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L’ordinaria suburbanità del capitale umano

brianza 1960E’ sintomo di ritardo culturale il fatto che si faccia fatica in Italia a prendere atto di quanto lo sviluppo di certe aree del paese abbia avuto effetti territoriali molto simili a quelli che si sono prodotti dall’altra parte dell’oceano, almeno dal secondo dopoguerra in poi. Malgrado anche gli stili di vita ci dicano di quanto abbia sempre meno senso rifugiarsi nelle identità locali, perché ormai il modo in cui si abita, lavora, ci si sposta, consuma è sempre di più improntato a paradigmi globali, rimane culturalmente predominante l’abitudine italiana  di attribuire al luogo in cui si vive una capacità di diversificare gli animi attraverso il paesaggio, il clima, il cibo e la parlata. E’ il radicamento di un’idea di “paese” i cui contorni sono però progressivamente svaniti sotto l’effetto confondente della globalizzazione, che non è solo uno slogan ma un reale processo di cambiamento del paesaggio, del cibo, della parlata e, come ben sappiamo, del clima.

Succede allora che chi prova a descrivere come il processo globale di finanziarizzazione dell’economia stia modificando l’esistenza degli abitanti di un territorio, già profondamente trasformato da un secolo e mezzo d’industria, si veda accusato di attribuire a quel luogo i caratteri negativi che sono invece di certi personaggi intenti, come succede ovunque nel mondo economicamente sviluppato, a fare soldi smaterializzando la loro attività e scommettendo sulla capacità distruttiva del mercato. Così capita che quel territorio si senta accusato di essere la matrice delle cattive qualità dei personaggi di un film che ne evoca l’ambientazione attraverso la pretesa che l’abitarvi connoti meglio di ogni altra cosa lo scommettere sulle crisi cicliche dei mercati finanziari e l’avidità del fare soldi con i soldi.

E’ ciò che è accaduto a Il capitale umano di Paolo Virzì, attorno al quale si sono scatenate una serie di polemiche basate sulla presunta corrispondenza tra carattere locale dei personaggi e vizi globali di certi comportamenti economici. Polemiche sterili perchè basate su di un equivoco che il regista ha cercato di fugare senza riuscisci, forse per qualche difficoltà ad entrare nelle questioni territoriali che il suo film lascia sullo sfondo.

In fatto è che il film non è ambientato in Brianza, come sostengono quasi tutte le descrizioni giornalistiche, ma nei sobborghi che da nord di Milano si estendono fino alle Prealpi. Sono ambiti solo in parte coincidenti con il concetto geografico di Brianza e d’altra parte , sul versante narrativo, al regista interessava trovare un corrispettivo del Connecticut, dove è ambientato l’omonimo libro di Stephen Amidon piuttosto che descrivere un particolare territorio. Da questo punto di vista l’identità brianzola non è in discussione e bastava aver letto Carlo Emilio Gadda per conoscere la storia suburbana del territorio che si articola, dagli anni ‘80 del XIX secolo, lungo i tracciati delle Ferrovie Nord Milano, ed è legata agli sviluppi della metropoli lombarda da 90 anni a questa parte, quando fu costruita la prima autostrada d’Europa.

Così come lo sfondo della narrazione di Human Capital, il libro da cui il film è tratto,  è l’esempio da manuale della condizione di vita suburbana, nella quale non a caso si svolge la vicenda di Revolutionary Road (il romanzo di Richard Yates ambientato in una zona del Connecticut, dove tre villaggi ipertrofici erano da poco confluiti a formare un unico centro lungo un’ampia e rumorosa autostrada),  il paesaggio che fa da sfondo a Il capitale umano fa idealmente riferimento  all’immaginaria  Brianza de La cognizione del dolore piuttosto che ad una geografia precisa. E’ a Milano, in quanto uno dei centri della finanza globale,  che si giocano i destini dei protagonisti, travolti da una crisi imprevista nelle loro vite apparentemente in ascesa. E’ questo l’unico riferimento geografico preciso e non a caso è la probabile vera ragione delle polemiche localiste. Perché la location  del film di fatto non ha un’iidentità propria se non quella di essere lo scenario, più o meno di lusso, dove risiedono i personaggi sui quali si sviuppa la narrazione.

Eppure non è difficile accorgersi, vedendo il film anche senza sapere che è tratto da un romanzo statunitense, di quanto sia cinematograficamente molto “americana” la descrizione della way of life dei protagonisti: dalla prestigiosa scuola privata per i figli dell’alta e media borghesia ai riti di celebrazione del proprio status sociale. Anche la marginalità descritta attraverso la figura del drop out, che s’insinua nelle pieghe del contesto upper and middle class dal quale provengono i protagonisti, la cui vicenda umana sembra giustificare l’esistenza di uno stato sociale altrimenti superfluo, ci ricorda quanto le società da una parte e dall’altra dell’Atlantico siano simili.

E’ davvero sintomo di  miopia non aver visto il tipo di trasposizione territoriale operata da Virzì, il quale forse avrebbe fatto meglio a non evocare alcun nome per descrivere i luoghi in cui ha girato il film, evitando di scatenare il localismo così intimamente radicato in questo paese al di là dei consensi raccolti da una forza politica come la Lega Nord, molto radicata nel territorio in questione. E anche le recensioni che hanno evitato la trappola localistica non si sono accorte che è ora di chiamare le cose con il loro nome, suburbio e non provincia, e di come, anche da noi, la mutazione suburbana di paesi come l’immaginario Ornate del film sia già stata ampiamente metabolizzata dalla generazione di adolescenti motorizzati cresciuta, per dirla con le parole di Richard Yates, in case in cui loro abitavano senza peso esattamente come i figli dei protagonisti.

Ordinaria suburbanità dunque, e non solo della Lombardia pedemontana, ma dei molti territori che continuano a rivendicare un’identità locale avendola da tempo abbandonata e che non si rendono conto che a tornare in dietro si trovano solo ridicole caricature, come la figura di consigliere comunale leghista che nel film è invitato a proporre un programma per rilanciare uno storico teatro abbandonato da decenni.

Sarebbe auspicabile che anche grazie a questo film crescesse l’evidenza della suburbanità come condizione nella quale vivono gran parte degli abitanti delle aree urbanizzate, tra loro prive di particolari distinzioni da un punto di vista funzionale, e che magari si cogliesse l’occasione dell’abolizione delle province  per ripensare il rapporto tra luoghi e gli enti locali al di là delle città metropolitane.  Riflessioni alle quali si può giungere facendosi qualche semplice domanda che sveli nella risposta elementi realtà corrente: in cosa si si distinguono ad esempio i sobborghi che da Milano risalgono le pendici delle Prealpi da quelli che da Bergamo si spingono fino alle Orobie? Nel paesaggio e nella parlata, si dirà, ma quando si tratta di abitare, lavorare, spostarsi e consumare le differenze quasi si annullano tra le due sponde dell’Adda come tra quelle dell’oceano. E allora perchè meravigliarsi se al posto della Brianza che pensavamo di conoscere vediamo un luogo molto simile al Connecticut?

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.

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