Jane Jacobs. Il centro città è per la gente. Capitolo I

L’anno in corso è uno di quelli decisivi per il futuro della città. In tutto il paese urbanisti e amministratori stanno preparando una serie di progetti di riqualificazione che definiranno il carattere del centro delle nostre città per le prossime generazioni. Grandi ambiti urbani, vasti quanto numerosi isolati, stanno per essere demoliti; solo alcune città stanno attuando i progetti di riqualificazione delle loro aree centrali, ma praticamente ogni grande città è pronta a partire con le costruzioni, e i progetti saranno presto definiti.

Come saranno questi progetti? Spaziosi, simili a parchi, e poco affollati. Saranno caratterizzati da vedute su vasti spazi verdi. Saranno equilibrati, simmetrici, ordinati. Saranno precisi, impressionanti e monumentali. Avranno tutti gli attributi di un ben tenuto, dignitoso, cimitero. E ciascun progetto assomiglierà molto a quello successivo: il complesso per appartamenti e uffici Golden Gate Gateway di San Francisco, il Civic Center di New Orleans, il complesso di appartamenti con auditorium Lower Hill di Pittsburgh, il Convention Center di Cleveland, il complesso di uffici e appartamenti Quality Hill di Kansas City, il progetto per l’area centrale di Little Rock, il progetto Capitol Hill di Nashville. Da una città all’altra, gli schizzi degli architetti evocano le medesime tristi scene; non c’è nessun cenno alla individualità o al capriccio o alla sorpresa, nessun cenno al fatto che lì c’è una città con una tradizione e peculiarità proprie.

Questi progetti non rivitalizzeranno il centro delle città: lo sopprimeranno. Perché si oppongono alla città stessa. Essi aboliscono la strada, la sua funzione, la sua varietà. Vi è tuttavia una eccezione degna di nota, il piano di Gruen per Fort Worth: paradossalmente il suo punto cruciale è stato trascurato dalle molte città che si accingono ad imitarlo. Praticamente senza eccezione tutti i progetti presentano una soluzione standard ad ogni necessità: commercio, salute, cultura, pubblica amministrazione – indipendentemente dalla attività, essi prendono una parte della vita della città, la estraggono dal trambusto del centro, e la ricompongono come un’isola autosufficiente, in splendido isolamento.

Esistono certamente varie ragioni per ricostruire i centri delle città: caduta delle vendite al dettaglio, entrate fiscali a rischio, stagnazione dei valori immobiliari, condizioni impossibili del traffico e dei parcheggi, precaria situazione del trasporto pubblico, accerchiamento dei quartieri degradati. Ma senza alcuna intenzione di sottovalutare questi seri argomenti, bisogna innanzi tutto considerare ciò che rende magnetico il centro, ciò che può iniettare la gaiezza, la meraviglia, l’allegra confusione che induce la gente a venire e soffermarsi in città. È questo magnetismo il nocciolo del problema. Tutti i gli aspetti di valore del centro ne sono effetti secondari. Dar vita al suo interno ad un’atmosfera di urbanità e di esuberanza, non è un compito insignificante.

Stiamo diventando troppo solenni riguardo al centro delle città. Architetti, urbanisti – e uomini d’affari – sono tutti presi da sogni di ordine, affascinati da modelli in scala e vedute a volo d’uccello. Si tratta di una maniera indiretta di avere a che fare con la realtà, che è, purtroppo, sintomatica di una filosofia progettuale ora preponderante: gli edifici vengono messi davanti a tutto, essendo l’obiettivo di ricostruire la città quello di aderire ad un concetto astratto di ciò che, secondo logica, dovrebbe essere. Ma a chi appartiene questa logica? La logica dei progetti e quella dei bambini egocentrici, i quali, giocando con i loro graziosi cubetti gridano “Guarda cos’ho fatto!”- un punto di vista assai coltivato nelle nostre scuole di architettura e progettazione. E i cittadini che dovrebbero avere più informazioni sono tanto affascinati dal semplice processo della ricostruzione, da essere i risultati finali secondari ai loro occhi.

Con un approccio del genere, i risultati finali saranno grosso modo tanto utili alla città quanto lo sono stati le antiquate reliquie del movimento City Beautiful, che nei primi anni del secolo erano sul punto di ringiovanire la città facendola diventare qualcosa di simile ad un parco, ariosa, e monumentale. Non c’è modo di nutrire sinteticamente la sottesa complessità e la vita che rende il centro della città degno di essere riqualificato. Nessuno può scoprire cosa funzioni per le nostre città guardando ai boulevard di Parigi, come facevano quelli del movimento City Beautiful; e non lo si può nemmeno fare guardando alle città giardino nei sobborghi, maneggiando modelli in scala, o inventando città ideali. Bisogna uscire, e camminare. Camminate, e vedrete che molti dei presupposti sui quali si basano i progetti sono sbagliati. Vedrete, per esempio, che un complesso civico valido e ben tenuto non necessariamente migliora anche ciò che lo circonda (è il caso delle università urbane nel mezzo del degrado, o dei dintorni sfiniti di ambiziosi monumenti civici come l’auditorium cittadino di St. Louis, o la spianata centrale di Cleveland).

Vedrete che il decentramento non fa parte della natura del centro città. Notate quanto esso sia un luogo sorprendentemente piccolo; quanto improvvisamente, appena fuori dal piccolo nucleo pieno di energia, ci sia spazio per zone sottoutilizzate. La sua tendenza non è di sparpagliarsi qua e là, ma di diventare ancora più denso e compatto. Nemmeno si può dire che questa tendenza sia un residuo del passato; il numero di persone che lavorano nel nucleo è in crescita, e dato l’aumento a lungo termine degli impiegati esso continuerà a crescere. La tendenza a diventare più denso è una qualità fondamentale del centro città, e persiste per buone e sensate ragioni.

Se uscite e camminate, vedrete ogni genere di altri indizi. Perché mai il nucleo centrale della città è una tale mescolanza di cose? Perché gli impiegati degli uffici della fantastica Park Avenue a New York svoltano al primo angolo possibile verso Lexington o Madison Avenue? Perché una buona steak house di solito si trova in un vecchio edificio? Perché gli isolati corti sono più inclini ad essere più ricchi di attività di quelli lunghi?

La premessa di questo articolo, è che il miglior modo di pianificare il centro della città, sia di guardare come la gente oggi lo usa; di cercarne i punti di forza, e sfruttarli, e rinforzarli. Non c’è alcuna logica che possa essere imposta dall’alto alla città, è la gente a generarla, ed è ad essa, non agli edifici, che dobbiamo adattare i nostri piani. Ciò non significa accettare lo stato di cose presente; il centro della città ha davvero bisogno di essere ristrutturato, perché è sporco, è congestionato. Ma ci sono anche cose che funzionano e con la sola, vecchia osservazione possiamo scoprire quali esse siano e cosa piaccia alla gente.

(Continua)

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Riferimenti

Jane Jacobs, Downtown is for People, Fortune,1958.