Learning from Expo (2 ): la progettazione “chiavi in mano”

lesson 2_rev02Nel precedente articolo si è cercato di mettere a fuoco le contraddizioni del modello della “Grande opera e dell’intervento straordinario” dal punto di vista della sua capacità di distorsione delle relazioni tra le finalità e i diversi attori che partecipano alla realizzazione di un intervento urbanistico. In questo secondo approfondimento si vuole realizzare una sorta di passaggio di scala, spostando l’attenzione sugli effetti di questo modello nelle dinamiche e modalità che incidono sulla “qualità” del progetto. Ovvero, cosa accade quando si passa dall’ex tempore dell’archistar di turno alla progettazione tecnica sviluppata in un contesto operativo completamente autoreferenziale.

Abbiamo accennato al Masterplan presentato al BIE, ai suoi contenuti enfatizzati e un po’ roboanti. Diciamo che questo atteggiamento ci poteva anche stare in un contesto nel quale bisognava adoperarsi per fare un po’ di sex up alla proposta di candidatura cercando di dare una migliore percezione dell’idea di base. Quindi in quella fase possiamo dire che la “licenza poetica” dell’architettura fatta di rendering e suggestioni era una delle armi in campo nella competizione tra città e progetti. Del resto a queste esperienze ci siamo tutti un po’ abituati.

Diverso e meno tollerabile è il discorso nel momento in cui dobbiamo verificare che il passaggio alla progettazione di dettaglio degli interventi si sviluppa mediante un approccio completamente autoreferenziale, sovrapponendosi in modo brutale e acritico alla realtà territoriale su cui si esercita. Nel caso specifico delle Vie d’Acqua di Milano Expo 2015, risulta abbastanza evidente come la sommatoria degli impatti locali generati dal progetto derivi sostanzialmente da un problema di metodo e di organizzazione prima ancora che dalla particolarità delle scelte e delle soluzioni tecniche utilizzate e che dietro ciascuna di queste si nasconde una sorta di “relazione mancata”, un approccio di fondo che si caratterizza per una sostanziale impermeabilità al contesto.

Cominciamo col ricordare che il peccato originale dell’intero pasticcio deriva dal famigerato Masterplan presentato in sede di candidatura di Milano a Expo 2015, laddove si prevedeva un canale denominato “Via d’Acqua” che dalla Darsena di Porta Genova in centro storico, si sarebbe dovuto connettere con la periferia nord ovest, in corrispondenza delle aree interessate dal sito espositivo. Grande idea e bellissima suggestione. Soprattutto perché un’ipotesi del genere costituiva un preludio per la rivitalizzazione dell’intero sistema dei Navigli milanesi. Peccato si trattasse solo di idee estemporanee, che non facevano i conti con la morfologia del territorio: idee insomma poco praticabili.

Per esempio, l’acqua in salita non ci va, a meno di realizzare un complesso e costoso sistema di conche (bastava chiedere…). Ed emerge un primo tema: il territorio anche nella sola conformazione fisica, NON è uno spazio indifferenziato. Dopo questa banalità (che a quanto pare tanto banale non è visto il numero delle occasioni in cui è necessario ribadirla), proviamo a scendere di scala, osservando il progetto sviluppato nei livelli successivi fino all’apertura dei cantieri. il quale mostra le ulteriori macroscopiche contraddizioni da cui sono nate le contestazioni che hanno portato alla sua temporanea sospensione. In ordine esse sono: l’approccio e le motivazioni idrauliche, i rilevanti impatti del tracciato, la totale mancanza di radicamento sociale, la ridondanza e lo scarso livello di integrazione con le risorse esistenti. Per quanto riguarda il tema idraulico, al di là della debolezza delle motivazioni in termini di portate, c’è da riscontrare una scarsa se non completamente assente relazione con gli interventi storicamente prodotti in quella parte dell’area metropolitana, in termini di regimazione idraulica, con i deviatori Olona e Seveso che ne costituiscono lo schema portante.

