L’oggettiva urbanità del piccione

Il piccione è oggettivamente un animale urbano. E’ più facile immaginarlo sul selciato di una strada o di una piazza in una città, piuttosto che in un viottolo o in un’aia di campagna.  È anche oggettivo che esso se ne stia appollaiato su di un ramo, forse nella variante del suo esempio impagliato dentro la teca di un museo di storia naturale. Meno oggettivo è che il piccione rifletta sull’esistenza, ma non possiamo escludere che esso sia in grado di farlo.

 

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Foto:http://quinlan.it

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è, in un certo senso, un film sull’oggettività che attraversa le trentanove scene proposte, collocate dentro un immaginario urbano costruito con precisione.  Nessuna città è riconoscibile ma il materiale scenico la evoca continuamente. Grandi edifici residenziali, un albergo per poveri,  uno skyline punteggiato di fabbriche, una strada sulla quale si affaccia un ristorante, il centro di una città visto dalla finestra di un laboratorio che pratica la vivisezione, una nave ci ricorda l’esistenza di un porto, un paesaggio di periferia visto attraverso la vetrina di un bar, la taverna di Lotta la Zoppa, l’unico riferimento alla città reale: Göteborg nella quale il regista Roy Andersson e cresciuto.

Andersson usa questo variegato scenario per costruire le storie delle quali si compone il film, la cui fotografia ha nella pittura che negli anni ’20 del Novecento si definì Nuova Oggettività il proprio materiale iconografico. I personaggi che s’incontrano in questi quadri ricordano l’ironico realismo delle figure di Otto Dix,  Georg Grosz o Georg Scholz, figure che si muovono dentro interni e paesaggi urbani caratterizzati dallo stesso straniamento che percorre il film.

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Foto: http://www.artslife.com

All’interno di queste scene, apparentemente fisse,  quasi immobili, Andersson inserisce elementi seriali e contraddittori,  come la frase “Sono contento che stiate bene. Ho detto: sono contento che stiate tutti bene” ripetuta al telefono dall’aspirante suicida e da altri personaggi visibilmente disperati. O come l’esercito capeggiato dal re Carlo XII, in marcia verso l’assedio di Fredrikshald, che inaspettatamente entra nel bar di periferia: un incursione della pittura barocca nell’atmosfera novecentesca dell’episodio del film.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è un geniale catalogo di situazioni umane che hanno come filo conduttore due improbabili venditori di articoli per feste. La loro parabola è una triste ed ironica rappresentazione di una umanità completamente bianca – sottolineata dall’esasperato pallore dei volti – quindi europea e consegnata al passato, del quale contempla decrepita gli orrori. Una umanità che s’interroga in modo tragicomico su cosa vuol di “essere un essere umano”, una società di esseri non comunicanti, dentro un paesaggio urbano corrispondente, astratto, solo immaginato, dove le persone sono immobili, statiche e constatano l’immutabilità del tempo (“ è di nuovo mercoledì”), prima che un inaspettato ciclista sconvolga la scena.

Riferimenti

L’immagine di copertina è tratta da Quinlan rivista di critica cinematografica.

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