La favola della città sostenibile

Schermata-zoom-buon-governoC’era una volta l’antico regime con le sue città cinte da mura ed attorniate da ubertose campagne, come quelle raffigurate nel famoso affresco senese  di Ambrogio Lorenzetti. Erano fortemente limitate nell’espansione perché appunto avevano le mura, e dinamiche demografiche piuttosto condizionate dalle epidemie e dalle carestie. Per non parlare delle guerre e dei relativi assedi, a proposito dei quali si veda sempre alla voce mura, le quali con il passare dei secoli e con il progredire delle tecniche militari crebbero parecchio, in spessore e dimensione.

Poi venne la rivoluzione industriale e la modernità, con le macchine, il vapore e la velocità dei treni, come nel famoso quadro di Turner.turner

Anche la città si modernizzò: per cominciare via le mura e al loro posto dei bei viali larghi sui quali potevano finalmente transitare con agio le merci,  soprattutto quelle prodotte nelle industrie che presero il posto delle ubertose campagne. Le stazioni, gli scali ferroviari  i binari, altri viali di completamento della moderna rete stradale, e nuove infrastrutture, come acquedotti, fognature ed illuminazione,  fecero il resto. La vecchia città non esisteva più e se ne accorse presto anche un poeta come Baudelaire, guardando l’opera del Barone Haussmann.

Nasceva l’urbanistica moderna, cioè quell’insieme di tecniche un po’ mediche un po’ ingegneristiche, con le quali s’intendeva curare i mali di ciò che restava delle città del passato,  nel frattempo affollate di gente che aveva abbandonato la campagna in cerca di nuove occasioni di lavoro e di vita. La nuova disciplina, che ad un certo punto si arricchì del contributo artistico degli architetti, doveva star dietro ad una crescita spaziale e demografica imponente. Per la prima volta dal crollo della Roma imperiale le città superavano il milione di abitanti e, poi quel numero fu duplicato, quadruplicato, decuplicato, fino al punto da rendere inefficace per spiegare il fenomeno anche l’utilizzo del concetto di metropoli, naturalmente cambiando parecchio il concetto originario religioso di città-madre. Insomma la storia è nota e ben rappresentata, dalla parabola che coniò Lewis Mumford mezzo secolo fa: ieri la città era un mondo, oggi il mondo è diventato una città.

Da qualche anno, da un paio di decenni in verità, ci raccontano la storia della città sostenibile. Il racconto trae le mosse dal punto in cui siamo oggi: lo straordinario sviluppo urbano, parallelo alle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo tout court, ha sacrificato grandi quantità di risorse del pianeta sull’altare dell’idea che sia la crescita sempre positiva. Anche se sappiamo benissimo che gli organismi viventi possono svilupparsi senza crescere in modo indefinito, la città ha continuato ad espandersi a spese degli altri ecosistemi. Questo almeno ci dicono gli studiosi di ecologia, lanciando un certo allarme tra coloro che si preoccupano dei destini del pianeta. Dicono che le città, da un punto di vista ecosistemico, sono totalmente insostenibili perché utilizzano risorse che non producono, e che vanno a prelevare da territori sempre più lontani in relazione agli aumentati bisogni della loro crescente popolazione.

Se tutto ciò è vero, e se lo è non da oggi, ma da quando le città sono apparse come prodotto della civiltà umana, l’ecosistema urbano è da sempre in disequilibrio, riguardo all’uso delle risorse. Anche senza infilarsi in complicati ragionamenti geostorici sulle cause del crollo dell’impero romano, non è difficile pensare quanto insostenibile fosse Roma che, con il suo milione abbondante di abitanti dentro le Mura Aureliane, utilizzava risorse provenienti da ogni angolo dello sterminato territorio  che governava.

Ma allora, di cosa parla chi propaganda l’idea di città  sostenibile? Di minore impatto sugli ecosistemi, in termini di più bassi prelievi di risorse non rinnovabili,  sarà la risposta, non certo delle ineliminabili esternalità negative sull’ambiente. Perché, questo è bene saperlo, le città non saranno mai sostenibili dal punto di vista dei bilanci ambientali. Eppure l’umanità non ne può fare a meno e, quando l’ha fatto, come in Europa dopo la fine dell’impero romano, il periodo che ne seguì fu molto buio, l’agricoltura quasi sparì ed il sapere fu coltivato da piccole comunità monastiche.

Allora, se non c’è alternativa alla città, a meno di rinunciare alle conquiste civili che ad essa sono associate, il primo punto da mettere nell’agenda della sostenibilità urbana è l’equa distribuzione delle risorse che essa inevitabilmente  consuma.Traducendolo in uno slogan, il concetto potrebbe essere consumare meno, consumare tutti. Visto che oltre la metà della popolazione mondiale vive in ambiente urbano, si tratta di ripensare globalmente alle modalità di accesso a suolo, acqua, cibo, energia e servizi pubblici. E’ prima di tutto nelle grandi città, dove più profonde sono le disuguaglianze nella distribuzione delle risorse,  l’ambito nel quale dovrebbe diffondersi l’idea che sia possibile rendere l’ambiente urbano più sostenibile.