Un secondo tema è quello degli aspetti ambientali del territorio, che vanno letti e compresi in una dimensione di area vasta. Ovviamente, la mancanza di confronto con questo schema ha prodotto un tracciato in parte in sovrapposizione con il deviatore Olona (nel tratto di affiancamento da via Forze Armate al Naviglio Grande) con un considerevole impatto ambientale derivante dalla collocazione pensile rispetto a quest’ultimo, oltre alla mancata considerazione dell’opportunità di utilizzo della fitta rete esistente di fossi e canali irrigui. Il manufatto idraulico si caratterizza con un tracciato di impatto elevato e scarsa integrazione con il sistema dei parchi e del verde urbano.

I quartieri della periferia Ovest interessati dall’attraversamento del “tubo” (Gallaratese, Trenno, Forze Armate, Baggio) rappresentano zone di matrice popolare in gran parte realizzate velocemente negli anni 60-70 intorno a piccoli nuclei storici che solo dopo circa 30 anni hanno visto la realizzazione di un sistema di servizi, parchi, verde e arredo urbano che ne ha elevato le caratteristiche di qualità rispetto alla condizione del “quartiere dormitorio”.

Alcuni elementi di questo sistema come il Parco Pertini, il Parco di Trenno e il Parco delle Cave rappresentano luoghi faticosamente acquisiti dalla cittadinanza, sia negli usi che nella tutela, rispetto alla presenza di fenomeni di degrado ambientale e sociale e pertanto divenuti importanti elementi di caratterizzazione identitaria. Non stupisce quindi l’intensità delle contestazioni elevate al progetto che prevede di “sbranare” alcuni di questi polmoni verdi.

Terzo tema: il territorio è abitato da comunità con un sistema di valori, pratiche, fabbisogni, priorità con le quali non è possibile evitare il confronto senza incorrere nel conflitto e nell’insuccesso di qualsiasi iniziativa. Quindi analoghe considerazioni vanno estese ai conflitti in atto e al rapporto con le strutture tecnico politiche e di rappresentanza, considerando che tra le criticità del progetto vi sono gli attraversamenti di ben due estese aree contaminate e da bonificare, note alle banche dati comunali e alla magistratura (via Quarenghi e area del PII Calchi Taeggi).

Un’ultima considerazione va dedicata all’ennesima manifestazione di eccesso di autoreferenza, ovvero la ridondanza di interventi, il più delle volte previsti a scapito di strutture e opere recentemente oggetto di manutenzione, rifacimento o nuovo impianto. Del verde e del reticolo irriguo abbiamo accennato. Un ulteriore passaggio va fatto a proposito del tema della dorsale ciclopedonale e delle relative opere di sistemazione o organizzazione di spazi al suolo e attraversamenti connessi. Questi si sovrappongono in modo disconnesso ad un sistema di piste realizzato di recente, replicandone (spesso in modo complanare) i percorsi e le connessioni, generando una paradossale ambiguità nella ripartizione degli spazi e una sensazione di spreco e mancanza di coordinamento nell’utilizzo delle risorse pubbliche.

Come anticipato, le importanti carenze di questo progetto che sono state aggregate sommariamente, rivelano ciascuna a suo modo la negazione “a priori” di una relazione: con la conoscenza delle caratteristiche dei luoghi di intervento, con la storia delle sue comunità, con la stratificazione degli interventi attuati per governare i singoli problemi.

Si tratta di un modello che purtroppo è stato replicato in numerosi episodi recenti delle trasformazioni urbane che hanno investito la città di Milano (e non solo). La progettazione secondo la logica del “chiavi in mano” fonda la sua forza in una pretesa o necessità di essere veloce, speditiva, economica e quindi non ha tempo e risorse per approcci troppo sofisticati.

Un grande architetto come Giancarlo De Carlo sosteneva che una buona progettazione è quasi una conseguenza del fatto di essere capaci di porsi delle buone domande. Ecco, senza la necessità di invocare grandi questioni legate alla codificazione di procedure di partecipazione o impantanarsi nella rincorsa dell’interesse particolare, saremo in grado di riappropriarci di una logica semplice e di buon senso tornando a progettare ponendoci delle domande?

Riferimenti

La prima puntata di questa trilogia è stata pubblicata su Millennio Urbano col titolo Milano: Learning from Expo (1)

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