Learning from Expo (3): partecipazione, identità, conservatorismi

expo_sito_cantiereTorniamo a rileggere le vicende urbane a partire dalla questione delle Vie d’Acqua milanesi per Expo2015. Nel frattempo, un aggiornamento delle cronache. Dal 25 febbraio, data della temporanea sospensione, si è arrivati ad oggi (25 aprile) con una revisione del progetto che, nelle intenzioni dei proponenti, porterà all’abbattimento di alcune delle criticità territoriali e degli impatti locali che ne avevano determinato l’empasse. Notizie di stampa danno questa nuova soluzione con una previsione d’interramento di parti significative del tracciato (50%), rimasto planimetricamente pressoché inalterato, evitando l’interferenza a cielo aperto coi Parchi Pertini e Trenno e conservando le caratteristiche originali nell’ambito del Parco delle Cave con qualche “ottimizzazione in più” rispetto alla rapporto con i fontanili esistenti. Intanto la temperatura dei Comitati ha ripreso a salire.

Al di là della necessaria verifica di questi dati, sembra che le caratteristiche della nuova soluzione progettuale vadano verso l’abbattimento degli impatti più evidenti, piuttosto che emendarne gli aspetti critici legati alla impostazione e alla logica dell’intervento . Tanto più che contestualmente alla presentazione della nuova soluzione già si prospetta la difficoltà di stare nei tempi per la relativa realizzazione. Ovviamente, come prospettato nell’articolo dello scorso 10 marzo  questi allungamenti dei tempi decisionali e le modifiche progettuali non saranno a costo zero dato che l’impresa che si è aggiudicata l’appalto ha già presentato riserve per 13.000.000 di €.

Quindi tra riformulazione del progetto, la tagliola dei tempi ed eventuali imprevisti ulteriori, si prospetta un bel futuro di contenziosi legali che accompagneranno la realizzazione di questo intervento. Quasi obbligatoria la citazione del detto “chi semina vento raccoglie tempesta” ma la successiva considerazione è amara, perché in questo caso “Eolo” opera su beni collettivi e con risorse pubbliche. A parte questo doveroso aggiornamento, vorrei riprendere alcune delle riflessioni scaturite dalla lettura di questa vicenda.

In particolare, a proposito del conflitto urbano, riprendo il tema evocato da Fabrizio Bottini che, prendendo spunto da alcune analogie presenti in situazioni apparentemente diverse (l’attuazione di varianti urbanistiche della città di New York e, appunto, la realizzazione delle Vie D’Acqua milanesi) si chiedeva se in realtà la partecipazione espressa dai cittadini nelle dinamiche di trasformazione urbana non porti con sé un’idea sostanzialmente conservatrice di città e della realtà urbana. Che a sua volta questo approccio conservatore stimoli di conseguenza modelli di pianificazione di basso profilo, attenti soprattutto a non agire su “interessi consolidati”? In sintesi, la partecipazione dei cittadini alle scelte urbanistiche può potenzialmente generare un effetto zavorra rispetto all’innovazione territoriale?

Bottini non da’ una risposta ma pone un tema che ha solide fondamenta nella tradizione urbana degli ultimi 40 anni. Volendo approfondire, per intendersi sarebbe opportuno un preliminare approfondimento sul significato e il reciproco rapporto tra “innovazione territoriale” e “innovazione sociale”, ma per esigenze di spazi e sintesi non è possibile farlo in questa sede; limitiamoci a tenere la questione sullo sfondo. Per quanto mi riguarda vorrei fare solo alcune considerazioni sulle modalità e le motivazioni attraverso le quali si esprime la partecipazione in forma di conflitto urbano, sulla scorta di alcune esperienze recenti che ovviamente fanno riferimento alla realtà milanese (scusandomi anticipatamente); non solo perché è quella che conosco direttamente ma anche perché per l’intensità delle trasformazioni in corso costituisce uno scenario privilegiato di osservazione (il nuovo P.G.T., Expo2015, i grandi progetti di riqualificazione e sostituzione, gli interventi infrastrutturali, lo stato generale dei grandi agglomerati periferici, ecc.).

