La città come mosaico etnico

A Milano ogni dieci abitanti due sono stranieri e più di un terzo delle nuove nascite riguarda bambini con genitori non italiani . Ma a sancire l’eterogeneità etnica della maggiore metropoli italiana[1] sono, oltre i numeri delle statistiche, le decine di associazioni di cittadini provenienti da trentasette diversi paesi, quelle, ad esempio, che il 20 maggio 2017 si sono viste sfilare tra i centomila partecipanti alla manifestazione “Milano senza muri” .  I loro colori e suoni hanno forse dato vita al più gioioso corteo della storia della città.

Foto M. Barzi

Giusto per fare un esempio che rappresenta bene la presenza di tessere diverse nel mosaico che compone una città, quell’insieme di strade a ridosso del centro storico che chiamiamo Chinatown ci ricorda che lo spazio urbano etnicamente connotato fa parte della storia di Milano ormai da un secolo. Il fenomeno riguarda ora anche altri quartieri della città, ma il rapporto tra comunità straniere e norme urbanistiche, plasticamente rappresentato dai numerosi ed incostituzionali tentativi del governo regionale lombardo di limitare l’edificazione di luoghi di culto diversi da quelli della religione di stato, ha finito per concentrarsi solo sulle regole di accesso al patrimonio di edilizia residenziale pubblica, tra strettoie sui requisiti e polemiche ad alto tasso ideologico sulle occupazioni abusive. E dove è uscito dall’ambito limitato, anche se fondamentale, del diritto alla casa, è stato oggetto di conflitti sulle regole relative alle norme annonarie e di occupazione del suolo pubblico, come nel caso della mezza rivolta scoppiata tra i commercianti cinesi a proposito di una stretta legalitaria voluta dalla passata amministrazione di centro-destra.

Louis Wirth, nel suo saggio L’urbanesimo come modo di vita[2] del 1938 aveva individuato la natura eterogenea della popolazione urbana: «Poiché la popolazione della città non è sufficiente a riprodursi autonomamente, la città deve reclutare immigranti da altre città, dalla campagna e – almeno negli Stati Uniti fino a tempi assai recenti – da altri paesi. Pertanto storicamente la città è stata il crogiuolo di razze, popoli e culture, ed il terreno di allevamento più favorevole dei nuovi ibridi biologici e culturali. Non solo ha tollerato, ma ha ricompensato le differenze individuali; ha messo insieme individui dagli estremi della terra proprio perché differenti, e quindi utili l’uno all’altro, e non invece perché sono omogenei e con uguale formazione mentale». Se l’eterogeneità è l’identità stessa delle condizione urbana contemporanea e il mosaico etnico è quindi parte del paesaggio urbano e non solo di quello milanese, dove strade e quartieri sono connotati dalla fitta presenza di comunità provenienti dall’Asia, L’Africa, l’America centrale e meridionale e l’Europa orientale.

Chi, come Dolores Hayden, da tempo si dedica allo studio delle diverse modalità di produzione dello spazio urbano, connotate dalle differenze culturali, etniche e di genere, sa bene come in questa diversità sia scritta buona parte della storia di un paese, come gli Stati Uniti, nato a partire da popolazioni eterogenee. Ora la grande e visibile presenza di milanesi nati nel resto del mondo ci impone di pensare alla città e ai suoi cittadini superando quella idea omogenea e indistinta di cittadino medio che ancora dà forma a gran parte della pianificazione urbanistica e che sappiamo avere una connotazione molto precisa.

Foto M. BarziSe di quel quinto di milanesi non italiani ci si ricorda solo quando il tema è il diritto alla casa, si finisce per dimenticare che essi sono parte integrante dell’economia urbana, non solo perché puliscono nelle “nostre” case e accudiscono i “nostri” bambini e anziani, ma per via delle numerose piccole attività economiche che contribuiscono a connotare la vivacità di interi quartieri. Se non si vedono queste tessere si perde buona parte del disegno del mosaico etnico, ma anche economico, sociale, culturale che rende una grande città un luogo dove vale la pena vivere.

Immaginare scenari in cui la Milano del 2030 non sarà solo una selva di grattacieli e torri per appartamenti di lusso significa pensare a come rimettere in gioco il patrimonio residenziale sottoutilizzato.  Significa pensare a come  realizzare una nuova dotazione che si rivolga soprattutto a coloro che non hanno i requisiti di reddito per accedere all’edilizia residenziale pubblica e che vengono spinti fuori dai confini della città, nella vasta regione metropolitana che si estende ben oltre la città metropolitana, in cerca abitazioni più economiche. Tra queste categorie di persone moltissimi sono gli stranieri: basta prendere un treno suburbano per rendersene conto. Questo tema intercetta quello della mobilità e non solo di quella garantita dal trasporto pubblico (si pensi a quanti ciclisti milanesi sono stranieri che usano la bicicletta per ragioni di lavoro e non come rappresentazione di uno stile di vita). Ma si interseca anche con le norme che regolano tutte quelle attività economiche senza le quali i quartieri residenziali diventano monotoni dormitori o, peggio, secondo la narrazione tanto in voga, periferie da risanare.

 

Note

[1] Milano, come tutte le metropoli, non sta solo dentro i suoi confini amministrativi. Se si considera l’area metropolitana del capoluogo lombardo, ad esempio quella descritta nel rapporto OCSE del 2006, si può affermare che essa sia la maggiore in italia e una delle più importanti d’Europa.

[2] Louis Wirth, Urbanism as a way of life, American Journal of Sociology, vol.44., n° 1, Jul., 1938, pp.1.24.Traduzione italiana in Guido Martinotti (a cura di) Città e analisi sociologica, Padova, Marsilio, 1968, pp. 514-535