Metropoli e fallimenti architettonici

villeradieuseLa pianificazione dell’area metropolitana di Parigi  e delle maggiori città francesi è stata influenzata nel secondo dopo guerra dai principi dell’urbanistica razionalista, ispirata soprattutto all’opera di Le Corbusier.  La trasmigrazione dell’idea di Ville Radieuse  nella realizzazione delle ville nouvelle, costruite all’interno di una vasta rete infrastrutturale, ferroviaria ed autostradale, è lo schema che ha fatto nascere le banlieue parigine come parte di un programma di decentramento delle funzioni residenziali in ambito metropolitano. Nei Grand Ensamble edilizi, declinati nella forma geometrica del parallelepipedo appoggiata al suolo o sul lato lungo o su quello corto, rispetto all’allineamento stradale, si sono concentrati i settori popolari a cui era indirizzata la costruzione delle città satellite tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso. L’altra faccia dell’allentamento della pressione abitativa  all’interno dei confini amministrativi delle grandi città, è stata però un’alta concentrazione degli strati economicamente più deboli della popolazione nelle nuove urbanizzazioni periurbane, cui si era aggiunto un importante flusso migratorio soprattutto dal nord Africa . Da qui nascono i problemi sociali che hanno fatto delle periferie francesi, ed in particolare parigine, il luogo dove si sono prodotte le condizioni per le rivolte urbane di otto anni fa. In questo contesto si è realizzato l’esperimento architettonico che avrebbe dovuto rappresentare l’alternativa alle stecche ed alle torri dell’urbanistica razionalista.

Les Espaces d’Abraxas,  è un complesso residenziale costruito  su progetto di Ricardo Bofill tra il 1978 e il 1983 a Noisy-le-Grand , ovvero in uno dei settori amministrativi che formano la ville nouvelle di Marne -la-Vallée nel dipartimento Seine-Saint Denis. Rispetto alle barre ed alle tour della classica edilizia  HLM (Habitation à Loyer Modéré, equivalente francese delle case popolari in Italia) i tre edifici di Bofill, pomposamente denominati Théâtre, Palacio e Arc, abbandonano il disadorno stile architettonico del Movimento Moderno per il monumentale ecclettismo post-moderno, cifra stilistica dell’architetto catalano.  I 610 appartamenti realizzati non sono stati destinati solo all’edilizia a buon mercato, perché qui si doveva tentare l’esperimento sociale della compresenza della classe media dei proprietari e dei ceti popolari degli inquilini. La differenza fondamentale tra i primi ed i secondi, oltre al reddito, è che i primi hanno scelto di acquistare lì la loro abitazione, mentre i secondi sono assegnatari di un alloggio dell’ente che si occupa di edilizia sociale. D’altra parte una tale concentrazione di persone secondo la legge vigente non avrebbe potuto essere realizzata in un solo complesso se non attraverso l’escamotage della mixité sociale. La diversità architettonica del progetto aveva proprio la finalità di attirare il ceto medio che certo non avrebbe trovato attraente vivere in un complesso residenziale in chiaro stile HLM.

Ricardo Bofill, intervistato da Le Monde su Les Espaces d’Abraxas  a trent’anni dalla sua realizzazione, ha dichiarato di aver voluto costruire un monumento emblematico in una zona molto mal costruita attraverso uno spazio chiuso al suo interno e estremamente teatrale. Malgrado lo sforzo d’innovazione anche dal punto di vista costruttivo (la tecnologia impiegata è la prefabbricazione almeno per la parte HLM),  la più elevata qualità degli alloggi in proprietà e il non essere stato pensato come un ghetto per poveri,  sembra che l’amministrazione di Noisy-le-Grand stia pensando alla demolizione del complesso, viste le enormi difficoltà di gestione degli spazi comuni.Les_Espaces_Abraxas_Marne_la_Valle_Paris_France_Ricardo_Bofill_Taller_Arquitectura_12

