“Il ragazzo della via Gluck”, viaggio tra le cover internazionali (1966-67)

Contributi Musicali all’Urbanistica | Puntata 5

Perché non provare a leggere i fenomeni urbani e suburbani attraverso gli indizi lasciati dalla musica?

 

Gluck_coverQuando abbiamo presentato “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano, avevamo detto che il brano era stato riproposto anche in altre tre versioni, cantate dalla francese Francoise Hardy (1966), dalla svedese Anna-Lena Löfgren (1967) e dalla americana Verdelle Smith (1966). Come resistere alla tentazione di indagare differenze e particolarità di queste cover straniere, scritte in controtendenza rispetto all’usanza tutta italiana del periodo di importare e tradurre canzoni estere? Non si può.

Partiamo quindi dalla versione a noi geograficamente più vicina, quella dei nostri cugini francesi. L’idea della cover viene a Francoise Hardy dopo aver partecipato allo stesso Festival di Sanremo in cui Celentano canta “Il ragazzo della via Gluck”. Affascinata dalla melodia e dal testo, la Hardy decide di riproporla nella sua lingua. In effetti, come nella versione italiana di Celentano, ritroviamo diversi riferimenti simil-autobiografici: il titolo è La maison où j’ai grandi (“La casa dove sono cresciuta”) e il testo descrive una casa di campagna con un giardino: rose, pietre e alberi. Uno spazio che alla ragazza evoca molti momenti spensierati, passati insieme ai suoi amici di infanzia. Lo sguardo sulla città in espansione passa però decisamente in secondo piano, ripreso solo in un verso:

Là où vivaient des arbres,

maintenant, la ville est là

Là dove abitavano gli alberi

 ora c’è una città

Non si ritrovano i richiami ecologici di Celentano e nemmeno la forza data dal racconto di una storia vera vissuta sulla propria pelle. La Hardy ha infatti passato la propria infanzia nella Parigi haussmaniana (arrondissement 9), distante dai Grands Ensembles della banlieue, la periferia parigina fatta di casermoni in linea a basso costo, a cui ipoteticamente la canzone avrebbe potuto far riferimento nel contesto francese. Si può dire che non sono solo gli italiani a travisare i testi originali delle canzoni, come si può vedere con Downton di Petula Clark, diventata “Ciao Ciao”…

La questione ambientale è invece mantenuta e potenziata nella cover inglese di Verdelle Smith, che intitola il brano Tar and Cement, “catrame e cemento”. Questa versione, nonostante una traduzione semi-letterale della versione italiana, riesce decisamente meglio a descrivere gli avvenimenti urbanistici del contesto americano del dopoguerra, contrapponendo l’erba dei prati (meadows and grass) della small town di origine, al catrame e al cemento della città. Probabilmente anche l’autobiografismo di questa cover è fittizio, ma il risultato è molto più intrigante rispetto alla versione francese: c’è in effetti un tentativo di descrivere le dinamiche di immigrazione dalla town alla city e i relativi problemi di integrazione (la solitudine, loneliness). E a livello spaziale, si può trovare un inevitabile richiamo allo sprawl americano:

 

I looked for the meadows, there wasn’t a trace

six lanes of highway had taken their place

where were the lilacs and all that they meant

nothing but acres of tar and cement.

Ho cercato i prati, non ve n’era traccia

Li ha sostituiti un’autostrada a sei corsie

Dove c’erano i lillà e tutto ciò che significavano

Non ci sono che ettari di catrame e cemento

 

Celentano ha visto crescere la sua Milano in altezza, la Smith descrive invece una città cresciuta in orizzontale, “stravaccata” e tagliata da grandi infrastrutture per il traffico delle automobili.

Si ritrova invece il tema autobiografico nella versione svedese, cantata da Anna-Lena Löfgren e scritta da Britt Lindeborgsgatan. Intitolata Lyckliga gatan (“Strada Felice”), il compositore si è ispirato alla canzone di Celentano per raccontare della sua casa natale a Gamla Hagalund, l’area storica di Tapiola abbattuta nel 1960 per far posto ad un quartiere in stile razionalista. L’autore ricorda con precisione elementi della sua casa natale: una strada tranquilla, l’edera, il tiglio, una porta. E a quell’immagine idilliaca di piccolo quartiere contrappone la nuova città, caratterizzata invece da cemento e da edifici alti e spazi pubblici poco sicuri:

Lyckliga gatan du finns inte mer,

Du har försvunnit med hela kvarter

Tystnat har leken, tystnat har sången

Högt över marken svävar betongen

När jag kom åter var allt så förändrat

trampat och skövla, fördärvat och skändat

Strada felice non ci sei più,

te ne sei andata insieme ad interi quartieri

tacciono i giochi, tacciono le canzoni

In alto sul terreno galleggia il cemento

Da quanto sono tornato, tutto è cambiato

calpestato e distrutto, corrotto e contaminato

Qui più che di espansione urbana si parla piuttosto di riqualificazione (senza rigenerazione in questo caso): un vecchio quartiere di piccole villette tipiche è demolito e sostituito da anonimi edifici in linea, molto più alti e impattanti sullo spazio pubblico.

È interessante notare come il contributo svedese non concentri l’attenzione su un edificio specifico, sia esso la casa a corte di Celentano, la villa della Hardy o la casetta della small town della Smith: l’attenzione è posta infatti sulla strada, su uno spazio pubblico, dove la città vive.

Come racconta l’autore svedese, anche dove la densità è eccessiva e i servizi sono pochi si genera l’insicurezza. E il senso di urbanità, paradossalmente, si perde.

 

Riferimenti:

Françoise Hardy – La maison ou j’ai grandi (Youtube)

Verdelle Smith – Tar and Cement (Youtube)

Anna-Lena Löfgren – Lyckliga Gatan (Youtube)

Manuel Castells, The City and the Grassroots: A Cross-Cultural Theory of Urban Social Movements, 1983

Federica Manenti, Adriano Celentano, Il Ragazzo della via Gluck (1966), Millennio Urbano, 2013

Fabrizio Bottini, Cos’è lo Sprawl?, Eddyburg.it, 2006

Gamla Hagalund, Wikipedia