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Il governo del territorio ai tempi della crisi economica

Il rapporto tra sistemi produttivi di piccola e media impresa e assetti territoriali è una questione quanto mai attuale. Nel caso italiano non si può parlare di un processo di pianificazione di questo modello di sviluppo storicamente determinato da politiche centrali che lo hanno sostenuto, bensì si può evidenziare come le risorse territoriali locali siano state valorizzate per effetto di “non scelte” istituzionali che hanno aperto spazi di crescita per la piccola e media impresa. Questo modello di sviluppo è stato oggetto di studi che hanno avuto grande risonanza, ma oggi si avverte la mancanza di studi che interpretino le più recenti dinamiche delle trasformazioni socio-economiche, spesso correlate alla crisi degli ultimi anni.

La crisi economica è una “slavina” che sta generando non solo problemi finanziari ed occupazionali (aspetti prevalenti nel dibattito politico-istituzionale), ma anche diverse forme di fruizione del territorio. In termini di prospettive di lavoro occorrerà indagare come essa abbia fatto emergere le contraddizioni del rapporto fra tessuto di piccola impresa e territorio. Appare infatti piuttosto frammentario e insoddisfacente il quadro interpretativo delle più recenti modalità produttive in relazione alla loro ubicazione territoriale.

Nell’ambito di questi fenomeni, risultano ancora troppo poco indagati gli effetti territoriali della crisi – non solo quelli legati alla più nota del mercato immobiliare e della produzione edilizia – ma anche molti altri (effetti della sulle grandi trasformazioni urbane, operazioni rinviate, nuovi modelli di mobilità e consumo, eccetera). E’ importante quindi individuare alcuni possibili filoni di ricerca per l’analisi delle conseguenze territoriali della crisi economica evitando semplificazioni.

Tale analisi non può necessariamente esaurirsi con il solo esame dei principali indicatori relativi ai fatturati delle aziende, ai trend occupazionali, all’andamento dei consumi familiari o alla loro capacità di risparmio. Sulle conseguenze, nei territori periurbani,  del processo di dismissione e sottoutilizzo degli spazi della produzione, oltre che della residenza, si sono interrogati alcuni ricercatori, evidenziando quanto il processo, in atto ormai da alcuni anni, metta in discussione gli stessi strumenti di lettura, interpretazione e progettualità dei tessuti di piccola media impresa italiana.

Sviluppo senza progetto

crisi
Foto: F. Gastaldi

Il modello di sviluppo basato sui distretti si è infatti realizzato troppo spesso senza una progettualità sul versante urbanistico-architettonico e con una debole capacità di relazionarsi con il territorio. A livello locale l’industrializzazione diffusa che, nella sua fase iniziale, avveniva spesso in deroga o in assenza di strumenti urbanistici, è stata tollerata e favorita poiché limitava i problemi che i governi locali dovevano affrontare e perché manteneva le funzioni integrative svolte dalla famiglia e dalla comunità locale.

Oggi, con la crisi economica che ha duramente colpito il tessuto produttivo, il tema del riuso degli spazi e del riutilizzo di strutture e volumi esistenti, siano essi dismessi o tuttora destinati alla produzione, rappresenta una sfida su cui confrontarsi per attori di politiche pubbliche, imprese e progettisti. Attualmente molti progetti di trasformazione, a piccola come a grande scala, sono congelati o rinviati in attesa di tempi migliori, si suppone (forse illusoriamente) che la crisi sarà un periodo transitorio e si è incapaci nel fare previsioni. Parallelamente si sta accentuando la crisi dei tessuti dei commerciali sempre più caratterizzati da locali  chiusi e relative spirali perverse che si innescano: diminuzione dei flussi pedonali, minore sicurezza urbana, diminuzione dei valori immobiliari.

La crisi è anche crisi di finanza e risorse pubbliche, anche queste con effetti territoriali e spaziali, un esempio in tal senso è rappresentato dalle dismissioni dei beni pubblici (prevalentemente incentrata su esigenze di bilancio) e dalla tendenza in atto in molti comuni di avere briglia larghe in concessioni e permessi di costruire anche laddove il mercato non richiede nuove edificazioni.

La crisi ha fatto emergere una nuova domanda di governo del territorio, non più legata ad una fase espansiva, bensì al problema della dimissione dei “capannoni” (molti dei quali da tempo sotto-utilizzati o in alcuni casi realizzati e mai concretamente utilizzati) delle possibili destinazioni d’uso, della limitazione della crescita edilizia e, più in generale, della transizione verso nuovi modelli di sviluppo, che ha visto molti amministratori locali del tutto impreparati.

I piani regolatori esistenti sono stati concepiti e approvati generalmente in epoca pre-crisi ed sono ancora pesantemente influenzati da logiche di sviluppo che si supponevano illimitate, specie per alcuni settori di attività economica. Previsioni che in pochi anni si sono rivelati vecchie e superate dalle nuove dinamiche dovute alla crisi, previsioni che oggi sono difficili da confutare in un quadro di incertezza e indeterminazione sempre più rilevante.

Di fronte all’inarrestabile processo di dismissioni di aree industriali, a causa di chiusure, delocalizzazioni, riorganizzazioni aziendali, bisogna invece prendere atto di quanto sia illusoria la speranza della transitorietà del fenomeno e preoccuparsi che non permanga la convinzione che esso possa scemare col trascorrere degli anni.

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Francesco Gastaldi

Professore associato di Urbanistica presso l’Università Iuav di Venezia. Laureato in architettura presso l’Università degli Studi di Genova, ha conseguito il dottorato di ricerca in pianificazione territoriale e sviluppo locale presso il Politecnico di Torino. Svolge attività di ricerca su temi riguardanti le politiche di sviluppo locale, la gestione urbana, le vicende urbanistiche della città di Genova dal dopoguerra ad oggi. E' autore di articoli, saggi e pubblicazioni.

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