L’urbanizzazione del mare

La nave da crociera più grande del mondo sta navigando nel Mediterraneo. Dopo essere arrivata a Napoli, e aver riversato sulla città più di 6.000 passeggeri (che si sono sommati a quelli di altre grandi navi per un totale di 15.000 in una sola giornata) essa si sta dirigendo verso Barcellona, i cui abitanti conoscono bene gli effetti dei 7 milioni di turisti che ogni anno arrivano in città come croceristi o utenti dei voli low cost.

L’arrivo della Oasys of the Seas  a Napoli è stata la prova generale dell’inserimento nello scalo marittimo partenopeo dei giganti della compagnia Royal Caribbean, a partire dal prossimo maggio. L’accoglienza in pompa magna dei passeggeri da parte di coloro che hanno da offrire servizi turistici dimostra bene quanto alta sia l’aspettativa economica riguardo a migliaia di visitatori che arrivano in un colpo solo. Molto scarsa è invece la consapevolezza del loro impatto ambientale.

Dato che non è difficile informarsi su quanto impressionanti siano i dati relativi alle presenze e alle dimensioni delle grandi navi nei mari del globo terracqueo, c’è da chiedersi perche nessuna, tra le autorità che ne autorizzano il transito, sembra avere qualche preoccupazione sulla loro sostenibilità (e dopo il disastro del Giglio sulla loro sicurezza). Peraltro basta la visione di un documentario come Bye Bye Barcelona per farsi un’idea, ad esempio, degli impatti socio-economici del turismo di massa, rispetto al quale la porzione che arriva con le crociere è in continua crescita. Le immagini e la serie di testimonianze di cittadini che il filmato presenta lasciano poco spazio all’immaginazione riguardo al modo in cui si stia letteralmente consumando l’identità di una metropoli mediterranea, ridotta ad essere trattata come un parco tematico. E’ una dettagliata denuncia della progressiva perdita dei diritti di cittadinanza da parte di chi la città la abita, che avviane con l’inarrestabile privatizzazione dello spazio pubblico messo a profitto.

Numeri

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Foto: M. Barzi

Ma per capire un po’ meglio la portata del fenomeno Grandi Navi bisogna cominciare dalle cifre.  Secondo Cruise1st, sito britannico di promozione del settore,  nel 2014 si prevedono 21,7 milioni di croceristi nel mondo, con una crescita del 21% negli ultimi 5 anni. Le due navi da crociera gemelle più grandi al mondo (Allure e Oasys of the Seas) sono lunghe 362 metri, pesano 225.300 tonnellate (l’equivalente di 9.000 carri armati) e possono ospitare 6.296 passeggeri – oltre ai 2.384 membri dell’equipaggio – per un totale di 8.680 persone. Una nave da crociera di dimensioni medie contiene 3.000 persone ed ha un peso equivalente a 21.200 autobus a due piani. Considerando i numeri globali di coloro che scelgono di fare una crociera, si può facilmente desumere che in un solo anno questa sorta di città galleggianti compiano migliaia di navigazioni e in particolare nel Mediterraneo,  la seconda destinazione più richiesta dai croceristi di tutto il mondo.  Naturalmente anche il giro di affari che ruota attorno alla presenza di questi giganti nei vari porti durante la stagione turistica è stratosferico: fonti giornalistiche riportano una stima per il solo porto di Genova pari a 3 milioni di euro.

Tra questi numeri mancano però le cifre di quelle che, nell’asettico linguaggio degli  economisti, si chiamano esternalità. Chi, oltre ai dati mirabolanti sul settore in crescita, si è mai preso la briga di quantificare i rifiuti, liquidi e solidi, prodotti da questi insediamenti umani collocati sull’acqua?

Impatti

L’Environmental Protection Agency, l’istituzione federale degli Stati Uniti che si occupa di protezione dell’ambiente, stima in 230 le grandi navi circolanti nel mondo. L’EPA letteralmente sostiene che le navi da crociera siano città galleggianti in grado di fornire ai loro passeggeri alcuni dei servizi normalmente dispensati ai cittadini di una piccola città. Poiché le attività di cantieristica che producono di questo tipo di imbarcazioni sono in continua espansione, c’è una crescente preoccupazione riguardo agli impatti ambientali complessivamente generati dalla crocieristica.

Impatti che derivano dalla gestione dell’acqua di sentina e di zavorra, degli scarichi fognari,  delle acque grigie, dei rifiuti solidi e pericolosi. Nel 2008 l’EPA ha redatto il Cruise Ship Discharge Assessment Report proprio con l’obiettivo di valutare la loro portata. Il documento dell’EPA non ha un intento normativo ma risponde alle preoccupazioni, riguardo alle ricadute ambientali delle città galleggianti, contenute nella petizione che il network Bluewater ha lanciato nel 2000. Il rapporto dell’agenzia statunitense si basa anche su studi che evidenziano come il numero dei croceristi cresca ad una velocità doppia rispetto alle altre forme di turismo, così come la dimensione delle navi progredisce a ritmi che non conoscono eguali rispetto agli altri mezzi di trasporto.

Anche senza leggere il rapporto dell’EPA, il fatto che una porzione di popolazione umana superiore agli abitanti della Romania decida di trasferirsi per almeno una settimana all’anno in mezzo al mare dovrebbe sollevare qualche preoccupazione o, almeno, far riflettere su come le dinamiche della dispersione insediativa stiano – temporanemente per ora –  travalicando i confini della terra. D’altra parte  l’urbanizzazione del mare,  pur nelle modalità da set cinematografico di Freedom Ship – un progetto di città galleggiante da 50.000 abitanti, con scuole, un ospedale, negozi, centri commerciali, alberghi, ristoranti, banche, uffici, porto, aeroporto e persino un casinò – qualcuno ha già provato ad immaginarla. Che sia anche il caso di immaginare come controllarla?

Riferimenti

Infographic: Fun Facts About Our Booming Cruise Holiday Industry, Cruise1st, 5 agosto 2014.

United States Environmental Protection Agency, Cruise Ship Discharge Assessment Report, 2008.

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