La democrazia delle reti urbane

Sono molte le cose che diamo per scontate, e siamo portati a pensare che acqua corrente, fognature, elettricità e gas siano presenze ovvie nell’ambiente urbano. Tuttavia non è affatto così, o per meglio dire non è sempre così. I servizi a rete nelle città europee e dei paesi sviluppati hanno fatto la loro apparizione a partire dalla seconda metà dell’Ottocento ed hanno tra l’altro concretamente mostrato alle persone quali siano le conseguenze dell’urbanistica sulla vita quotidiana.

Se da una parte le città sono state trasformate in superficie dai piani di risanamento e di espansione, spesso realizzati senza molto riguardo per la componente umana,  dall’altra anche gli interventi di trasformazione nel sottosuolo hanno modificato profondamente, e in meglio, la vita delle persone. Le ragioni fondamentali di questi cambiamenti operati nelle viscere della città erano igiene e sicurezza: le malattie endemiche ed epidemiche si combattono innanzitutto portando acqua pulita e smaltendo quella sporca, superando l’uso di torce, candele e altre fiamme libere per l’illuminazione notturna, ed evitando così il rischio di incendi. A queste premesse basilari, si è aggiunta poi la qualità della vita, che dalla diffusione delle reti urbane ha avuto solo da guadagnare: aprire un rubinetto o pigiare un pulsante è assai più comodo che portare l’acqua in secchi, o produrre la luce attraverso una fiamma. Ma c’è un altro aspetto, meno visibile ma non meno importante, che sostiene la possibilità di dare a tutti igiene e sicurezza, ed è la democrazia.

Quando si decise di far corrispondere, all’insediamento di nuovi abitanti, la copertura del costo che la collettività deve sostenere per portare dove abiteranno strade e servizi a rete, si è stabilito di collegare ai diritti di cittadinanza quelli di una condizione minima abitativa dignitosa, che garantisca appunto igiene e sicurezza.  A questo servono gli oneri di urbanizzazione,  cioè quel contributo in denaro legato al rilascio della autorizzazione a costruire. Nessun costruttore vende, o nessun proprietario affitta, abitazioni senza allacciamento alle reti urbane, semplicemente perché non potrebbe definirle abitazioni. E perché lo siano servono il piano urbanistico ed il comune che realizza le urbanizzazioni. L’interesse privato di chi vende o affitta compensa quindi con una certa somma di danaro quello pubblico che garantisce gli standard minimi di abitabilità.

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Foto B. Mouanda

La foto qui a destra, esposta nella mostra itinerante One day in Africa,  racconta invece un’altra storia. Ci dice che i ragazzi di  Brazzaville la sera siedono sotto i lampioni dell’illuminazione pubblica per poter studiare. Lo fanno perché evidentemente la loro abitazione è priva di elettricità, un po’ per le carenze nella distribuzione, e anche forse perché abitano in uno dei tanti slum: quegli slum che, nelle città del Terzo Mondo, costituiscono ormai il grosso del processo di urbanizzazione, che avviene senza pianificazione e senza reti urbane. E’ un processo che avanza senza che sia garantito a tutti un equo accesso alle risorse, a ciò che consente la convivenza civile e persino la democrazia, nel senso letterale del termine, e indipendentemente dai regimi al governo.

Malgrado sia sufficientemente chiaro a cosa servano le reti urbane, e mentre c’è una consistente parte della popolazione urbana mondiale che vive senza accesso ad acqua, fognature, ed energia , pare si stia diffondendo, nella parte di mondo economicamente sviluppata, un movimento di persone che sostiene la possibilità di abitare in modo indipendentemente dall’allacciamento alle reti. Dalle Tiny House mobili alle casette ecologiche ed autosufficienti la moda sta attraversando gli Stati Uniti e l’Europa, anche se con tradizioni ed aspetti diversi.  Le ragioni in campo sono molteplici: dal costo eccessivo delle superfici edificabili urbane, alle limitazioni dello zoning dei piani urbanistici, alla difficoltà di trovare case ad un prezzo accessibile nelle città sempre più caratterizzate dalla gentrification. Le casette mobili e prefabbricate si possono collocare ovunque: nell’ambiente urbano ( aree residuali non urbanizzabili perché di dimensioni inadeguate, aree abbandonate, ecc.), oppure in quello naturale. Sono efficienti da un punto di vista termico, dotate di impianto fotovoltaico per la produzione di elettricità, predisposte per la raccolta dell’acqua piovana e l’uso di fonti energetiche alternative. L’unica cosa sulla quale, di solito, chi le propaganda glissa, è la gestione dei reflui a cui normalmente pensa la fognatura. Ma è assai probabile che ci sia a questo riguardo qualche metodo ispirato a quanto avveniva un tempo, quando camminare nelle strade delle città voleva dire sporcarsi, e non solo di fango.

