La piazza reale conta più di quella virtuale

Nel saggio The Crisis of Planetary Urbanization David Harvey ha  affrontato il tema delle rivolte della classe emergente urbana che, in alcuni paesi così detti in via di sviluppo, si è mobilitata contro uno dei classici paradigmi della crescita illimitata. «Il cemento viene versato ovunque e ad un ritmo senza precedenti sulla superficie del pianeta terra. Siamo, insomma, nel bel mezzo di una grande crisi – ecologica, sociale e politica – dell’urbanizzazione planetaria, a quanto pare senza che la si conosca e persino che la si evidenzi. Niente di tutto questo nuovo sviluppo sarebbe stato possibile senza massicci spostamenti di popolazione e spoliazioni, fatte di ondate successive di distruzione creativa che ha avuto non solo il suo tributo fisico ma che ha infranto la solidarietà sociale, esacerbato le disuguaglianze sociali, spazzato via tutte le pretese di governance urbana democratica, e ha progressivamente cercato la sorveglianza della polizia militarizzata e del terrore come principale modalità di regolazione sociale». Insomma lo spazio urbano è diventato il teatro della marginalizzazione di una parte crescente della popolazione, quella più escluda dai meccanismi di governo della democrazia formale, che con le sue proteste chiede di contare e di essere ascoltata quando si tratta di modificare l’ambiente in cui vive.

L’urbanista indiana Darshini Mahadevia, citando Harvey, ricorda quanto lo spazio pubblico sia fondamentale per l’esercizio di un governo democratico. Nello spazio pubblico si stimola la partecipazione politica e si costruisce l’esperienza della vita reale. L’agorà ateniese rappresenta ancora nell’immaginario collettivo il luogo della democrazia. Tra una  buona conformazione dello spazio pubblico urbano e un adeguato funzionamento della democrazia esiste una provata coincidenza. I corrispettivi odierni dell’agorà ateniese –  da piazza Tiananmen in poi e le proteste studentesche nel 1989 che lì si sono svolte – sono la piazza Tahrir al Cairo, Ramlila Maidan e India Gate a Delhi, Azad Maidan a Mumbai, piazza Taksim e Gezi Park a Istanbul .In questi luoghi la popolazione si è raccolta per protestare contro la rappresentanza politica e chiedere maggiore considerazione da parte dei regimi e delle istituzioni.

La rivolta in difesa di Gezi Park ad Istanbul è sicuramente una delle manifestazioni della classe emergente urbana contro «il boom dell’urbanizzazione che ha avuto poco a che fare con il soddisfacimento dei bisogni delle persone», ci ricorda Harvey, secondo il quale il movimento di Gezi Park ha indicato che la salvaguardia del parco non era l’unico aspetto a contare. La classe emergente urbana che ha dato vita al movimento è stata in grado di costruire solidarietà sociale e forme di condivisione e di sostegno collettivo riguardo al cibo, le cure mediche, i vestiti di cui avevano bisogno gli occupanti. E tuttavia – nota Harvey – «in Turchia la massa delle classi lavoratrici islamiche non ha aderito alla rivolta». Ciononostante il movimento di Gezi Park ha dimostrato che «riprendersi le strade attraverso atti di protesta collettiva può essere un inizio. Ma è solo un inizio e non può essere un’azione fine a se stessa». Finché «i bisogni delle masse non saranno soddisfatti e combinati con l’emancipazione culturale» sarà difficile superare «l’ethos neoliberale dell’individualismo isolato e della responsabilità personale anziché sociale» e costruire nuove forme di socialità sulle quali fondare esperienze urbane di resistenza in tutto il mondo, conclude Harvey.

Esperienza urbana significa esperienza dello spazio pubblico. L’importanza della città nella storia dei rapporti tra potere e cittadinanza è rappresentata dai suoi spazi pubblici. L’agorà, il foro, le piazze europee e gli ambienti aperti quadrangolari indiani noti come chowks hanno fatto la storia della città nel mondo. Eppure – riflette Darshini Mahadeviasi potrebbe obiettare che oggi, per esercitare una democrazia partecipativa basta la comunità virtuale, che non serve la fisicità dello spazio pubblico. E tuttavia una vera partecipazione senza questo spazio fisico, in un’epoca di segregazione residenziale, di telecamere a circuito chiuso e di progressiva privatizzazione dello spazio urbano non potrebbe esistere. Nelle città cinesi i parchi di quartiere sono di grande sollievo alla popolazione, altrimenti sovraffollata in piccolissimi alloggi. Vengono usati dai nonni per portarci i nipotini e dai giovani per fare sport. Vi si ritrovano gli artisti e la popolazione in genere nelle frequentissime passeggiate serali. Lì dopo cena si recano gli anziani, in maggioranza donne, per fare esercizio fisico, mentre gli uomini soprattutto preferiscono giocare a carte o a mah-jong. Ovunque, nei parchi, succede questo, e il governo cinese guarda con una certo interesse alla crescita del fenomeno che mantiene in buona salute la popolazione non più giovane e allevia la spesa sanitaria nazionale, conclude Mahadevia.

Insomma gli spazi pubblici sono la vera ricchezza delle città e bisogna in ogni modo proteggerli dalla privatizzazione, dai fenomeni di esclusione di una parte della popolazione e di impoverimento dagli elementi culturali che li caratterizzano. Lo spazio pubblico, se è realmente fruibile, garantisce l’esercizio dei diritti di cittadinanza fondamentali, come quello alla salute o alla mobilità, ed è la principale garanzia di democrazia. E’ bene tenerlo presente ogni volta che si va a votare.

Riferimenti

D. Harvey, The Crisis of Planetary Urbanization, Post, 18 novembre 2014.

D. Mahadevia, Public spaces make cities, Down to Earth, 23 maggio 2014.