Il social housing e la scoperta dell’acqua calda

sciopero casaI giornalisti, che vivono di notizie e sono sempre a caccia di qualcosa d’inedito da raccontare, a volte scambiano per nuovo ciò che è vecchio, semplicemente perché si fanno forviare da un nome diverso dato alla stessa cosa. Se poi c’è di mezzo l’inglese, tendono facilmente a pensare che si tratti di qualcosa d’innovativo a prescindere. Ciò di cui sembrano non accorgersi è che spesso esiste l’equivalente italiano della stessa espressione, o vocabolo, per cui si assiste ormai impotenti alla sostituzione di obiettivo in target, di marchio in brand, di aspetto in look, per non parlare dell’apparente mancanza di alternative per termini limpidamente traducibili in italiano, come green economy .

Nello stesso calderone di anglicismi ora va a finire un’espressione che pure ha un preciso corrispettivo italiano, solo decisamente meno glamour, l’edilizia residenziale pubblica.  A chiamarli così, gli  interventi di costruzione di alloggi destinati alle fasce di cittadinanza a basso reddito,  si rischia di fare la figura dei nostalgici degli anni ’70, addirittura dell’autunno caldo.

Esattamente 44 anni fa di questo periodo fu proclamato il primo sciopero per chiedere una riforma organica dell’intervento pubblico nella costruzioni di case popolari.  Da quella rivendicazione fu promulgata la legge 865 del  1971 Programmi e coordinamento dell’edilizia residenziale pubblica, finalizzata a rendere unitaria la gestione dei finanziamenti per l’edilizia economica e popolare. La legge apriva alle cooperative la possibilità d’intervenire con i meccanismi previsti da una legge di quasi dieci anni prima, affiancandole agli Istituti Autonomi Case Popolari nella costruzione di abitazioni in diritto di superficie su terreni preventivamente espropriati dai comuni.  Insieme ai quartieri popolari furono costruiti, successivamente alla legge, nuovi settori urbani dotati di servizi e di verde pubblico. Le ricadute di queste trasformazioni sulle componenti fisiche e sociali delle città furono imponenti, nel bene e nel male, e si allinenarono ad esperienze analoghe realizzate in tutta Europa, oltre che nel paese faro dell’economia di mercato, gli Stati Uniti di America.

Il social housing è l’espressione che in inglese descrive il patrimonio residenziale realizzato da agenzie pubbliche o enti senza scopo di lucro con l’obiettivo di fornire case economicamente accessibili. In Italia come in altri luoghi del mondo l’edilizia residenziale pubblica, o social housing, costituisce un rimedio alle disuguaglianze sociali che si manifestano quando si tratta di poter abitare una casa dignitosa. L’aspetto centrale della questione è che le abitazioni da affittare a canone moderato non possono essere realizzate su terreni il cui valore è determinato dalle regole del mercato, dato che i soggetti che operano nell’edilizia con finalità sociali  non hanno gli stessi mezzi economici di chi costruisce case per il libero mercato. Quindi senza l’intervento pubblico non esiste il social housing.

Nulla di nuovo sotto il sole dunque se nel quartiere milanese di San Siro nell’ultimo anno e mezzo sono stati realizzati 124 alloggi a canone calmierato su di un’area comunale ceduta in diritto di superficie. Certo ci sono le nuove tecnologie edilizie sostenibili e l’efficienza energetica ad incuriosire un po’, ed anche il mix privato-pubblico dei finanziatori dell’intervento, ma per il resto niente di diverso dal passato, così come rimane identico il ruolo delle cooperative edilizie che, anche in questo caso, assegnano gli alloggi realizzati ai loro soci sulla base dei requisiti di reddito previsti.

Fa un po’ sorridere, quindi, leggere in un articolo di un grande giornale nazionale  che il social housing  è “una realtà che in Europa esiste da vent’anni”, ma lo fa di meno constatare quanto poco si occupi la stampa nazionale del fatto che il patrimonio residenziale pubblico é diventato talmente ininfluente sul mercato immobiliare, anche grazie ai vasti programmi di alienazione, da rappresentare – sottolinea l’articolo –  al massimo il 7% del mercato delle locazioni di una città come Milano,  mentre a Londra esso arriva al 26%.

Mentre l’edilizia è in crisi profonda, mai come in questo momento sta crescendo, soprattutto nelle grandi città,  il numero di persone che non riescono ad accedere all’affitto di una casa a prezzi di mercato. Il nuovo intervento edilizio di San Siro è quindi un  esempio interessante di rilancio dell’iniziativa in questo campo a cui i giornali fanno bene a dare risalto.  Basta che non ne facciano la scoperta dell’acqua calda.

Riferimenti

L. Pagni l quartiere anti-crisi con i palazzi di legno – Arriva la casa low cost tutta legno e cartongesso e ad affitto dimezzato, La Repubblica, 15 novembre 2013

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