La città tra evoluzione e mutazione

Non è banale chiedersi oggi: che cosa è diventata la città, da quando è cominciata la sua disgregazione, che cosa ha rappresentato la sua apparizione sulla terra? La città cambia continuamente e una lettura, tra le tante, delle fasi essenziali della sua evoluzione storica, può essere un’altra occasione utile per interpretare i cambiamenti messi in atto dalla nuova geografia post-spaziale. L’attuale trasformazione urbana, oggi come ieri, interpreta le dinamiche in atto, ne esalta le criticità. La differenza rispetto al passato sta nello stato di incertezza e provvisorietà elevato a regola, e non più eccezione. Si tratta di una assoluta novità che, più che una evoluzione della città, sembra delineare i termini di una “mutazione”, riflesso della civiltà contemporanea e dei suoi nuovi sistemi di comunicazione. Il processo di evoluzione dell’odierna vita urbana e della città attuale, mostra la “prevalenza dei non-luoghi” e la “irrilevanza dell’interazione” condizioni che, come ha evidenziato Baumann, minacciano l’autosufficienza di una società e dei suoi individui.

Polis, urbs, civitas

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Foto: M. Barzi

Eppure, per come l’abbiamo conosciuta dalla storia, la città trae le ragioni della sua esistenza ed evoluzione proprio dall’essere luogo di interazione, capace di liberare esperienze, nuovi significati, autonomia e ricerca di una forma. E’ grazie a questo originario “ordine urbano” che via via gruppi sempre più numerosi di individui sono sollecitati a cooperare tra loro, ad organizzarsi in gruppi di lavoro disciplinati da un’autorità, a fronteggiare le forze distruttive della natura e degli uomini, a concepire sistemi di immagazzinamento del cibo e di raccolta delle acque, a costruire reti di comunicazione e trasporto, a promuovere numerose attività collettive. E’ la prospettiva della polis che avanza per poi confluire nella combinazione tra la forma della città (urbs) e la società (civitas). Gli aspetti positivi della civiltà urbana si riassumono nella tendenza a strutturare stabilmente l’ordine e la giustizia per garantire alle popolazioni un minimo della forza morale e della solidarietà reciproca presente nel villaggio arcaico. A tali aspetti, tuttavia, si affiancano contestualmente quelli opposti complementari della guerra, della schiavitù e di altre forme di violenza e sopraffazione, che la stessa civiltà urbana genera, istituzionalizzando una cultura parallela costantemente orientata verso la morte.

Le conquiste della borghesia e lo sviluppo del sistema di produzione capitalistico, trasformano radicalmente il rapporto tra città e suolo urbano, in termini di diritti, di valori economici, di soggetti, ruoli e gerarchie, di costruzione della città e di configurazione degli spazi.

Su questa crisi si innesta la nascita dell’urbanistica moderna che accompagna la formazione e composizione della città industriale. Il tentativo di una loro soluzione determina la nascita di una legislazione urbanistica, fondata sul  miglioramento dei rapporti economici e sociali, associato alla creazione di un equilibrio nei rapporti spaziali urbani. In tal senso, l’urbanistica moderna rappresenta un tentativo di estendere a tutte le classi sociali i benefici della rivoluzione industriale e di cooperare alla costruzione di una comunità moderna.

Disgregazione

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Foto: M. Barzi

La città industriale moderata da politiche di equilibrio sociale è la configurazione che si delinea nel secondo dopoguerra con condizioni relativamente stabili che si attestano su un modello centro-periferia delimitato che sembra risolvere le ragioni della crisi ottocentesca. Tali condizioni accompagnano la fase espansiva delle città che diventano le grandi città e le metropoli della modernizzazione dei paesi e il motore dello sviluppo delle economie nazionali. Alla base dell’agglomerazione metropolitana del dopoguerra, vi è comunque l’impressionante incremento demografico verificatosi nell’Ottocento che – osserva Lewis Mumford in La città nella storia (1961) – è superiore solo a quello che durante il Neolitico ha reso possibile le prime manifestazioni della città. A metà del ‘900 esistono una moltitudine di aree metropolitane in ogni continente, tutte caratterizzate dalla presenza di periferie suburbane che, come i sobborghi operai del secolo precedente, tendono ad aumentare portando una quantità sempre maggiore di persone nella sfera metropolitana.

L’odierna città diffusa tende a saturare gli spazi intermedi generando aree densamente edificate, caratterizzate da un tessuto urbano indifferenziato. Con le sue conurbazioni tutt’altro che sostenibili, la città rinvia alla sua definitiva disgregazione, in un contesto in cui i problemi interni della città e dei suoi territori sussidiari sono i riflessi di una intera civiltà in crisi, lanciata in una espansione senza limiti. In questa disgregazione accelerata e a tratti spettacolare, che si inscrive nei processi di globalizzazione e di crescente competizione tra le città, coinvolgendo anche i centri medi e piccoli, si delineano anche i termini di una mutazione in atto che sembra svelare i barlumi di un cambio di prospettiva. Nella sua ricerca di un senso nuovo per luoghi privi di senso, tale mutamento ancora non manifesta con chiarezza le sue prerogative. Negli attuali contesti post-metropolitani e post-urbani, si scoprono frequentemente spazi altri non pianificati, luoghi dismessi e abbandonati, frammenti residuali, spesso ai margini, di cui si appropriano aggregazioni casuali e spontanee di diversità vegetali, nuove aggregazioni in movimento continuo, incontrollabile e creativo.

Discontinuità, sequenze non lineari di un rinnovato labirinto urbano che spezzano il significato della città pianificata e controllata, creano nuove catene di eventi, neutralizzano la soggettività, negando le nostre categorie spaziali basate sulle vecchie dicotomie di centro/margine, città/campagna, locale/globale, prossimità/distanza, dentro/fuori, sopra/sotto, destra/sinistra, ecc., che non aiutano più a leggere la dinamica delle possibili interazioni presenti nella complessità dei processi sociali e territoriali che la realtà ha appena generato e tende nuovamente a modificare. Luoghi che dietro la loro apparente estraneità, indicano direzioni di ricerca nuove. E’ quella ricerca che sollecita Mumford già negli anni ’60 con il suo pensiero attualissimo sul ruolo primario della città del futuro, in quanto organismo in grado di esprimere la nuova personalità umana di uomo del mondo, per cui “di conseguenza il più piccolo dei rioni deve essere progettato come un modello funzionante del mondo intero”.

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