Il principale aspetto su cui punta il movimento delle casette mobili è però l’indipendenza di chi le abita. Indipendenza dal piano urbanistico e dai regolamenti edilizi, in buona sostanza, visto che sull’approvvigionamento di cibo la dipendenza dalle reti di produzione e consumo è una realtà anche per chi teorizza l’autosufficienza alimentare. Indipendenza quindi da quell’idea democratica di accesso alle risorse grazie agli apparecchi tecnologici individuali, che consentono di catturarle prima che siano incanalate nelle reti. Un’idea di abitare basata sull’accesso diretto e privato che dovrebbe sovvertire, alla lunga, la gerarchia delle reti sulla quale si basa il concetto di spazio urbanizzato e, tutto sommato, il controllo delle risorse. C’è qualcosa che non va, evidentemente, in questa idea d’indipendenza, e non ci vuole molto a capire di cosa si tratta. Basta guardare la foto di quei ragazzi africani e rendersi conto quanto dipendano dall’illuminazione pubblica per poter studiare durante le ore di buio.

Ciò che indirettamente propongono a quei ragazzi i sostenitori della indipendenza dalle reti urbane, in fin dei conti, è una specie di slum tecnologico: tante casette autosufficienti per quanto riguarda l’accesso alle risorse, inesistenti per quanto riguarda la pianificazione e il dimensionamento dei servizi, come scuole ed ospedali . Senza rendersi conto però che ciò che eventualmente funziona per il singolo non va necessariamente bene per la collettività. Anzi, in questo caso va malissimo, visto che si profila, sullo sfondo, lo scenario dello slum permanente, dove chi si dà più da fare riuscirà ad avere la casetta più efficiente, magari dopo aver per anni abitato in una baracca fatta di materiali di recupero, aver bevuto acqua sporca, defecato all’aperto, aver avuto grandi difficoltà per conservare e cuocere il cibo, eccetera. E se sarà particolarmente bravo alla fine approderà in una bella casa allacciata alle reti e prevista dalla pianificazione. Uno scenario, pensandoci bene, già delineato da qualche economista liberista, tipo quel Edward Glaeser che teorizza la vita nello slum come volano dell’iniziativa privata.

Tornando alle nostre latitudini, se la casetta mobile off-grid piace tanto a chi vuole a tutti costi abitare in città, senza pagare il prezzo di una abitazione urbana e senza dover per forza optare per il meno costoso suburbio, il risultato non può essere una specie di strisciante slum del terzo millennio in versione tecnologica ed efficiente, ovvero l’occupazione informale dello spazio urbano come alternativa ai pur evidenti limiti della pianificazione. Se il problema è dare a tutti una casa dignitosa e l’accesso alle risorse, anche se può non piacere – e non solo a tipi come Glaeser –  c’è da un secolo e mezzo l’urbanistica, migliorabile rispetto alla sua consolidata tradizione novecentesca, ma pur sempre strumento sul quale si può esercitare il controllo democratico. Tra l’altro, a meno che non si tratti di una seconda casa, abitare in una casa mobile, senza una residenza collegata alla propria identità, rende difficile esercitare i diritti di cittadinanza.  Ci hanno pensato i teorici dell’autosufficienza o è proprio questo l’aspetto a cui sono interessati? La cosa più probabile è che abbiano riflettuto poco o nulla su tutte le conseguenze del proprio agire, spinti da una pura reazione spontanea alle oggettive inefficienze di tanti servizi collettivi, a cui però risulta davvero inadeguata, per non dire pericolosa, la loro risposta.

Riferimenti

K. Jeffers, Wait, That’s Really a House?, The Black Urbanist, 14 maggio 2014.

E. Andrews, Cities, get ready — the tiny houses are coming, Grist, 30 aprile 2014

Sugli slum Millennio Urbano ha pubblicato una serie di articoli che si possono leggere in questa sezione del sito.

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