa ha con la particolare connotazione demografica di certi quartieri di New York, San Francisco, Londra,  Berlino, Amsterdam, Milano, eccetera.

La terra di conquista degli hipster – bohemian o bobo che dir si voglia  – sono ex quartieri operai come Williamsburg  a Brooklyn,  dove il processo di sostituzione sociale è stato documentato da Su Friedrich in Gut Renovation. Il filmato mostra la demolizione degli edifici industriali, che qualche decennio prima erano diventati abitazioni, laboratori e atelier di artisti grazie a chi li aveva occupati per sottrarli al degrado, e la costruzione al loro posto di complessi residenziali troppo costosi per i vecchi residenti.

Il rinnovamento distruttivo di una parte della città – ci ricorda il titolo del documentario  –  finisce per coincidere con quella forma di sostituzione sociale appunto nota come gentrification. In concreto ciò significa che i valori immobiliari e gli affitti  crescono, che i vecchi esercizi commerciali sono sostituiti da bar alla moda, negozi di abbigliamento vintage e di cibo biologico. Tutte cose molto trendy e carine, come le tante biciclette a ruota fissa che circolano in quei quartieri e i loro giovani proprietari, una mano sull manubrio e l’altra che regge l’iPhone. Trasformazioni che spesso implicano però l’espulsione di chi non può permettersi di pagare i costi della rigenerazione urbana con la quale le amministrazioni cittadine sono state ben contente di cambiare la faccia di quei vecchi quartieri.

La città divisa

A distanza di oltre un decennio dalla pubblicazione del suo The Rise of the Creative Class, ora anche Florida sembra rendersi conto che qualcosa non ha funzionato nella formula con la quale numerose città hanno interpretato il concetto di rigenerazione urbana: una sorta di branding che prevede un mix di architetture emblematiche, diffusa presenza di istituzioni culturali, di attività finanziarie, di start-up high tech, di connessione Wi-Fi gratuita e di piste ciclabili. Quella che era stata propagandata come la chiave per il successo economico ora si sta rivelando un fattore di divisione sociale e spaziale delle città.

Recentemente Florida ed altri ricercatori del Martin Prosperity Institute hanno pubblicato un rapporto dal significativo titolo The Divided City and the Shape of the New Metropolis, dal quale emerge come la creative class sia il settore sociale che ha maggiormente beneficiato della rigenerazione post-industriale di dodici metropoli statunitensi. Nel rapporto sono state mappate la localizzazione nei settori censuari urbani di tre macro componenti sociali: creative class, service class, working class. Ne emerge in modo chiaro e lampante – affermano gli autori – che la divisione di classe attraversa ogni città e la relativa area metropolitana, con i creativi benestanti che occupano le posizioni economicamente più funzionali e desiderabili.

Lo studio identifica quattro fattori chiave  in grado di plasmare la divisione in classi, ognuno dei quali è determinato dai criteri di localizzazione della classe creativa. In sintesi quest’ultima si concentra in ed attorno ai quartieri degli affari e nei centri urbani in genere, in prossimità degli hub del trasporto pubblico, vicino alle università e agli istituti di ricerca e nelle vicinanze di aree naturali di pregio come i waterfront.

Gli addetti ai servizi (service class), nei nuclei centrali delle metropoli statunitensi, si collocano attorno ai più ricchi (che sono evidentemente fonte di impiego), mentre la working class rimane in alcune enclave assai ridotte. La tradizionale divisione urbano-suburbana lascia il passo a un mosaico di aree ricche e svantaggiate che attraversa sia i centri urbani che il suburbio.

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Foto: M. Barzi

La grande inversione di tendenza (Great Inversion) dal suburbio alla città, che vede protagonisti i cosiddetti Millennials – ovvero i giovani adulti di oggi –  sta ridisegnando la mappa della composizione sociale delle metropoli ed evidenziando in modo sempre più chiaro che lo svantaggio sociale si sta spostando nelle frange suburbane, allontanandosi in misura crescente dalle economicamente inaccessibili aree centrali e dai quartieri che hanno conosciuto gli effetti della rigenerazione. Un bel problema per chi  acriticamente valuta in modo solo positivo il ritorno alla città densa come contraltare al suburbio, un tempo abitato da bianchi benestanti ed ora serbatoio dell’esclusione sociale e degli irrisolti problemi di discriminazione razziale delle città americane (emblematici a questo riguardo i recenti accadimenti di Ferguson). Le mappe del rapporto del Martin Prosperity Institute dovrebbero suggerire maggiore cautela, quindi, riguardo alle modalità con le quali sta cambiando il rapporto tra città e suburbio nelle aree metropolitane: in assenza di un minimo di equità la rigenerazione urbana non coincide affatto con la fine del suburbio.

Riferimenti

E. Macguire, Hipsternomics: Is the creative class ruining urban communities?, CNN, 14 agosto 2014.

Martin Prosperity Institute, The Divided City and the Shape of the New Metropolis, settembre 2014.

Qui si può visualizzare il fumetto di Garyson Perry.

Sul tema della sostituzione sociale come effetto della rigenerazione urbana si veda anche M. Barzi, Si scrive rigenerazione, si legge gentrificazione, Millennio Urbano, 13 dicembre 2013.