La città non è un posto per donne

La nuova direttrice della Town and Country Planning Association, Kate Henderson, è una delle numerose donne che hanno spesso modo di sentirsi isolate, in quanto appartenenza di genere, nel contesto professionale in cui operano. La sua esperienza, e quella di altre urbaniste ed esperte di politiche urbane, discende dal fatto che le decisioni più importanti sul corpo delle città sono principalmente prese da uomini. Anche se da tempo molte delle professionalità che riguardano l’ambiente costruito attingono dal genere femminile, il  pensiero e l’opera delle donne continua ad essere ininfluente sulla forma e il paesaggio delle città. Eppure è stata una donna, Jane Jacobs, a scrivere oltre mezzo secolo fa Vita e morte delle grandi città americane, forse la critica più influente dello sviluppo urbano contemporaneo.

Al contrario, il fatto che il pensiero e l’immaginario maschile continuino ad essere dominanti nello spazio urbano ha avuto una recente dimostrazione nel caso di quel paio di giganteschi manifesti pubblicitari rimossi da una trafficata strada di Milano perché in grado di perturbare la normale circolazione automobilistica. Che il  corpo femminile sia utilizzato per finalità commerciali  non è certo una novità. Ma che sia possibile evitare queste interferenze nello spazio pubblico, soprattutto se finiscono per rafforzare i peggiori stereotipi di genere,ne è prova la recente decisione della città di Grenoble di metterle al bando.

Tutto ciò sembra avere poco o nulla a che fare con l’urbanistica, a meno di non essere disposti a pensare che il modo in cui la città si trasforma sia materia esclusiva di una disciplina. Tuttavia le città sono il luogo della politica – un ambito ancora fortemente dominato dal potere maschile  – e malgrado, il crescente numero di donne in posti di comando e  le sempre più numerose di professioniste dell’ambiente costruito, non si deve dimenticare che le scelte urbanistiche sono il frutto di decisioni politiche.

Femminilità e diversità delle funzioni urbane

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Foto: M. Barzi

Solo due anni dopo Jane Jacobs, nel 1963, Betty Friedan ha descritto la storia dello sviluppo delle città americane durante il ventesimo secolo come una vicenda di puro esercizio di potere, quello di un genere sull’altro. The Feminine Mystique è una spietata denuncia dell’oppressione delle donne attraverso il grande progetto suburbano che ha portato oltre la metà della popolazione statunitense a vivere in luoghi privi della diversità funzionale tipica delle città. La situazione descritta da Revolutionary Road – il romanzo di Richard Yates del 1961 –  diventava indagine sociologica e denuncia di una strategia per confinare le donne nello spazio domestico.

Il tema della rigida separazione funzionale delle città, che ha penalizzato le donne in virtù del tributo che pagano alle necessità della specie (per usare le parole di Simone de Beauvoir)  è stato affrontato da Dolores Hayden nel 1980 in What Would a Non sexist City Be Like? Hayden, da urbanista, riconduce la questione del sessismo insito nell’organizzazione urbana ai suoi aspetti spaziali, riconoscendo tuttavia che il problema è politico, nel senso più pieno del termine. Il saggio, che ha evidenziato la necessità di considerare lo spazio costruito non più secondo le categorie di città e suburbio, contiene una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni e luoghi di lavoro. L’intento è di scardinare le basi dello sviluppo urbano contemporaneo al di là di un diverso progetto spaziale: sono le basi sociali ed economiche, che affidano alle donne il lavoro domestico non retribuito, a dover essere radicalmente trasformate.

Anche se ormai la divisione tra lavoro retribuito e attività di cura ha smesso di essere rigidamente una questione di genere, e in molti paesi (soprattutto in quelli in via di sviluppo) il ruolo economico delle donne è diventato determinante, il tema di come la forma ed il paesaggio urbano rappresentino l’altra metà del cielo difficilmente viene affrontato. Basta percorrere le strade di una città qualsiasi per rendersi conto di quanto nello spazio pubblico i corpi femminili siano ancora relegati nell’immaginario della domesticità o ancorati al desiderio sessuale maschile e di quanto tutto ciò sia considerato normale.

In molte parti del mondo le donne sono semplicemente escluse dallo spazio pubblico attraverso le molestie e le violenze. Anche se per molte di esse non è evitabile nemmeno dentro le mura domestiche, l’insicurezza che le donne subiscono attraverso la violenza ribadisce continuamente il concetto che il loro posto è la casa, esattamente l’assunto contro il quale Dolores Hayden ha scritto il suo saggio trentacinque anni fa. E se, implicitamente, lo spazio degli uomini è la città, non sarà certo grazie agli edifici disegnati da architetti donna che le cose cambieranno, nemmeno se essi ricordano parti del corpo femminile come nel caso del progetto di Zaha Hadid per lo stadio dei mondiali di calcio in Qatar.

La questione centrale resta quella mescolanza di usi che costituisce la struttura delle città e che rimanda al diverso genere, e non solo, dei suoi abitanti. Esattamente ciò che ancora – dopo mezzo secolo dal fortunato libro di Jane Jacobs – non riesce ad essere visto da chi prende le decisioni sull’uso dello spazio urbano e sulle sue trasformazioni.

 

Riferimenti

S. Rustin, If women built cities, what would our urban landscape look like?, The Guardian, 5 dicembre 2014.

Sullo stesso argomento: M. Barzi, Cara signora, l’urbanistica non fa per lei, Millennio Urbano, 23 ottobre 2013.

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