L’insostenibile leggerezza delle balle

200911-building-solomon-butcherAll’ambiente gli si vuol bene come alla mamma. Non c’è nessuno, nemmeno il più accanito trivellatore di pozzi petroliferi o il divulgatore delle meraviglie dell’atomo che dichiarerebbe il proprio totale disprezzo per gli ecosistemi. Così la conversione ecologica dell’economia è universalmente riconosciuta come una bella cosa: riduzione dell’impatto ambientale, dei rifiuti e delle esternalità negative piacciono a tutti ed i consumi sostenibili si stanno molto diffondendo.  Anche il mercato si è accorto di questa nuova sensibilità nella domanda e la risposta è la green economy, ovvero  produzioni ecocompatibili con le quali si rilanciano sul mercato settori magari in crisi. Eh sì: c’è la crisi e certe produzioni tradizionali ed impattanti proprio non ce la fanno più a reggere per drastico calo della domanda. Così l’innovazione ambientale diventa innanzi tutto una soluzione strategica per la sopravvivenza di qualche comparto produttivo.

Il settore edilizio è uno di questi. Nessuno è tanto sprovveduto da acquistare un’abitazione nuova che consuma energia come se fosse vecchia, così è possibile trovare case energeticamente efficienti, magari realizzate con materiali rinnovabili, come legno e fibre vegetali. Se poi, per quanto bassi possano essere i prezzi delle case,  non si hanno i soldi per acquistarne una,  si può anche optare per l’autocostruzione. Utilizzando legno e paglia al posto del cemento e dei mattoni, installando pannelli solari e fotovoltaici,  si pesa meno sull’ambiente e si evita l’allacciamento alla rete di distribuzione energetica, con relative bollette.

Ecco allora che, secondo le note leggi di mercato, qualcuno propone l’acquisto della casa prefabbricata in legno e paglia, materiali rinnovabili  e soprattutto più sostenibili di ciò che normalmente viene impiegato nelle costruzioni. La paglia è uno scarto della produzione di cereali che ha buone prestazioni energetiche. Inizia ad essere impiegata in Nebraska dai pionieri che, tra la fine dell’800 ed primi del ‘900 realizzarono i ripari da cui nacquero i primi insediamenti della conquista del West. Fu l’introduzione della macchina imballatrice a dare l’idea di utilizzare quei parallelepipedi di paglia compattata al posto dei mattoni.

La casetta costruita con la “tecnica Nebraska “ è quindi uno dei risultati della conquista dei territori occidentali, quando la frontiera si spostava sempre più ad ovest insieme all’avanzare della ferrovia, ma viene oggi riproposta per un’altra conquista, quella della campagna. Già. Perché gli autocostruttori con poche decine di migliaia di euro a disposizione (tanto costa il kit prefabbricato sostenibile) difficilmente potranno permettersi l’acquisto del poco suolo non ancora urbanizzato superstite in città. Lì i valori immobiliari consentono solo interventi edilizi volumetricamente remunerativi, difficilmente gestibili con la tipologia della casetta unifamiliare proposta dal kit prefabbricato.  Allora per chi ha pochi soldi, ma tanta voglia di fare da se, la soluzione per costruirsi la casa ecologica saranno i suoli edificabili molto lontani dai valori della città. Ma davvero può passare dalla campagna, cioè il luogo dove i terreni liberi dall’edificazione costano meno perché, secondo la nota legge di mercato, la strada che conduce alla sostenibilità? Sarebbe bene chiederselo perchè se lì che esiste la maggiore disponibilità di lotti edificabili a prezzi accessibili, la spiegazione è che sono sempre meno gli addetti all’agricoltura e pare molto più conveniente edificarla la terra, invece di coltivarla.

Anche l’innocente casetta ecologica, costruita con le balle di paglie secondo la “tecnica Nebraska“, ha bisogno di suolo edificabile per essere abitata e chi la promuove come una soluzione amica dell’ambiente sa benissimo che, una volta costruita, si è consumato suolo e contribuito alla dispersione insediativa. Malgrado il minor impatto ambientale dei suoi materiali, il contributo al processo di crescita delle superfici urbanizzate la casetta del Nebraska lo dà, pur nelle forme contenute che progressivamente invadono i territori rurali. Perché si potrà anche fare a meno della reti per la produzione energetica, ma non dell’acquedotto e della fognatura, delle strade e della illuminazione pubblica. A meno che la casetta non sia parte di una azienda agricola, le regole alle quali deve sottostare per essere costruita sono quelle della città e la sua costruzione non farà altro che disegnare attorno a sé un’altra tessera del mosaico urbano.

Sarebbe meglio avvisarli, i nuovi adepti  dell’autocostruzione come via economicamente ed ambientalmente sostenibile alla casa in proprietà: a meno che non diventino dei veri e propri contadini, con tanto di registrazione dell’azienda agricola, la terra su cui sorgerà l’abitazione prefabbricata sarà sottratta alla campagna nella quale hanno l’illusione di vivere.  In fin dei conti ci si dovrà pure accorgere prima o poi che il sogno rurale ha poco a che fare con il cambio (spesso superficiale) di stile di vita, e molto con gli interessi del mercato delle aree edificabili. Non sarà l’aggettivo sostenibile a cancellare un piccolo particolare e cioè che, a meno di essere coltivatori diretti,  ogni giorno si deve andate in città per lavorare, studiare e  molto altro ancora. Usando naturalmente le infrastrutture urbane che collegano l’abitazione al posto di lavoro, alla scuola, al centro commerciale, eccetera, e diffondendo i relativi impatti ambientali che ogni spostamento genera, in termini di risorse energetiche impiegate e di emissioni in atmosfera.

Le balle di paglia della casa ecologica saranno anche sostenibili, molto di meno lo è però la realtà degli interessi che ne sostiene la propaganda.

 

Riferimenti

G. Pinca, Case di paglia, intervista a Maurizio Macrì e Stefania Mancuso, 19 agosto 2013, Il Cambiamento dal vistuale al reale

S. Bartolini, Case di Paglia: come autocostruire una casa naturale ed autosufficiente con 45mila euro, 5 dicembre 2012, Greenme.it

 

2 risposte a “L’insostenibile leggerezza delle balle”

  1. Non vorrei si sviluppasse troppo la tendenza dei settori più sensibili dell’architettura e urbanistica italiana, a demonizzare ogni forma di intervento in favore di un’immagine del territorio come “terra vergine” che non può che essere stuprata dalla nuova edificazione. Il rischio maggiore secondo me, sta nel rallentare la crescita di una contro cultura che necessita, come ogni adolescente, di prendere anche qualche cantonata nel suo percorso di sviluppo.Se ci mettiamo a cercare medaglie senza rovesci, in sostanza, siamo fritti (chiusa veramente elegante).

  2. Non vorrei si sviluppasse troppo la tendenza dei settori più sensibili dell’architettura e urbanistica italiana, a demonizzare ogni forma di intervento in favore di un’immagine del territorio come “terra vergine” che non può che essere stuprata dalla nuova edificazione. Il rischio maggiore secondo me, sta nel rallentare la crescita di una contro cultura che necessita, come ogni adolescente, di prendere anche qualche cantonata nel suo percorso di sviluppo.Se ci mettiamo a cercare medaglie senza rovesci, in sostanza, siamo fritti (chiusa veramente elegante).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *