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La trasformazione non vista della città media italiana

sassari_traffico_di_pezzi_e_ricambi_d_auto_procura_indaga_sul_giro_da_150mila_euro-0-0-368306Uno degli elementi dell’identità nazionale è la rete di centri urbani di antica formazione che si snodano dalle valli alpine lungo la penisola. Cardine del processo di unificazione di un paese dalle enormi differenze economiche  e culturali, per Carlo Cattaneo le città erano l’unico principio per cui possano i trenta secoli delle istorie italiane ridursi a esposizione evidente e continua. Ancora oggi l’identitarismo locale, così diffuso in Italia, si sviluppa all’interno di questa rete urbana.  Esso è soprattutto costituito dai centri storici monumentali, cioè da quell’insieme di piazze, chiese, palazzi e a volte mura nel quale si riconoscono le città italiane, come ci ricordavano le immagini dell’Intervallo delle trasmissioni televisive in bianco e nero.

Le trasformazioni del secondo dopoguerra , la crescita urbana che seguiva quella economica, l’automobilismo di massa e la conseguente dispersione insediativa sono prevalentemente considerati fenomeni che hanno deteriorato l’immagine delle città italiane. E’ la stagione che viene identificata con la speculazione edilizia e le mani sulla città, per usare  titoli letterari e cinematografici, quella che segna il definitivo cambiamento dei nodi della rete urbana italiana. Non si tratta tanto delle mutazioni fisiche determinate dall’espansione delle superfici edificate  e dalla moltiplicazione dei volumi, quanto del diverso ruolo territoriale delle città, che inglobano aree urbanizzate esterne al loro perimetro amministrativo diventando il centro di un sistema urbano.  E’ un fenomeno che ha fatto emergere una rete di città medie per dimensione demografica e gerarchia territoriale come i centri direzionali e di servizio di territori morfologicamente e funzionalmente urbani. Sono le città capoluogo di provincia, in particolare quelle  esterne alla regioni metropolitane, ad avere assunto questo ruolo che si fonda sull’essere il centro di una rete di servizi e di attività economiche d’area vasta.

Malgrado il cambiamento sia chiaramente percepito dai cittadini,  consapevoli del fatto che la differenza tra l’abitante della città e il city user riguarda sostanzialmente il luogo in cui essi vanno a dormire, sono le figure che professionalmente si occupano di trasformazioni urbane a faticare a coglierlo. Che un sindaco stenti a capire quanto la città che amministra vada fisicamente e funzionalmente molto oltre i suoi confini si può spiegare con il localismo miope che ha largamente permeato la classe politica italiana, ma che a farlo siano coloro che affiancano gli amministratori nella pianificazione delle trasformazioni urbane potrebbe avere come causa il mancato adeguamento della cultura professionale rispetto ai cambiamenti avvenuti.

Il quotidiano Il Manifesto sta proponendo una serie di articoli su come sono cambiate le citta italiane negli ultimi decenni e quello pubblicato oggi riguarda una città media, Sassari , il maggiore centro urbano della Sardegna settentrionale.  L’articolo si basa su una lettura tutta volumetrica delle trasformazioni del secondo dopoguerra, che di fatto considera la città coincidente con il centro storico e al massimo le ele­ganti casette del primo Nove­cento. L’indice è puntato sulla crescita del patrimonio edilizio, sestuplicato in meno di un secolo,  avvenuta però a partire da un piccolo nucleo storico che si è espanso su di un territorio enorme, tre volte quello di Milano. La bassissima densità demografica (230 ab/kmq) della seconda città sarda per numero di abitanti (che l’articolo non coglie concentrandosi solo sulla crescita della popolazione) non è solo il frutto della diffusione delle tipologie edilizie a bassa densità volumetrica ma si spiegherebbe con l’essere Sassari il centro di un sistema urbano che include un tratto della costa occidentale sarda  e il golfo dell’Asinara.  Non dovrebbe quindi meravigliare che  la realizzazione di una vasta area produttivo-commerciale  ad ovest del centro storico sia  pre­miata da una can­giante movida pomeridiana perché c’è da immaginare che le persone che vanno lì a fare compere  arrivino da tutta l’area urbana, la cui popolazione si somma e si mescola all’utenza strettamente sassarese sia di quelle attività commerciali, sia di tutte quelle funzioni urbane di gerarchia superiore che si trovano in una città media.

Limitandosi a guardare le trasformazioni delle città arroccati su di un belvedere di qualche centro storico si rischia  di capire poco della natura e del funzionamento di ciò che viene percepito come blob,  massa edilizia informe estesa al suo intorno. E invece è lì che abita, come nota l’articolo, una parte consistente della popolazione della città e probabilmente la maggioranza di quella dell’area urbana.  E’ l’effetto della motorizzazione di massa, della ricerca di superiori standard abitativi e di stili di vita che non trovano spazio nei vecchi centri storici. Serve a poco osservare tutto ciò con il sopracciglio alzato, dissimulando appena la riprovazione per chi non ha saputo apprezzare le virtù civiche della città storica ed ha preferito il suburbio. Servirebbe invece capire fino in fondo le conseguenze sull’organizzazione del territorio dello svuotamento delle città storiche, se l’obiettivo è quello di preservarne la vitalità e la vivibilità, oltre che una identità un po’ astratta  se non ideologica.

 

Riferimenti

S. Roggio, Sassari immersa nel suo blob, 13 febbraio 2014, Il Manifesto pubblicato anche da Eddyburg

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.

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