La politica del sobborgo

Le recenti elezioni politiche nel Regno Unito possono essere l’occasione per formulare una domanda che da tempo, dall’altra parte dell’Atlantico, è diventata materia d’indagine. Negli Stati Uniti, dove ormai è appurato che gli abitanti delle aree urbane dense votano in prevalenza per i democratici mentre quelli della dispersione suburbana per i repubblicani, chiedersi se siano le caratteristiche insediative ad orientare le persone verso gli schieramenti politici o viceversa è esercizio tutt’altro che ozioso. Se inoltre emerge, come una recente ricerca ha messo in luce, che l’orientamento politico e la scelta del posto in cui vivere tendono a coincidere, ci si può chiedere se tutto ciò valga anche al di là della Manica.

Da una serie di mappe pubblicate nella versione online di alcuni quotidiani dopo il risultato elettorale, che ha consegnato la vittoria al Partito Conservatore, emerge che sono le aree urbane britanniche – Londra, Birmingham, Manchester, Liverpool, Leeds, Cardiff, Nottingham, Leicester, Newcastle, Sunderland – con l’eccezione di quelle scozzesi, ad aver eletto la maggioranza dei deputati del Partito Laburista. Ad esclusione di alcuni collegi della Grande Londra, i Conservatori, si affermano soprattutto nei territori limitrofi alle aree urbane e nell’Inghilterra rurale. Evidentemente anche qui la densità di popolazione, insieme a tutto ciò che si porta dietro in termini di condizione socioeconomica, conta qualcosa sull’orientamento elettorale delle persone.

Tornando dall’altra parte dell’Atlantico, il Pew Research Center ha mostrato in un recente rapporto quanto grande sia il divario tra l’elettorato liberal, che vota per i democratici, e quello conservatore, che preferisce invece dare la propria preferenza ai repubblicani, riguardo ai comportamenti ed agli stili di vita. Uno degli aspetti che spicca maggiormente è una sorta di divisione ideologica che ha a che fare con la dipendenza dall’auto tipica delle aree suburbane. L’istituto che ha svolto la ricerca ha chiesto agli intervistati se preferiscono vivere in una zona dove le case sono più grandi e più distanziate, le ma scuole, i negozi ed i ristoranti si trovano a diversi chilometri di distanza, oppure dove le case sono più piccole e più vicine tra di loro, e le scuole, i negozi e ristoranti sono raggiungibili a piedi. Il risultato è che il divario circa la preferenza del luogo in cui vivere corrisponde all’orientamento politico: i liberal desiderano case meno grandi ma che in compenso siano ubicate in settori urbani dove ci si possa muovere a piedi mentre vale l’inverso per i conservatori.

Ovviamente, al di là della semplice annotazione sulla differenziazione dell’elettorato in rapporto alle caratteristiche insediative dei vari territori, non è possibile assumere che questa correlazione valga anche per il popolo britannico. E tuttavia basta ricordarsi di ciò che scriveva meno di dieci anni fa James Graham Ballard dei sobborghi che circondano Londra all’esterno del grande anello dell’autostrada M25 – luoghi in cui poteva essere avvalorata l’idea che il parcheggio stava ormai diventando la più grande esigenza spirituale del popolo britannico – per immaginare che possa esistere una relazione tra orientamento politico e caratteristiche territoriali anche nel Regno Unito.

In Regno a venire il sogno della casa individuale, della tranquillità delle zone residenziali dell’hinterland londinese si trasforma nel suo opposto, nell’inquietudine di un’avventura dentro un territorio imprevedibile. Ero appena entrato in quella che la cartina stradale mi segnalava come un’area di antiche cittadine della Valle del Tamigi – Chertsey, Weybridge, Walton – ma di cittadine nemmeno l’ombra e attorno a me c’erano pochissime tracce di insediamenti urbani permanenti. Stavo attraversando zone cresciute alla rinfusa tra una città e l’altra, una geografia di deprivazione sensoriale, un territorio di strade a doppia carreggiata e stazioni di servizio, aree industriali e segnali stradali per Heathrow, terreni agricoli in disuso pieni di serbatoi per butano, depositi con esotici rivestimenti di lamiera. (…) Non c’erano cinema, chiese, né centri di attività amministrative o ricreative, e gli unici indizi di qualcosa di culturale erano la schiera infinita di cartelloni che pubblicizzavano uno stile di vita consumistico.

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Andy Wharol, Green Car Crash, 1963. Immagine: Wikipedia

Nel racconto di Ballard la follia dilaga nei sobborghi londinesi come se fosse una malattia contagiosa: la vita dei loro abitanti è minacciata dalla dipendenza dagli acquisti e dall’auto. La salute psicofisica degli abitanti delle sonnacchiose villette, sulle quali le luci di un centro commerciale si proiettano costantemente, viene intaccata dalla peste del consumismo e dall’incubo degli incidenti stradali. I quartieri residenziali sono il laboratorio sociale ideale. Si può inventare un qualsiasi agente patogeno e poi verificarne la virulenza (…) Le nostre scuole sono state colpite da un’epidemia, centinaia di ragazzi saltano le lezioni ogni giorno per andare al Metro-Centre. L’unico ospedale che dovrebbe prendersi cura della gente del luogo è pieno di vittime da incidenti stradali causati da automobilisti di passaggio. Guai ad ammalarsi nei pressi della M25.

Nelle aree suburbane, che secondo Ballard sono il vero centro della nazione,  consumismo e dipendenza dall’auto possono diventare un progetto politico eversivo, ma si tratta della immaginazione di uno scrittore d’avanguardia. La realtà resta tutta da esplorare.

 

Riferimenti

Pew Research Center for People & the Press, Political Polarization in the American Public.

J.G. Ballard, Regno a venire, Milano, Feltrinelli, 2006.

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