Jane Jacobs, tra ordine spontaneo e conoscenza tacita

Nel 2016 si celebrerà il centenario della nascita e il decennale della morte di Jane Jacobs, una delle figure più travolgenti nel campo degli studi urbani. Il ruolo che Jacobs ha avuto durante il XX secolo è oggi ampiamente riconosciuto. Da una parte una grande scrittrice che ha cambiato il modo di osservare la città, cogliendone la sua forza generatrice e vitale. Dall’altra un’attivista che ha difeso i diritti di moltissimi cittadini dinanzi alla realizzazione di nuove trasformazioni urbane, basate sui concetti di modernità e progresso, che avrebbero comportato la demolizione di interi quartieri ritenuti disordinati, caotici e non più idonei agli standard del tempo. Insomma, una intellettuale che con coraggio ha saputo fronteggiare la visione urbanistica mainstream che a partire dagli anni ’50 rischiava di compromettere il futuro delle città americane.

 

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La residenza di Jane Jacobs al 555 di Houdson St. nel Greenwich Village di New York.

Nata nel 1916 a Scranton (Pennsylvania), giovanissima si trasferì a New York dove intraprese la carriera di giornalista e scrittrice vivendo nel Greenwich Village, un quartiere che il potente Robert Moses provò senza successo ad abbattere, bloccato grazie alle proteste popolari guidate dalla stessa Jane Jacobs. Sempre impegnata civilmente, nel 1968, per opporsi alla guerra in Vietnam, decise di trasferirsi a Toronto in Canada, città dove continuò la sua intensa attività di scrittrice fino al 2006, anno della sua morte.

Di lei molto si è detto e si potrebbe dire. Ogni suo scritto è un vortice di infiniti spunti e riflessioni. Architetti, sociologi, antropologi, economisti e urbanisti continuano a prenderla come riferimento.

Jacobs si formò sul campo, non seguì un vero e proprio percorso di studi. Frequentò corsi di economia, scienze politiche, legge e biologia. Sposò un architetto e inizialmente scrisse soprattutto di mercato. Solo col passare degli anni si occupò di città grazie alla produttiva collaborazione con il Rockefeller Center.

In occasione della presentazione nel 2000 del suo libro The Nature of Economies, Jane Jacobs ricevette una domanda lusinghiera da parte di un giornalista: “ma signora Jacobs, lei mi deve spiegare perché chi è a destra ama Jane Jacobs, chi è a sinistra ama Jane Jacobs, chi è al centro ama Jane Jacobs. Insomma, tutti la amano. Come è possibile?”. “Facile” – rispose – “non sono ideologica. Sono pratica. Forse per questo mi apprezzano”.

Il suo libro più famoso è Vita e morte delle grandi città americane, e tuttavia altri testi sono da considerare allo stesso modo dei veri capolavori: oltre al già citato The Nature of Economies, L’economia delle città, Systems of Survival o Cities and Wealth of Nations. La portata del suo pensiero è enorme.

Molti sono gli approfondimenti che potrebbero essere rilanciati oggi per annunciare il suo centenario ma – a parere di chi scrive –  due aspetti su tutti sono estremamente rilevanti. Il primo riguarda il concetto di ordine. Il secondo invece affronta il tema della conoscenza. Semplificando: La città è un luogo disordinato o possiede un ordine? Nel caso in cui si riconosca un certo ordine è possibile indicarne la sua provenienza? Per pianificare una città basta la conoscenza scientifica?

Interrogandosi sulla natura dei problemi urbani, Jane Jacobs esplora il concetto di complessità e si chiede in Vita e morte delle grandi città americane: “possiamo immaginare la città come un problema semplice?”. La risposta è no: è impossibile trattare la città come un problema semplice perché esso ha generalmente due variabili – una causa e un effetto – facilmente studiabili, risolvibili e governabili scientificamente. La città nel suo insieme ha un livello di complessità più elevato rispetto a qualsiasi tipo di problema semplice. A tal proposito Jane Jacobs  sostiene ad esempio che  Howard, con la sua idea di città giardino, tratti la città come un problema di natura semplice,  arrivando a proporne un modello rispondente a semplici variabili di causa e effetto. Nel modello della città giardino infatti si pensa che l’urbanista possa indicare la strada per il raggiungimento di un equilibrio perfetto guardando semplicemente al numero di abitanti (causa), per poi derivarne ad esempio il numero di posti di lavoro o le aree verdi necessarie (effetti).