Secondo le testimonianze degli abitanti e un reportage fotografico apparso sempre su Le Monde, sono proprio le sue caratteristiche architettoniche ad aver messo in luce quanto siano insicuri alcuni ambienti pensati per l’accesso agli appartamenti, che sembrano vagamente  ispirati alla serie d’incisioni “Le Carceri d’Invezione” di Piranesi.  La sicurezza costituirebbe quindi il maggiore problema del complesso, che avrebbe come unico vantaggio riconosciuto quello di consentire l’accesso alla stazione del sistema ferroviario regionale RER attraverso percorsi al coperto, per cui se piove è possibile raggiungere il centro di Parigi senza bagnarsi. La parte del complesso  destinata all’edilizia sociale è stata coinvolta a fine 2005  nelle rivolte per le quali sono state temporaneamente rimesse in vigore le leggi speciali promulgate durante la guerra di Algeria: tra le testimonianze degli abitanti raccolte da Le Monde vi è quella di un inquilino che ha traslocato lì proprio mentre erano in corso gli scontri con la polizia.

L’archistar, che ha realizzato altri complessi dello stesso eclettico monumentalismo in altre località della Francia, nell’intervista  denuncia la manifestazione di scarsa cultura dell’amministrazione locale,  che vorrebbe demolire un’opera architettonica, a suo dire, dello stesso valore della Cité Radieuse di Le Corbusier a Marsiglia.  La colpa sarebbe di chi non ha equipaggiato l’area con servizi e attività commerciali, non ha saputo gestire gli spazi e che ha consentito che vi fosse insediata una quota d’immigrati superiore al 20%  degli abitanti. E poi è anche responsabilità di chi lì dentro non hanno saputo fare comunità, mentre lui aveva ben chiaro il senso utopico di portare la città in uno spazio residenziale delimitato.  La scelta di un linguaggio architettonico opposto a quello lecorbuseriano serviva proprio ad evitare gli errori delle ville nouvelle,  già evidenti quando il complesso è stato progettato a fine anni’70.  D’altra parte lui, il progettista, la città l’ha sempre considerata un processo e non un oggetto finito , una volta realizzata l’architettura sarebbe toccato alla società  costruire la civitas identificabile con essa. L’unico rammarico che confessa di avere è constatare che la sua architettura non ha saputo cambiare la città, in particolare quella nuova, pianificata per superare il modello caotico di matrice storica.

Bofill non è il solo architetto a reagire così di fronte al fallimento di un suo progetto. In fondo, ancorché criticabilissimo, non  lo si può accusare  di essere l’unica causa dei mali di Les Espaces d’Abraxas. L’errore più importante lo ha commesso chi ha pensato che l’architettura facesse la differenza, che bastasse affidare la progettazione dell’insediamento residenziale all’architetto alla moda  (al tempo il neologismo archistar non esisteva ancora) per convincere l’utenza della bontà dell’operazione. Tuttavia non c’è bisogno di capirne di urbanistica per sapere che la città è qualcosa di molto più complesso della costruzioni di tre grandi contenitori di abitazioni e che quell’insediamento nel settore orientale dell’area metropolitana di Parigi fa parte dei risultati complessivi del decentramento realizzato con la concentrazione.

Come risposta al degrado ed alla minaccia di demolizione gli abitanti di Les Espaces d’Abraxas hanno deciso di costituire un’associazione per la difesa dei loro interessi, con la quale promuovono iniziative per la manutenzione degli spazi e per migliorarne la vivibilità.  Uno degli aspetti che cercano di valorizzare è la particolare qualità architettonica, quel monumentalismo barocco che ha “spettacolarizzato”, secondo una definizione avallata dallo stesso Bofill,  il concetto di periferia. Perché allora non farlo diventare meta per visite architettoniche, oggetto di produzioni artistiche, così come un tempo è stato location di alcuni film?  Si tratta insomma del tentativo di dare identità e senso di appartenenza ad un luogo che, nel bene e nel male, ha una storia trentennale e che ha contribuito a fare di Parigi una grande metropoli, al di là delle idee innovative di un architetto di successo.

Riferimenti

E. Camus, Ricardo Bofill : « Je n’ai pas réussi à changer la ville », 8 febbraio 2014, Le Monde