Da questo punto di vista ciò che serve è una regia pubblica e condivisa delle azioni da intraprendere, senza la quale i comportamenti individuali sono del tutto ininfluenti. E qui ritorna in campo l’urbanistica come strumento del cambiamento. Sì, perché un piano può essere discusso e deciso democraticamente ed i suoi effetti si esercitano erga omnes, mentre sui comportamenti individuali influiscono numerosi aspetti, tra i quali hanno grande importanza quelli economici.

D’altra parte diminuire i consumi pro capite senza cambiare i meccanismi che spingono a consumare  è un po’ come abbassare di qualche grado la febbre di un malato.  Le città non diventeranno più sostenibili se da una parte gli abitanti consumeranno meno energia e materiali, ma dall’altra esse continueranno ad espandersi riproducendo all’infinito l’insostenibile modello d’uso delle risorse. A meno di considerare chi propaganda la sostenibilità come il prodotto degli stili di vita, un po’ come il produttore dell’antipiretico, al quale in fondo interessa che venga acquistato il  farmaco,  non certo che sia curata la malattia.

Le città sostenibili di Andrea Poggio, responsabile delle campagne sugli stili di vita di Legambiente, propone esattamente questo tipo di approccio alla sostenibilità urbana: ci penserà il mercato a dare le giuste risposte alla consapevolezza individuale della necessità di mutare consumi e comportamenti. Volete vivere in modo sostenibile in città meno inquinate? Cominciate con l’acquistare una casa a basso consumo energetico, poi andate in bicicletta, usate il car sharing e fate lobbying sulla vostra amministrazione comunale per avere sistemi di mobilità sostenibile. Naturalmente se potete permettervelo, cioè se avete le risorse economiche per un’abitazione più efficiente ed un lavoro ubicato a portata di percorso ciclistico.

Non vogliamo certo qui proporre una recensione lampo: il riferimento al libro di Poggio serve solo a mettere in guardia dalla facilità, a volte faciloneria per quanto ben confezionata, con la quale certe soluzioni vengono proposte. L’associazione di cui l’autore è dirigente ha sottoscritto nel 2010 un protocollo d’intesa con l’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) intitolato “Costruire città sostenibili”, alla base del quale c’è l’assunto chiaro e molte volte dichiarato dagli interessati: ricostruire  il patrimonio edilizio delle città secondo tecniche sostenibili consente di non consumare nuovo suolo e valorizza aree urbane spesso degradate.  L’idea  non tiene conto del fatto che il maggior valore dei suoli urbani, in relazione alla presenza dei pregiati servizi ed opportunità che solo le città possono offrire, ha bisogno di essere remunerato da prezzi non accessibili a tutti. La sostenibilità di mercato ingloba la valorizzazione della rendita come obolo da pagare per l’accresciuta sensibilità ambientale.  Vivere in città inquinando di meno è possibile, basta pagare il giusto prezzo, altrimenti si può sempre optare per una casa extra urbana rimanendo dipendenti dall’auto. Tutto molto meno sostenibile ma più economico.

Però se invece di proporre soluzioni che si limitano a replicare la logica di mercato domanda/offerta, si partisse dal presupposto che la città è di tutti, anche di chi si può permettere solo un alloggio popolare in un edificio energeticamente inefficiente ed un auto euro 0 estremamente inquinate, riconvertire il patrimonio edilizio pubblico, potenziarlo, investire sul trasporto pubblico e sulle regole insediative, così da aumentare l’offerta di alloggi migliorandone le prestazioni, diventerebbe una strategia seria e praticabile per la sostenibilità. Con buona pace dei cantori delle naturali virtù regolative del mercato, sono azioni da intraprendere che troviamo nel programma di governo con il quale Bill de Blasio è  recentemente stato eletto sindaco di New York,  e dove sostanzialmente si afferma che la sostenibilità di una città profondamente diseguale come la metropoli atlantica, o è innanzitutto sociale, oppure non è.

 

Riferimenti

A. Poggio, Le città sostenibili, Bruno Mondanori, 2013

Sul tema della sostenibilità sociale delle politiche urbane si veda M. Barzi, Urbanistica e povertà, 3 novembre 2013,  Millennio Urbano

2 risposte a “La favola della città sostenibile”

  1. ” Eppure l’umanità non ne può fare a meno e, quando l’ha fatto, come in Europa dopo la fine dell’impero romano, il periodo che ne seguì fu molto buio, l’agricoltura quasi sparì ed il sapere fu coltivato da piccole comunità monastiche.” al contrario, andrebbe fatto proprio, esattamente questo. Quel “mondo buio” era sostenibile e era anche la soluzione!

  2. ” Eppure l’umanità non ne può fare a meno e, quando l’ha fatto, come in Europa dopo la fine dell’impero romano, il periodo che ne seguì fu molto buio, l’agricoltura quasi sparì ed il sapere fu coltivato da piccole comunità monastiche.” al contrario, andrebbe fatto proprio, esattamente questo. Quel “mondo buio” era sostenibile e era anche la soluzione!

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