L’agricoltura urbana e la lista della spesa

Foto M. Barzi
Foto M. Barzi

Il fatto che il paesaggio cambi in relazione al mutare delle abitudini alimentari ha una lunga evidenza storica, dovuta alla circolazione delle colture da un continente all’altro. L’adagio “siamo ciò che mangiamo” si estende obbligatoriamente dall’essere umano al territorio che ne sostiene l’alimentazione. Pensiamo ad esempio all’introduzione del riso nell’Italia Settentrionale a fine ‘400 e alle enormi implicazioni che ha ancora sul paesaggio rurale di una delle aree più urbanizzate d’Europa. Il sistema ambientale delle risaie è ancora in grado di tenere rispetto all’avanzata degli insediamenti sul territorio perché si tratta di un processo di produzione agricola che ha nella idrografia e nella geomorfologia i suoi elementi costitutivi, oltre ad essere sostenuto da una radicata tradizione alimentare.

La risicoltura è ancora diffusa nell’area metropolitana milanese, al punto da essere oggetto di un parco agricolo urbano che ha al suo attivo la produzione di  più di venti milioni di piatti di riso all’anno. Il Parco delle Risaie, alla periferia sud-ovest del capoluogo lombardo, è parte integrante del Parco Agricolo Sud Milano, una sorta di green belt che ha consentito di contenere le spinte insediative generate dalla metropoli  su di un territorio ad antica vocazione rurale. Nel caso del sistema delle risaie tra Naviglio Grande e Naviglio Pavese si  tratta di attività agricole interne all’ambiente urbano, un vero esempio di produzione a chilometro zero che nell’area metropolitana milanese ha dato vita ad un distretto agricolo al quale aderiscono decine di aziende.

Questo scenario incoraggiante, che spinge ad avere fiducia sul ruolo di produzione alimentare dell’agricoltura urbana, presenta però un limite evidente: i milanesi non si nutrono di solo riso. Ovvero, anche se la coltura più diffusa nell’area metropolitana fosse in grado di soddisfare la domanda dei suoi abitanti, i bisogni alimentari sono talmente diversificati da annullare in pratica qualsiasi traduzione nella realtà del principio del chilometro zero. Detto ancora in altri termini, i milanesi potranno senz’altro acquistare i prodotti delle aziende agricole del distretto metropolitano ma non potranno spuntare tutte le voci della lista della spesa facendo gli acquisti lì. Naturalmente questo ragionamento vale per le produzioni dell’agricoltura urbana e periurbana in genere, le quali, in modo analogo, si stanno organizzando in distretti per sostenere l’incontro tra offerta e domanda a livello locale.

Le colture che occupano gli interstizi tra una lottizzazione e l’altra o i terreni  limitrofi ai grandi insediamenti di edilizia economica e popolare (notoriamente realizzati espropriando terreni agricoli) vanno benissimo  perché sono parte integrante delle infrastrutture verdi che percorrono le città, perché diffondo tra i cittadini la consapevolezza che il rapporto città campagna si basa sulla produzione di cibo, perché i consumi locali contribuiscono all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica e sostengono progetti ad alta valenza sociale, perché il modello di produzione agricola in ambiente urbano è alternativo al paradigma di sviluppo rurale – ambientalmente insostenibile – sussidiato dalle politiche comunitarie europee, perché l’agricoltura urbana è un ottimo antidoto al consumo di suolo, eccetera.

E tuttavia non dobbiamo dimenticarci della lista della spesa e di come ci approvvigioniamo, ad esempio, di quel chilo abbondante di frutta e verdura che compongono le cinque razioni minime consigliate per una alimentazione sana. Al di là del modello di distribuzione commerciale al quale ricorrere –  spacci contadini, negozi di vicinato o grande distribuzione organizzata – il problema con il quale ci tocca sempre fare i conti è che la vasta gamma di prodotti agricoli che entrano nella nostra alimentazione hanno bisogno di terreni e climi adatti per poter essere coltivati. Indipendentemente dai sistemi di coltivazione – biologico o convenzionale  – quando va bene si riesce ad acquistare un prodotto a chilometro zero su cinque tra quelli che entrano nella dieta di una persona consapevole dell’importanza della varietà è in un’alimentazione sana.

Attenzione quindi agli slogan quando di mezzo c’è ciò che mangiamo perché i risvolti delle medaglie vanno tutti presi in considerazione, compresa la contraddizione di prodotti biologici che minimizzano gli impatti ambientali da un lato ma che li recuperano da quello delle emissioni per il trasporto, visto che vengono commercializzati a molte migliaia di chilometri dal luogo di produzione. Insomma si può rinunciare allo zenzero – ma anche alle banane e alle pere – se vengono dall’altra parte del mondo,  ma gli agrumi e l’olio di oliva sono parte integrante della nostra dieta anche se hanno il piccolo difetti di crescere solo in piccolissime nicchie a nord del 45° parallelo. Un bel problema per la moda del chilometro zero così diffusa, ad esempio, nella metropoli e nelle altre aree urbane di una regione – la Lombardia – che è in testa alle classifiche delle produzione agricole nazionali ma che non produce abbastanza frutta ed ortaggi per i suoi abitanti.

Forse, quando di mezzo c’è l’alimentazione sana ed anche il rapporto città campagna, più che uno slogan serve una valutazione sulle diverse vocazioni produttive di un determinato ambito territoriale, della quantità di persone che vi sono insediate e delle caratteristiche insediative. Aspetti riassunti dall’espressione bioregione, non certo una novità per chi si occupa di pianificazione del territorio. Senza immaginare scenari autarchici, anacronistici ed autoritari, forse si potrebbe partire da lì.

Riferimenti

Qui tutte le informazioni sul Parco delle Risaie.

Sulle opportunità ed i limiti dell’agricoltura urbana si veda l’interessante dibattito ospitato dal sito the nature of cities.

Sulla bioregione si veda, L. Giunta, Quando il Bio diventa Logico, Millennio Urbano, 12 marzo 2014

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