Lo spazio delle disuguaglianze

hopper.jpgOgni donna può misurare il proprio livello di pari opportunità semplicemente valutando alcuni aspetti: l’uguale accesso al mondo del lavoro ed alla vita pubblica, la garanzia delle cure sanitarie ed una aspettativa di vita senza differenze rispetto agli uomini. Sappiamo che per i primi due aspetti ci sono ancora sostanziali disparità dovute ad una adeguata dotazione di  servizi ma soprattutto all’impossibilità ad essere tanto produttive ed impegnate quanto gli uomini se si è assorbite dal lavoro di cura. Fin qui la questione è nota e ce la ricorda anche quest’anno il World Economic Forum, che ha da poco pubblicato il rapporto sul Global Gender Gap con il quale, dal 2006, misura in 136 nazioni, le differenze basate sul genere a proposito di  accesso alle risorse ed alle opportunità.

Ci sono però altri aspetti che il rapporto non prende in considerazione ma che hanno un impatto sulle disuguaglianze tra donne e uomini, come la pianificazione urbanistica che non ha mai orientato ad una visione di genere il disegno della città, dimenticandosi che dentro lo spazio urbano le donne abitano, lavorano e si muovono sommando alle esigenze della loro vita anche di quella parte della popolazione che dipende dal loro lavoro di cura. Ad esempio, il tema della dotazione di servizi e di come è organizzato il trasporto pubblico locale hanno scarsa relazione con la forma urbana proprio perché non è entrata nella pianificazione la consapevolezza del ruolo unificatore esercitato dalle azioni che le donne compiono all’interno della città.  Anche per le politiche abitative, sempre più improntate ad una visione degli strumenti di piano solo rispondente all’interesse privato,  non è mai stato valutato l’impatto dei modelli insediativi sulla vita delle donne. La pressoché inesistente attenzione alle necessità della metà della popolazione più importante, almeno per i destini della specie, ha prodotto una gigantesca sottovalutazione  dell’effetto emarginante svolto dalla dispersione insediativa e dal suo modello abitativo di riferimento: l’abitazione unifamiliare.  Ma forse gli urbanisti non hanno mai letto Revolutionary Road,  il romanzo di Richard Yates che è anche un atlante del segregazionismo di genere applicato alla condizione abitativa dispersa.

Però c’è un altro aspetto ignorato nella pianificazione urbanistica, ed è la diversa attitudine nell’occupazione dello spazio tra uomini e donne. Che la differenza ci sia ne è prova il paradigma sul quale si basa da oltre un secolo la mobilità urbana: quello del maschio adulto lavoratore ed automobilista. La priorità che è stata data all’auto nella progettazione delle infrastrutture urbane è evidente anche ai ciechi, una delle categorie più penalizzate dalla città centrata sull’auto. Le donne hanno dovuto adeguarsi all’organizzazione dei flussi per linee separate andando ad occupare gli interstizi tra i diversi modo di spostarsi in città, di fatto integrandoli. La modalità di trasporto femminile per eccellenza è una combinazione dell’uso di piedi, mezzo pubblico ed auto in gran parte sconosciuta agli uomini, per i quali la necessità di spostamento prevalente è andare al lavoro con il mezzo per loro più comodo, quasi sempre l’auto. Le esigenze del maschio adulto lavoratore hanno finito per modellare tutto il disegno urbano e non è un caso che questa attitudine al dominio dello spazio si ritrovi identica nel maschio ciclista, che rivendica le piste ciclabile per andare spedito esattamente come l’automobilista reclama nuove strade per velocizzare il traffico.

L’Italia è uno delle nazioni più devote all’uso dell’auto tra i cosiddetti paesi sviluppati e, se da una parte la ragione sta nella storia del suo sviluppo industriale, dall’altra è l’individualismo come attitudine alla soluzione dei problemi collettivi l’approccio che da sempre ha la meglio. Poiché non esistono risposte che prendano in considerazione l’interesse generale, la risoluzione dei problemi della mobilità è una strategia che risponda in primo luogo all’interesse personale. Se ci pensiamo un attimo, anche in questo caso le differenze di genere sono fonte di un cambio di prospettiva perché nelle strategie degli spostamenti le donne sommano alle loro necessità quelle di altri membri della famiglia. La prospettiva femminile alla mobilità è per così dire forzata all’integrazione di ragioni diverse che implicano anche modalità diverse. Malgrado le donne si spostino di più degli uomini, esse hanno quindi un’attitudine meno individualista all’occupazione dello spazio pubblico urbano per gli spostamenti e forzatamente incline alla relazione tra le differenze. Tuttavia esse non sono mai considerate i soggetti di riferimento per politiche, spesso retoriche, di promozione della partecipazione pubblica alle scelte della pianificazione.

Forse qualche spiegazione del perché la prospettiva di genere sia totalmente assente dal modo in cui in Italia si affronta si governa il territorio la si trova analizzando il citato rapporto del World Economic Forum. Se si raffronta la condizione di pari opportunità relativamente ai singoli parametri che compongono l’indice si scopre che l’Italia si trova ad il poco onorevole 71° posto della classifica mondiale,  ma che sprofonda ° al 97° posto per quanto riguarda la partecipazione delle donne alla vita economica. Mediamente una donna italiana ha il 68,85% delle opportunità di un uomo rispetto ai 4 parametri analizzati e, mentre la parità di genere è molto vicina in merito all’accesso all’istruzione (99,24%) ed a salute ed aspettativa di vita (97,33%), essa si distanzia molto riguardo alla partecipazione alla vita economica (59,73%) e all’impegno in politica (19,12%).   Il divario che separa maggiormente le donne italiane  da quelle islandesi,  che complessivamente sono al primo posto nella classifica mondiale, è un 56,32% di opportunità in più di queste ultime rispetto all’impegno in politica. Se si guarda alle donne che abitano nei paesi che occupano la prima metà della classifica,  le italiane hanno opportunità inferiori del 23,84%, rispetto alle norvegesi che stanno al 1° posto,  e del 7,04 %  rispetto alle ungheresi che stanno al 68° posto,  di trovare un  lavoro adeguatamente pagato e di fare carriera nella professione che svolgono. Malgrado quest’ultimo dato riveli meglio di qualsiasi altro indicatore quanto sia marginale il ruolo economico delle donne italiane, con un livello di opportunità del 40,26% inferiore a quello degli uomini, la questione non è minimamente inserita nelle priorità dell’agenda politica. I dati evidenziano che l’Italia è il paese  dell’Unione Europea nella posizione più bassa della classifica in quanto a partecipazione alla vita economica (ultima posizione tra tutti i paesi d’ Europa),  mentre nel punteggio complessivo riesce ad avere una posizione in classifica superiore a quella della Grecia (81° posto), della Repubblica Ceca (83° posto) e dell’Ungheria (87° posto) dato il risultato peggiore (92°, 79°,  120° posto) di quei paesi in quanto a partecipazione delle donne alla vita politica.

Se si guarda a questi dati in relazione al governo delle città e dei territori non stupisce il fatto che una prospettiva di genere sia completamente assente, perché alle donne italiane, anche se hanno praticamente  raggiunto la parità con gli uomini relativamente alla salute ed alle aspettative di vita, manca il potere, che come è noto si acquisisce per via economica e politica, ovvero nei due campi della vita pubblica dove la parità di genere ha ancora molta strada da fare.

Riferimenti

World Economic Forum, Global Gender Gap Report 2013