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Istanbul: la violenza della gentrification

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Foto: http://de.wikipedia.org

Un anno fa la violenta repressione delle  proteste per salvare il parco che si affaccia sulla piazza Taksim ad Istanbul ha mostrato all’opinione pubblica internazionale in che modo sta cambiando Istanbul. Che la città sul Bosforo fosse e (almeno da mezzo secolo) in preda a radicali trasformazioni lo sapevamo già per aver letto il libro che porta il suo nome, scritto nel 2003 da Oran Pamuk. La quantità di edifici ottomani in legno dati alle fiamme per far posto ad interventi, per così dire, di valorizzazione immobiliare sono tra le memorie più dolorose del premio Nobel per la letteratura. Una furia distruttrice che abbiamo rivisto all’opera nel progetto di eliminazione di Gezi Park, al cui posto doveva sorgere uno shopping mall, e che ha mobilitato in sua difesa migliaia di persone.

Primati mondiali

In un lungo articolo The Guardian ci racconta come questa furia distruttrice, esercitata in nome del rinnovamento urbano, stia profondamente modificando il tessuto edilizio e la composizione sociale della più grande città turca. Nel 1850 –  ricorda l’autore – Gustave Flaubert predisse che nell’arco di un secolo Istanbul sarebbe diventata la capitale del mondo. A questa profezia sembra fare riferimento la recente costruzione di un aeroporto da sei piste e 150 milioni di passeggeri l’anno (costo previsto di circa 15 miliardi di dollari), il più grande del mondo.  Dal 1970 la città divisa tra Europa e Asia è passata da 2 a 16 milioni di abitanti su di un’area che è quattro volte e mezzo quella di New York City. Istanbul con il 20% della popolazione del paese e oltre il 40% delle sue entrate fiscali, è il motore dell’economia turca, e il primo ministro Erdogan, che della città è stato sindaco, sta imponendo progetti del valore di oltre 100 miliardi di dollari per la ricostruzione di numerosi settori urbani. Alberghi e complessi residenziali di lusso, un’isola artificiale pensata per le feste alla moda di chi si può permettere un appartamento fronte Bosforo, un restyling complessivo dello skyline, un tempo dominato dai minareti, tanto per cambiare in classico banale stile Dubai. Un quadro al quale non mancano gli enormi impatti sociali che si verificano in questi casi.

Resistenza e partecipazione

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Foto: http://tanpelin.blogspot.it

Chi non può permettersi  appartamenti costosissimi vede sparire dal proprio quartiere gli spazi verdi, sostituiti spesso dai centri commerciali,  è vittima di  sgomberi forzati,  deve spostarsi in periferie sempre più remote. Istanbul è diventata la bandiera della modernizzazione e della occidentalizzazione della Turchia: in concreto questo significa una crescita urbana che raddoppia da un anno all’altro. Ma oltre alle proteste per salvare Gezi Park qualche segno di opposizione sociale al vasto consenso di cui gode Erdogan, che non accenna ad ammorbidire le proprie posizioni in favore di una radicale trasformazione della città, comincia a farsi sentire. Lo storico quartiere popolare di Okmeydani, cresciuto sull’area dove un tempo i funzionari ottomani si esercitavano nel tiro con l’arco, si oppone dal 2005 ad un massiccio progetto di ricostruzione. Due anni fa il governo ha stanziato 400 miliardi di dollari in un piano per abbattere e ricostruire tutti gli edifici a rischio sismico della città. L’iniziativa coinvolgerà centinaia di migliaia di edifici in decine di quartieri di Istanbul, tra cui i circa 70 ettari edificati di Okmeydani.  Una vasta fascia del quartiere, comprendente 5.600 edifici, è classificata a rischio sismico e le aree che ricevono questa denominazione possono essere ricostruite senza il consenso dei proprietari. La partecipazione degli abitanti nelle manifestazioni contro  il progetto è forte e le scritte sulle facciate delle case testimoniano il senso di unità nella battaglia.  Lo scorso giugno, quando sembrava che si fosse arrivati ad una stretta riguardo alle demolizioni, duranti gli scontri è morto un ragazzo di 15 anni.

Slum clearance

Contro i metodi autoritari dell’amministrazione comunale da anni si batte un comitato di quartiere che coinvolge i cittadini in incontri finalizzati alla valutazione delle ricadute sociali dei progetti di demolizione. Il rigore con le quali le classificazioni di rischio sismico vengono fatte è messo in dubbio da molte voci, compresa quella della corte suprema turca che ha dichiarato la classificazione di un altro quartiere di Istanbul, Tozkoparan,  essere basata sull’ispezione di appena 14 sui 5.500 edifici della zona, fatti attraverso “controlli visivi e non scientifici “.  La stampa filogovernativa giustifica le demolizioni con il fatto che molti dei quartieri oggetto d’intervento sono in realtà formati da costruzioni abusive, sul modello della baraccopoli, dove l’estrema povertà degli abitanti rafforza le organizzazioni terroristiche. L’amministrazione comunale cerca ora di mitigare il suo approccio autoritario affiancando esperienze come l’atelier di progettazione partecipata animato da una società di consulenza in pianificazione per il quartiere di Kadikoy, dove in una strada si concentra la chiassosa movida notturna locale. Il metodo partecipativo sembra una soluzione per affrontare altre situazioni spinose che riguardano il modo in cui Istanbul sta cambiando, ma non è detto che basti a migliorare le ricadute sui residenti di progetti di trasformazione urbana come quello che dovrebbe demolire e ricostruire Okmeydani.

Occidentalizzazione

Il partito di Erdogan gode di un consenso abbastanza ampio da consentirgli di usare la forza per mettere a tacere il dissenso, e sono alte le possibilità che venga riconfermato al governo dalle prossime elezioni presidenziali e parlamentari. Tuttavia la protesta di Gezi Park e le lotte dei residenti di Okmeydani hanno dimostrato che Istanbul non è la Ekumenopolis del documentario di Imre Azem, girato nel 2011 per denunciare gli effetti sociali delle trasformazioni urbane ed i grandi vantaggi per pochi che esse stanno producendo. I metodi del governo turco si fondano su almeno un secolo e mezzo di trasformazioni urbane più o meno violente,  attraverso le quali, dalla Parigi del Barone Haussmann  in poi,  la povertà urbana è stata rimossa via demolizione/ricostruzione dei quartieri che la ospitavano ed il problema spostato altrove. Anche se sembra ancora lunga la strada che devono compiere i turchi che si oppongono alla grandeur bonapartista del loro primo ministro,  le recenti proteste sono almeno servite a gettare luce su cosa voglia dire il processo di occidentalizzazione di una città che da duemila anni vive a cavallo tra Oriente ed Occidente: una enorme operazione di sostituzione sociale a fini speculativi portata avanti nella totale assenza di procedure democratiche.

Riferimenti

D. Lapeska, Istanbul’s gentrification by force leaves locals feeling overwhelmed and angry,  The Guardian, 2 luglio 2014

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.