Siamo abituati a pensare che la partecipazione dei cittadini rispetto alle dinamiche di trasformazione urbana costituisca un passaggio fondamentale di qualsiasi percorso di formazione identitaria e del suo relativo consolidamento. Le modalità e la qualità della sua espressione (di tipo corporativo piuttosto che collettivistico) e la conseguente idea di città di cui essa è portatrice dipendono però in misura significativa dalla natura dei processi di pianificazione innescati e dai beni territoriali coinvolti. In realtà, nel nostro paese manca una tradizione di tipo partecipativo nelle politiche urbanistiche, pertanto le manifestazioni a cui siamo abituati non si posizionano quasi mai nel momento della formazione di un’idea di città ma coincidono quasi sempre con una reazione ad un evento/intervento/scelta che non ha un radicamento sociale.

Una reazione quindi contrapposta a fenomeni di opacità delle strategie estemporaneità delle decisioni e mancanza di collegamento a visioni e idee collettive, incongruenza del processo di pianificazione. In sintesi questo tipo di partecipazione è “stimolata” da una cattiva urbanistica e di conseguenza è difficile immaginare che essa possa esprimersi diversamente se non attraverso schemi che rinviano ad una generica difesa degli equilibri esistenti, senza doversi caratterizzare necessariamente con spinte conservazioniste.

Abbiamo argomentato  come la logica dell’intervento straordinario e la progettazione “chiavi in mano” a cui sono state affidate le recenti trasformazioni urbane, sia “per definizione” poco interessata e consapevole rispetto alle componenti ambientali e antropiche del territorio su cui interviene. Pertanto i “fuochi” e i livelli di conflitto sono da considerarsi come un portato fisiologico.

Nella querelle Vie d’Acqua, il caso degli abitanti dei quartieroni del nord ovest che rivendicano non solo l’intangibilità dei parchi faticosamente realizzati ma anche un uso consapevole e non sprecone delle risorse esistenti, sembra esprimere un’idea urbana orientata verso una qualità dell’abitare in cui l’elemento del bene pubblico e collettivo ne costituisce il perno e a cui non riesco a dare una connotazione conservatrice. Analogamente, i cittadini che abitano nei pressi della stazione centrale che pretendono il rispetto della convenzione stipulata da Grandi Stazioni S.p.A. e il conseguente ripristino degli spazi del rilevato ferroviario, esprimono una tensione verso una riqualificazione di uno spazio pubblico e una rivitalizzazione del mix funzionale del quartiere che è difficile non inserire in un percorso di innovazione urbana.

Anche in un caso nato con motivazioni molto diverse (questa volta si di difesa di interessi particolari) come quello degli abitanti della zona Fiera, la mobilitazione dei cittadini ha comunque messo in luce l’irrazionalità e la follia di un progetto come quello del tunnel Gattamelata che aveva perso le sue motivazioni originarie (più o meno condivisibili) ben prima dell’avvio dei lavori di costruzione e che sembra destinato a rimanere un incompiuto monumento allo spreco di danaro pubblico e di risorse territoriali.

In sintesi, a mio parere e probabilmente limitatamente al nostro paese, ciò che veramente alimenta spirali di tipo conservativo nella produzione dei modelli urbani è un distorto modello di pianificazione che ha intrapreso pericolosissimi percorsi di autoreferenza, distanziandosi da quelle ragioni che, per dirla come i vecchi manuali, vedevano la sua efficacia nella capacità di tradurre in atti e iniziative tra loro coordinate e coerenti, i fini e i fabbisogni espressi e vagliati dalla comunità e dal complesso di attori che la costituiscono (reazionari compresi!).

Riferimenti:

M. M. Monte, Milano: Learning from Expo (1), Millennio Urbano, 10 marzo 2014.

M. M. Monte, Learning from Expo (2 ): la progettazione “chiavi in mano”, Millennio Urbano, 21 marzo 2014.

 

 

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