La città non è un brand

Una delle strategie di rigenerazione urbana adottate da molte città ex industriali, per cercare di arrestare il declino seguito alla perdita delle attività produttive, è stata la riconversione di alcuni ambiti in poli culturali e di attrazione turistica. In Europa il caso più noto è forse quello di Bilbao che ha affidato il rilancio della sua economia e la ridefinizione della sua identità al museo Guggenheim. Ora anche Helsinki si sta ponendo il problema di riqualificare l’area portuale di Eteläsatama – la porta d’ingresso dal mare alla città –  attraverso la costruzione di un centro museale che secondo l’istituzione statunitense sarà  dedicato al design e all’architettura. Il progetto, promosso dall’amministrazione comunale,  s’inserisce nel complessivo programma di rinnovamento e sviluppo urbano della città che nel 2011 è stata valutata come la più vivibile del mondo.

Tuttavia, rispetto al clima di generale consenso nei confronti di Guggenheim , The Next Helsinki, un gruppo attori locali di provenienza internazionale, proprio in relazione alla vivibilità della capitale finlandese si è chiesto che senso abbia l’atterraggio – come una sorta di navicella spaziale – del complesso che porterà il nome dell’istituzione privata statunitense. La domanda che ironicamente pongono riguarda il rapporto che si viene ad istituire tra un brand di livello mondiale e l’identità del luogo che il marchio dovrebbe riplasmare attraverso un concorso internazionale di architettura.

Il carattere di una città

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Foto: http://www.bustler.net

Il riferimento che The Next Helsinki fa a Bilbao è chiaro e la domanda è: che cosa succede se un edificio molto particolare, progettato da un architetto molto speciale e sponsorizzato da un museo privato, sbarca in mezzo ad una città e trasforma un’economia moribonda ed una cittadinanza poco colta in un colpo solo in un fulcro turistico ed artistico di livello mondiale? In altri termini che bisogno avrebbe  Helsinki del “miracolo” di Bilbao visto che nella capitale finlandese gli alloggi sono abbondanti e convenienti, vi sono continui progressi verso la sostenibilità, verso forme razionali di trasporto e per la realizzazione di piattaforme creative che consentono l’esperienza e produzione dell’arte?  Si tratta di una città in cui gli spazi e la cultura pubblica generano condizioni di vita dignitose e che si fa carico dei bisogni della comunità. Il gruppo, che ha lanciato un concorso di idee alternativo per l’area situata sul lato meridionale del porto, in un contesto di assoluto pregio paesaggistico, si domanda in pratica se l’esperienza della città basca possa valere come lasciapassare per realizzare simili poli culturali ovunque, indipendentemente dalle caratteristiche locali.

L’appello rivolto ad architetti, urbanisti, paesaggisti, artisti, ambientalisti, studenti, attivisti, poeti, politici, e tutti coloro che amano le città prende spunto dalla caratteristiche di un luogo bello e colto, che sembra danzare con l’acqua e dalle sue esigenze reali.

La questione centrale riguarda l’investimento di un ingente quantitativo di soldi pubblici a favore di una istituzione privata. A carico dell’amministrazione municipale sono infatti il terreno, la costruzione del museo, la sua manutenzione, gli stipendi ed il franchising del brand Guggenheim. La città di Helsinki spenderebbe centinaia di milioni di euro delle casse comunali in cambio degli  eventuali benefici del marchio di qualcun altro. Sembra allora legittimo domandarsi: è davvero questo il miglior uso del sito e soldi dei contribuenti?

Bottom-up vs top-down

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Foto: http://thecompetitionsblog.com

Una domanda alla quale è possibile rispondere formulandone un’altra da rivolgere a tutti, alla ricerca di idee alternative,  affrontando la sfida di immaginare un futuro migliore per  tutta la città.  Il concorso alternativo prende come punto di partenza la città esistente e le sue esigenze.  Cosa potrebbe succedere se si aiutasse Helsinki ad diventar un luogo più accessibile, equo, sostenibile e bello?  Se si ​​potesse aiutarla a sviluppare benefiche strategie culturali che si sviluppano a partire dalle specificità locali e dai bisogni di chi pratica l’arte contemporanea? E se ci fossero alternative realizzabili rispetto al marchio di lusso, alla omogeneità culturale, all’affidarsi a processi decisionali imposti dall’alto e alla privatizzazione dei beni comuni? Si tratta in pratica di ribaltare l’approccio: non una decisione calata dall’alto ma una serie di riflessioni per sottolineare la singolarità della città e per suggerire modi in cui Helsinki ed il lato meridionale del suo porto possono essere trasformati a vantaggio di tutti.

Un modo di pensare le trasformazioni urbane – questo di The Next Helsinki – piuttosto distante dalle indicazioni progettuali con le quali normalmente s’istituiscono i concorsi internazionali di architettura. Nei quali il luogo è solo evocato come contesto nel quale il progetto dovrà inserirsi, non tanto secondo un processo di osmosi quanto attraverso una riconfigurazione spaziale possibile grazie alle supposte virtù taumaturgiche dell’architettura. Non a caso l’invito di The Next Helsinki è aperto a tutti, indipendentemente dalla qualifica professionale.

Da questo punto di vista, oltre ad una critica ragionata all’ennesimo ed anacronistico contenitore per modalità convenzionali di produzione artistica, la provocazione lanciata dal gruppo di personalità provenienti da diverse discipline potrebbe essere un’esperienza pilota di alternativa alle trasformazioni urbane attuate attraverso i rendering dei progetti delle archistar e non solo.

 

Riferimenti

The Next Helsinki

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