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La città come mosaico etnico

Se c’è una cosa che la manifestazione di Milano contro il razzismo e per l’accoglienza dei migranti ha attivato, oltre la partecipazione di centomila persone, è la possibilità di vedere quanto fitto e vario sia il mosaico etnico che compone la città. Oltre la percentuale di stranieri nella popolazione milanese – ogni dieci abitanti due sono stranieri e più di un terzo delle nuove nascite riguarda bambini con genitori non italiani – a sancirne l’eterogeneità sono le decine di associazioni di cittadini provenienti da trentasette diversi paesi. Il 20 maggio scorso questa grande varietà di culture ed etnie si è rappresentata nei colori e nei suoni che hanno caratterizzato forse il più gioioso corteo della storia della città.

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Foto: M. Barzi

Louis Wirth, nel suo saggio L’urbanesimo come modo di vita[1] del 1938 aveva individuato la natura eterogenea della popolazione urbana: «Poiché la popolazione della città non è sufficiente a riprodursi autonomamente, la città deve reclutare immigranti da altre città, dalla campagna e – almeno negli Stati Uniti fino a tempi assai recenti – da altri paesi. Pertanto storicamente la città è stata il crogiuolo di razze, popoli e culture, ed il terreno di allevamento più favorevole dei nuovi ibridi biologici e culturali. Non solo ha tollerato, ma ha ricompensato le differenze individuali; ha messo insieme individui dagli estremi della terra proprio perché differenti, e quindi utili l’uno all’altro, e non invece perché sono omogenei e con uguale formazione mentale». Se l’eterogeneità è l’identità stessa delle condizione urbana contemporanea e il mosaico etnico è quindi parte del paesaggio urbano e non solo di quello milanese, dove strade e quartieri sono connotati dalla fitta presenza di comunità provenienti dall’Asia, L’Africa, l’America centrale e meridionale e l’Europa orientale.

Eppure le recenti, scintillanti, trasformazioni di interi settori di Milano, iconicamente rappresentati dai grattacieli e dalle torri dei progetti City Life e Porta Nuova, restituiscono un paesaggio urbano che ha molto a che fare con quella idea di omogeneità che sembra assumere i connotati etnici e sociali dei bianchi caucasici ricchi che lo abitano , come già notava James Baldwin a proposito dell’elegante Park Avenue di New York. Posti del genere, ancor prima che te lo dicano, sai che non sono per te e l’esperienza di attraversare lo spazio ordinato e pulito del “white world” – a New York come a Milano – produce quella imbarazzante sensazione di essere entrati per sbaglio in casa d’altri. Qui l’omogeneità degli abitanti si rappresenta in quella dei valori immobiliari, pur nella variabilità delle forme architettoniche.

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Foto: M. Barzi

Ma tornando a Porta Nuova, a pochi passi dal celebrato Bosco Verticale, la vecchia Chinatown ci ricorda che lo spazio urbano etnicamente connotato fa parte della storia di Milano da quasi un secolo. E’ qualcosa che riguarda ora anche altri quartieri della città, ma il rapporto tra comunità straniere e norme urbanistiche, plasticamente rappresentato dai numerosi ed incostituzionali tentativi del governo regionale lombardo di limitare l’edificazione di luoghi di culto diversi da quelli della religione di stato, ha finito per concentrarsi solo sulle regole di accesso al patrimonio di edilizia residenziale pubblica, tra strettoie sui requisiti e polemiche ad alto tasso ideologico sulle occupazioni abusive. E dove è uscito dall’ambito limitato, anche se fondamentale, del diritto alla casa, è stato oggetto di conflitti sulle regole relative alle norme annonarie e di occupazione del suolo pubblico, come nel caso della mezza rivolta scoppiata tra i commercianti cinesi a proposito di una stretta legalitaria voluta dalla passata amministrazione di centro-destra.

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Foto: M. Barzi

Se di quel quinto di milanesi non italiani ci si ricorda solo quando il tema è il diritto alla casa, finisce che ci si dimentica che essi sono parte integrante dell’economia urbana, non solo perché puliscono nelle “nostre” case e accudiscono i “nostri” bambini e anziani, ma per vie delle numerose piccole attività economiche che contribuiscono a connotare la vivacità di interi quartieri, e si perde così buona parte del disegno che il mosaico etnico contribuisce a creare.

Immaginare scenari in cui la Milano del 2030 non sarà solo una selva di grattacieli e torri per appartamenti di lusso significa pensare a come rimettere in gioco il patrimonio residenziale sottoutilizzato e a come eventualmente realizzare una nuova dotazione che si rivolga soprattutto a coloro che non hanno i requisiti di reddito per accedere all’edilizia residenziale pubblica e che vengono spinti fuori dai confini della città, nella vasta regione metropolitana che si estende ben oltre la città metropolitana, in cerca abitazioni più economiche. Tra queste categorie di persone moltissimi sono gli stranieri: basta prendere un treno suburbano per rendersene conto. Questo tema intercetta quello della mobilità e non solo di quella garantita dal trasporto pubblico (si pensi a quanti ciclisti milanesi sono stranieri che usano la bicicletta per ragioni di lavoro e non come rappresentazione di uno stile di vita). Ma si interseca anche con le norme che regolano tutte quelle attività economiche senza le quali i quartieri residenziali diventano monotoni dormitori o, peggio, secondo la narrazione tanto in voga, periferie da risanare.

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Foto M. Barzi

Chi, come Dolores Hayden, da tempo si dedica allo studio delle diverse modalità di produzione dello spazio urbano, connotate dalle differenze culturali, etniche e di genere, sa bene come in questa diversità sia scritta buona parte della storia di un paese, come gli Stati Uniti, nato a partire da popolazioni eterogenee. Ora la grande partecipazione di milanesi nati nel resto del mondo – e dei loro figli che qui vivono e studiano anche per diventare classe dirigente di questo paese – ci impone di pensare alla città e ai suoi cittadini superando quella idea omogenea e indistinta di cittadino medio (che sappiamo invece avere una connotazione molto precisa) che ancora dà forma a gran parte della pianificazione urbanistica.

[1] Louis Wirth, Urbanism as a way of life, American Journal of Sociology, vol.44., n° 1, Jul., 1938, pp.1.24.Traduzione italiana in Guido Martinotti (a cura di) Città e analisi sociologica, Padova, Marsilio, 1968, pp. 514-535

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Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale. Collabora con istituti di ricerca e università. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste on line.

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