Jacobs va oltre, e si chiede: “può essere che la città sia un problema di complessità disorganizzata”? In questo caso la città non viene più trattata come un problema semplice  ma bensì come relazione sistemica di innumerevoli variabili. La conoscenza che si mette in campo è ancora scientifica, ma non vi è più certezza. Quello che si può fare è studiare i fenomeni complessi  della città attraverso statistiche e probabilità. Secondo Jane Jacobs questa visione ha portato la pianificazione urbana a speculare enormemente sui principi matematici. A tal proposito la scrittrice cita la Ville Radieuse di Le Corbusier dove la complessità reale veniva semplificata e convertita in un problema semplice. Si poteva pertanto studiare qualsiasi fenomeno  – il numero delle persone, gli immobili, le funzioni, il traffico, la produzione, eccetera  – controllarlo e pianificarlo. Per Jacobs  anche questo approccio era sbagliato per almeno due motivi. In primo luogo perché esso non considerava le persone come soggetti agenti e poi perché si pensava ancora che l’unica conoscenza possibile fosse esclusivamente quella scientifica.

 

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La giovane Jane Jacobs

Jane Jacobs sfidò gli urbanisti dell’epoca dimostrando i loro errori, e si chiese: “qual è allora la natura dei problemi urbani?”. Secondo Jacobs essa altro non è se non un problema di complessità organizzata. Ciò che nella maggior parte dei casi appariva all’occhio dell’urbanista come disordine per lei era invece una forma di ordine auto-organizzato. Perché? Perché la città assomiglia più a un sistema vivente che ad una macchina; perché a tenere in piedi la città sono le relazioni complesse tra le parti in un tutto interconnesso; perché la conoscenza che fa muovere la città è una conoscenza tacita e pratica strettamente correlata all’esperienza quotidiana, conoscenza che è insita nell’individuo e che nessuno può raggruppare in forma onnicomprensiva o totalizzante.

Ciò che Jane Jacobs mette in evidenza è che il funzionamento complesso della città emerge dalle azioni degli individui nello spazio, i quali utilizzano largamente la propria conoscenza tacita. Mentre tutti coloro che l’hanno preceduta pensavano alla città come ordine costruito o come disordine da pianificare, lei fu la prima in grado di riconoscere che la realtà dei fatti è un’altra cosa, che tra ordine costruito e completo disordine vi è l’ordine spontaneo, un sistema complesso in grado di funzionare ed adattarsi nel tempo grazie alle infinite azioni sociali. Tale ordine non è né il frutto del disegno di un singolo uomo, né tantomeno un ordine volontario, ma piuttosto il risultato involontario di innumerevoli azioni contestuali.

Jane Jacobs, per tutta la sua vita, ha scritto a proposito della città come fenomeno spontaneo con l’obiettivo di far comprendere agli addetti ai lavori (ma anche ai non addetti) quanto deleterio sia pensare che esista qualcuno in grado di sostituirlo completamente con soluzioni apparentemente perfette (oggi diremmo smart).  Al contrario  essa afferma che tanto più la città riesce a funzionare spontaneamente tanto più essa è sostenibile (oggi diremmo resiliente). Lungi dal credere all’esistenza della città perfetta, Jacobs era al contrario convinta che si trattasse di un ambiente spesso impraticabile e inefficiente. Ma sono proprio impraticabilità e inefficienza a creare bisogni, occasioni e desideri, ovvero quella spinta propulsiva che porta gli essere umani ad agire per trovare sempre nuove soluzioni. Ed è proprio lì, in questo spazio, che si viene a creare l’economia della città.

Il 2016, anno del centenario di Jane Jacobs, mi auguro sia un’occasione per continuare ad indagare attorno alla sua figura traversale e travolgente in  grado di raccogliere l’interesse di più campi di ricerca. Da urbanista, partendo proprio dai concetti di ordine spontaneo e conoscenza tacita, ogni volta che leggo i suoi scritti mi interrogo su quale sia la forma di regolazione in grado di garantire un corretto funzionamento spontaneo della città senza però doverne subire gli effetti negativi inattesi.

 Riferimenti

Le immagini nell’articolo sono tratte da A. Flint, Wrestling with Moses: How Jane Jacobs Took on New York’s Master Builder and Transformed the American City, New York, Random House, 2009.

A. Goldsmith, L. Elizabeth, What We See, Advancing the Observation of Jane Jacobs, Oakland, New Villagers Press, 2010.

J. Jacobs, Vita e morte delle grandi città americane, Roma, Garzanti, 1969.

J. Jacobs, L’economie delle città, Roma, Garzanti, Roma, 1971.

J. Jacobs, Cities and Wealth of Nations, New York, Random House, 1984.

J. Jacobs, System of Survival, New York, Random House, 1993.

J. Jacobs, The Nature of Economies, New York, Random House, 2000.

L’immagine di copertina, raffigurante la residenza di Jane Jacobs al 555 di Houdson St. oggi, è di Stefano Cozzolino.