Genere, genio e creatività collettiva

Tra le cose che sappiamo fare, molte le abbiamo imparate dall’esperienza  individuale. Ad esempio, le competenze necessarie per posizionare correttamente un gancio all’interno di una toilette, sul quale appendere abiti ed accessori, non si apprendono da nessuna parte.  Ci pensa l’esperienza ad insegnarci a gestire la pianificazione di uno spazio, molto più importante di quanto si creda, spesso dimenticato dalla progettazione architettonica e, in questo caso, l’esperienza individuale si tramuta in creatività collettiva. Capita spesso,  entrando in un bagno pubblico, di constatare quanto poco ergonomici siano i criteri di collocazione del  water o del lavabo e  di chiederci perché mai  non ci sia nulla su cui appendere o appoggiare il cappotto e la borsa. Il problema è  che a farsi queste domande sono sostanzialmente le donne, forse perchè il modo assai  sbrigativo in cui  gli uomini usano questo locale non dà loro il tempo di farsele, le domande. E’ molto probabile che il rapporto superficiale del genere maschile con lo spazio dedicato all’esercizio di importanti funzoni private renda immediatamente associabile con il lavoro di un uomo la sottovalutazione delle specifiche esigenze delle donne. Da qui discendono le frasi stizzite che ci viene da pronunciare uscendo da certe toilette, dopo che abbiamo dovuto fare pipì bardate di cappotto e di borsa a tracolla.

L’esperienza femminile nell’utilizzazione dei bagni pubblici è il pretesto utilizzato nel 1967 da una giovane architetto donna per scrivere un breve saggio, intitolato appunto Planning the Powder Room, il cui intento era di spiegare che ci sono alcuni ambiti del lavoro degli architetti maschi in cui l’esperienza diretta non è utilizzata come mezzo di conoscenza  e risoluzione dei problemi . La pianificazione della toilette insegna a misurarsi con il tema dello stoccaggio e della disposizione degli oggetti in uno spazio limitato e costituisce il classico caso nel quale la creatività collettiva è in grado di apportare miglioramenti a tutti quegli aspetti non considerati nel progetto.

Ill progetto, nella cultura dominante di una professione ancora a prevalenza maschile, è quel processo creativo individuale che promana dal genio del soggetto che lo attua. L’architetto si qualifica per la capacità di concepire lo spazio attraverso il suo pensiero e la progettazione architettonica è un’attività caratterizzata dal genio individuale, come dimostra la storia del Pritzker Prize. Quella sorta di premio Nobel per l’architettura, che dal 1979 designa il miglior progettista del pianeta, non prende in considerazione il lavoro del gruppo di persone che supporta le grandi firme dell’architettura e viene conferito all’individuo che sta a capo del processo creativo, anche se esso si nutre del lavoro di molti.

Con il suo saggio  la giovane architetto donna ci ricordava  che la creatività collettiva  ha molto a che fare con l’universo femminile perché attinge dall’esperienza del quotidiano e avanza attraverso l’inarrestabile mutazione del reale,  processo al quale senza troppo clamore contribuiscono le donne. In fondo si lo stesso principio con il quale le città si trasformano sotto i nostri occhi, come già notava Baudelaire a metà del XIX secolo.

denise scott brown
Immagine: www.lilith.org

Denise Scott Brown, l’autrice di Planning the Powder Room, l’anno successivo alla pubblicazione  del suo breve saggio intraprese un viaggio di studio a Las Vegas. La accompagnavano tredici studenti  del suo corso di pianificazione urbana dell’università di Yale e Robert Venturi, suo marito e socio nella professione.  Lo scopo del viaggio era l’osservazione delle forme che avevano assunto gli spazi e gli edifici della città sorta velocemente nel deserto del Nevada: i parcheggi e i fast food, i drive in, gli shopping mall,  i motel, i casinò, e tutto il corredo di decorazione kitsch e d’insegne luminose che attirano l’occhio dell’automobilista in arrivo dall’autostrada. A quello studio, seguì nel 1972, la pubblicazione di Learning from Las Vegas  (disponibile in italiano con il titolo Imparare da Las Vegas. Il simbolismo dimenticato della forma architettonica,  a cura di Manuel Orazi, 2010, Quodlibet Abitare), il libro che racconta come nella realtà delle città americane le forme assunte dagli spazi dedicati all commercio finiscano per modificare i linguaggi dell’architettura, usando gli stili in modo inedito e ottenendo il risultato di crearne uno nuovo, poi dilagato in posti come Abu Dhabi, Dubai, Kuala Lumpur, ed in generale nelle forme dell’urban sprawl  presente nelle città di tutto il mondo. Las Vegas ci insegna quanto sia importante imparare dalla realtà se non si vuole restare chiusi nella torre d’avorio dell’accademia dentro la quale avevano finito per infilarsi i princìpi del Movimento Moderno e gli epigoni  dell’International Style, con la loro riproposizione di maniera del motto purista di Mies Van der Rohe Less is More.

Quando il libro di Venturi , Scott Brown e Izenour fu pubblicato, non diversamente da ora, la progettazione architettonica era largamente dominata da personaggi come Philip Johnson – anticipatore della figura dell’archistar  e primo vincitore del Pritzker Prize – e quando nel 1991 Robert Venturi fu insignito dello stesso premio l’idea del genio individuale come matrice dell’architettura provocò l’esclusione di Denise Scott Brown.

Nel caso di associazioni professionali fatte da soli uomini qualche problema d’individuazione del genio creativo individuale però si pone. Così l’unica deroga al  criterio che guida l’assegnazione del  Pritzker Prize è stata adottata nel 2001 a proposito del sodalizio professionale maschile di Jacques Herzog and Pierre de Meuron. Questo è il precedente richiamato  da una petizione on line, supportata dalla piattaforma change.org, che ha raccolto oltre 18.000 adesioni alla richiesta di inserire il nome di Denise Scott Brown nell’assegnazione del premio conferito a Robert Venturi. L’interessata, che nel 1991 non era a fianco del marito durante la cerimonia di conferimento, riguardo la possibilità di ricevere il premio ex post ha saggiamente dichiarato: “ciò che mi devono non è il Pritzker Prize ma una cerimonia d’inclusione al Pritzker.  E’ tempo di salutare la nozione di creatività collettiva”.

Esther Sperber, titolare di uno studio di architettura a New York, ha ripreso il caso del mancato riconoscimento del sodalizio umano e professionale di Venturi e Scott Brown in un articolo della rivista Lilith,  nel quale riconosce come il processo creativo di gruppo, capace di oltrepassare i confini concettuali dell’individuo, stia alla base della sua esperienza professionale. Sperber sottilinea quanto siano duri a morire gli stereotipi che considerano sempre e comunque un uomo il leader di un gruppo di professionisti, anche se nel suo caso non è così, e come sia ancora difficile far capire alla committenza che le idee progettuali discendono dalla condivisione del processo creativo e non dall’adeguamento alle trovate geniali di qualcuno. Trovate geniali che spesso non hanno nessun rapporto con l’intelligenza collettiva che da sempre plasma le forme della città; un processo dal quale c’è sempre molto da imparare.

Riferimenti

E. Sperber, Revising Our Ideas about Collective Inspiration, Lilith Magazine, autunno 2013.

L’immagine di copertina è tratta da Archiobjects.

Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata su www.michelabarzi.org  il 1 novembre 2013.