La città che cambia: una questione di salute pubblica

Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, in Italia nel 2012 sono morte prematuramente 84.400 persone a causa dell’aria inquinata e l’epicentro di questa ecatombe è quell’area geografica che Eugenio Turri ha definito Megalopoli Padana, ovvero lo spazio urbanizzato in modo reticolare e continuo che caratterizza il territorio delimitato dalle Alpi, gli Appennini e l’alto Adriatico[1]. Si tratta di un’area geografica dove l’urbanizzazione si è insinuata lungo le valli fluviali ed è risalita sulle pendici dei monti: una enorme, unica città che va da Torino a Venezia, fino a raggiungere i territori più ad est. C’è quindi una buona ragione per domandarsi – anche qui da noi dopo che da tempo lo stanno facendo in altre regioni del mondo cosiddetto sviluppato – quali relazioni ci siano tra le mutazioni urbane e le condizioni di salute delle persone le abitano.

Il processo di mutamento della rete storica delle città in questa nuova forma di territorio urbanizzato si manifesta in un gran numero di piccoli centri dalle caratteristiche suburbane: non più paesi ma nemmeno città.  Anche se di proporzioni diverse si tratta di luoghi dalle caratteristiche simili a quelli dove vive più della metà della popolazione nord americana e che in Europa ha drenato quella delle città storiche. In Urban Sprawl and Public Health, Howard Frumkin, che insegna Environmental and Occupational Health Sciences presso la Scuola di Salute Pubblica dell’Università di Washington, ha evidenziato come lo sviluppo suburbano, spinto dall’aumento della mobilità individuale, sia responsabile di una serie di patologie[2]: oltre alle conseguenze degli incidenti stradali ci sono le malattie dell’apparato respiratorie da inquinamento atmosferico e quelle legate al sovrappeso e alla obesità dovute allo scarso movimento. Vi è poi la salute mentale, messa a dura prova dall’isolamento generato da insediamenti umani a bassa densità. Di quanto sia nocivo il suburbio per la salute psichica avevano scritto – a distanza di quasi due decenni l’una dall’altra – sia la giornalista Betty Friedan[3] che l’urbanista Dolores Hayden. E’ un rischio sanitario che riguarda soprattutto le donne, relegate nelle «case unifamiliari raggruppate in aree circoscritte secondo la classe sociale, attraversate da autostrade e servite da centri e da vie commerciali.» [4].

Anche la letteratura e l’arte hanno registrato, da almeno mezzo secolo a questa parte, le conseguenze sanitarie della vita suburbana. Il dramma esistenziale raccontato nel romanzo di Richard Yates di Revolutionary Road è ambientato in una «zona del Connecticut, dove tre villaggi ipertrofici erano da poco confluiti a formare un unico centro lungo un’ampia e rumorosa autostrada»[5].  In Regno a venire James Graham Ballard ha immaginato il dilagare della follia nei sobborghi londinesi, quasi fosse una malattia contagiosa: «I quartieri residenziali sono il laboratorio sociale ideale. Si può inventare un qualsiasi agente patogeno e poi verificarne la virulenza.». La salute mentale degli abitanti delle «sonnacchiose villette» viene intaccata dalle conseguenze del loro stesso stile di vita, dalla nuova peste del consumismo. La dipendenza dagli acquisti e dall’auto sono le patologie che affliggono il suburbio: «Le nostre scuole sono state colpite da un’epidemia, centinaia di ragazzi saltano le lezioni ogni giorno per andare al Metro-Centre. L’unico ospedale che dovrebbe prendersi cura della gente del luogo è pieno di vittime da incidenti stradali causati da automobilisti di passaggio. Guai ad ammalarsi nei pressi della M25.»[6]. L’incubo ballardiano aveva avuto una precedente interpretazione nelle riproduzioni seriali che Andy Warhol dedicò agli incidenti stradali, il prezzo realistico che si deve pagare alla dipendenza dall’auto.

Tornando alla Megalopoli Padana, e più precisamente alla Lombardia, non è difficile constatare quanto frequentemente il fenomeno dell’urban sprawl sia stato, anche in tempi recenti, sotto i riflettori della cronaca giornalistica: la cosiddetta «villettopoli» è diventato un luogo insicuro, dove si usano le armi con sempre maggiore frequenza. La sua esistenza non è solo una fantasiosa semplificazione dei mezzi di comunicazione di massa ma ha precise evidenze statistiche. Tra il 1999 ed il 2007 in più della metà dei comuni lombardi – i quali per poco meno della metà appartengono ad un’area morfologicamente urbana[7] – la percentuale di superficie antropizzata è aumentata più di quanto sia percentualmente cresciuta la popolazione tra il 2001 ed il 2011. Capire in che misura i lombardi – così come coloro che vivono nel più vasto ambito geografico padano – risiedano in ciò che sempre l’Agenzia Europea per l’Ambiente definisce «the physical pattern of low-density expansion of large urban areas, under market conditions, mainly into the surrounding agricultural areas» serve a mettere in relazione la patologia territoriale della dispersione insediativa con le condizioni di salute degli abitanti.

Il cambiamento climatico ha una relazione diretta con l’enorme consumo energetico degli ambienti urbani, che a sua volta si tramuta in onde di calore e in condizioni metereologiche estreme. Non si dovrebbe quindi aspettare l’ennesima conferenza mondiale sul clima per stabilire che riscaldamento globale, urbanizzazione del mondo e nuovo rischi sanitari sono fenomeni correlati.  Un numero crescente di ricerche in campo medico sta riscoprendo, dopo una lunga stagione di sostanziale coincidenza delle discipline sanitarie con la pianificazione urbanistica,  quanto la salute delle persone dipenda anche dal luogo in cui esse risiedono. La contabilità delle morti premature da inquinamento prodotto e subito dall’ambiente urbano dovrebbe quindi mettere in evidenza che chi progetta il luogo dove vive più della metà degli esseri umani si occupa innanzi tutto di salute pubblica.



[1] E. Turri, La Megalopoli Padana, Venezia, Marsilio, 2000.

[2] H. Frumkin, Urban Sprawl and Public Health, in Public Health Report, maggio-giugno 2002, vol. 117, pp. 201-215.

[3] B. Friedan, The Feminine Mystique, New York, Norton & C., 1963.

[4] D. Hayden, What Would a Non-Sexist City Be Like? Speculations on Housing, Urban Design, and Human Work, in Sign, Vol. 5, No. 3, Supplemento a Women and the American City, 1980. La traduzione della frase qui riportata è di Michela Barzi.

[5] R. Yates, Revolutionary Road, Roma, Minimum fax, 2003.

[6] J. G. Ballard, Regno a venire, Milano, Feltrinelli, 2006.

[7] Secondo la definizione del programma ESPON promosso dall’Unione Europea.