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La città: un buon posto in cui invecchiare

Da qualche tempo l’osservazione del comportamento dei giovani adulti riguardo al posto in cui vivere sta evidenziando quanto la città, in particolare i contesti metropolitani centrali, stia ritornando ad essere desiderabile dopo decenni di fuga verso il suburbio. Le indagini rilevano a tale proposito che sono proprio i ragazzi nati e cresciuti in maggioranza nelle aree suburbane a prediligere quelle urbane, dove le possibilità di condurre una vita più ricca di occasioni e di opportunità sono assai più numerose.

Parallelamente a questo fenomeno sta emergendo che anche la generazione precedente a quella diventata adulta con il nuovo millennio, in pratica chi è nato nel secondo dopoguerra negli anni del baby boom e che ora si stanno avvicinando alla terza età, comincia a riconsiderare il posto in cui vivere durante la vecchiaia. Le questioni prese in considerazioni da coloro che hanno stabilito nel suburbio il proprio nucleo familiare sono case diventate troppo troppo grandi efaticose da gestire   – una volta che i figli se ne sono andati – e una vita che fa riferimento all’auto per le più banali esigenze quotidiane.

Il timore è d’invecchiare e di accorgersi troppo tardi di trovarsi in un posto inadatto, di rendersi conto cioè che la casa ed il contesto nel quale si era scelto di passare gran parte della vita adulta si trovano lontani da ciò di cui si ha bisogno per sopravvivere. Soprattutto non poter più guidare l’auto ha come risvolto la dipendenza dagli altri, per gli acquisti, le cure mediche e lo svolgimento delle normali incombenze, e l’isolamento fisico e sociale.

Il risveglio dal sogno suburbano di solito arriva quando,  costretti a fare i conti con la fine della precedente esistenza autocentrica, ci si rende conto che il trasporto collettivo nel luogo dove si risiede è scarso o insistente, che è insostenibile la distanza minima da fare a piedi per acquistare i beni di prima necessità, che non si riesce più ad incontrare gli amici di un tempo.

Prendere atto della invivibilità del proprio quartiere può voler dire rinunciare alla propria casa per una struttura dedicata, dove la quotidianità è meno faticosa,  a patto naturalmente di essere disposti a chiudere con il passato. Molto spesso si tratta di una scelta traumatica, per evitare la quale in molti preferiscono affrontare l’isolamento e la rinuncia a tutte quelle occasioni di svago e di socializzazione che magari erano state rimandate durante l’esistenza attiva. Il risultato è un drastico impoverimento della qualità della vita.

Uno dei risvolti peggiori della motorizzazione di massa è infatti l’esclusione della componente più giovane e più anziana dall’unico vantaggio effettivamente fornito: l’indipendenza nella mobilità. Poiché da molti decenni una parte consistente della popolazione dei paesi sviluppati ha potuto scegliere dove abitare anche in relazione alla disponibilità dell’auto individuale e delle infrastrutture stradali dedicate, c’è una parte considerevole di quella popolazione che invecchiando potrebbe pagare il prezzo di scelte fatte per dare una casa più spaziosa alla famiglia e allontanarsi dalla congestione dei centri urbani.

 

Invecchiare nel proprio quartiere

 

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Foto M. Barzi

Adesso che la vivibilità di molte città è migliorata, anche grazie a politiche più attente alla qualità dell’ambiente urbano (si pensi, alla introduzione delle zone a traffico limitato, alle pedonalizzazione di tratti dei centri storici ed in generale a quelle misure che promuovono la mobilità sostenibile) la vita nel suburbio, ma anche nei ghetti urbani, mostra tutti i propri limiti. La valutazione della vivibilità di un quartiere rispetto alle esigenze della popolazione anziana non riguarda infatti solo gli insediamenti suburbani: molti ambiti urbani periferici dove domina la segregazione funzionale (per intenderci i quartieri dormitorio diffusi soprattutto nelle grandi città) possono essere luoghi altrettanto invivibili.

La mancanza d’integrazione funzionale, delle opportunità di trasporto e l’assenza di permeabilità nel sistema stradale –  aspetti che consentono di scegliere in che modo spostarsi e garantiscono gli spostamenti a piedi o in bicicletta –  fa in breve diventare l’auto una specie di estensione del corpo, il mezzo indispensabile al soddisfacimento delle necessità individuali.

Sono questi gli aspetti valutati da programmi come il Plan for a Healthy Los Angeles, per il capitolo dedicato alla salute e al benessere della popolazione anziana  alla quale andrebbero garantite condizioni di vita che favoriscano il permanere in modo sicuro nella casa e nel quartiere dove risiedono (aging in place), o da una ricerca  promossa dalla American Association of Retired Persons,  che ha messo a punto un indicatore di vivibilità urbana (Livability Index) e individuato quali sono i bisogni degli anziani in relazione all’ambiente in cui vivono.

Da documenti di questo tipo emerge che un quartiere è considerato vivibile quando c’è una buona accessibilità al trasporto collettivo, sufficiente disponibilità di verde pubblico, una rete stradale dotata di marciapiedi e dove comunque si possa camminare o pedalare in sicurezza, la presenza di una articolata offerta commerciale, di attività di servizio, formative e culturali, un livello adeguato di sicurezza per chi è più debole e svantaggiato, la presenza di un tessuto sociale vivo in grado di far nascere una comunità di persone, e non solo la somma di un certo numero di individui. Tutti aspetti che spesso mancano ai contesti suburbani e a quelli urbani più segreganti.

La misurazione della vivibilità urbana in relazione ai bisogni delle persone con più di 65 anni rivela – se mai ce ne fosse stato bisogno –  che se un determinato contesto è adatto a garantire salute e benessere per gli anziani lo è anche per il resto della popolazione. Non stupisce allora che tra gli aspetti individuati come desiderabili dal campione di popolazione utilizzato per la ricerca AARP ci siano scuole migliori, ovvero uno degli aspetti che contribuiscono maggiormente a costruire il senso d’identità di un quartiere.

In sintesi, sentirsi parte del contesto urbano, condividerne la disponibilità di spazi pubblici, potersi muovere al suo interno in sicurezza, fa vivere meglio sia gli anziani che la popolazione nel suo complesso. Bella scoperta si dirà, ma succede spesso che sia proprio dal monitoraggio dei bisogni della popolazione più debole che emergono le iniziative di miglioramento dell’ambiente urbano nel suo complesso.

Riferimenti

Plan for a Healthy Los Angeles

AARP, What is Livable? Community Preferences of Older Adults, aprile 2014

 

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.

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