Mobilità e sessismo

Le necessità di spostamento ed il genere di chi si sposta sono diventati oggetto d’indagine di un numero crescente di studi sulla mobilità in ambito urbano. E’ ormai accertato con sufficiente precisione che le donne hanno molte più occasioni di muoversi rispetto agli uomini e lo fanno usando più trasporto pubblico ed in modo più sostenibile, ovvero in genere camminando di più.

Se in un nucleo familiare c’è una sola auto è assai probabile che essa venga utilizzata dall’uomo per gli spostamenti casa-lavoro, mentre le donne  tendono ad organizzare la propria vita in modo da avere una migliore integrazione tra attività lavorativa e famiglia in termini di distanze e di tempi. E’ la famosa conciliazione tra lavoro di cura e impiego retribuito, che sul versante della mobilità vuol dire maggiori occasioni per spostarsi causa bambini e anziani da accompagnare, spesa ed altre commissioni, oltre che per andare a lavorare.

Quasi tutti questi studi condividono l’intento di individuare strumenti per rendere la mobilità in ambito urbano più orientata alla specificità di genere, sulla quali si fa aderire però il ruolo sociale della donna senza troppo domandarsi se sia sostenibile a lungo termine. In pratica la questione non è se una società più equa sappia distribuire equamente il lavoro di cura tra i generi  ma, poiché sono le donne che se ne fanno carico, come facilitarle almeno sul versante della mobilità. Ecco allora che qualche amministrazione locale predispone interventi per favorire le donne nell’uso del trasporto pubblico, dei servizi di taxi notturno, o del car e bike sharing. In questo solco s’inserisce la Carta italiana, un decalogo di buone pratiche per la mobilità orientata alle questioni di genere.

Il nodo più critico e di difficilissima soluzione è quello della sicurezza: non si può evidentemente affiancare un poliziotto ad ogni donna che si sposta di notte da sola, a piedi o con i mezzi pubblici. La soluzione più praticabile per conciliare  diversi spostamenti, in direzioni  e con tempi differenti, diventa, ça va sans dire, l’auto. Mezzo che ha l’ulteriore pregio della flessibilità nella pianificazione individuale dei percorsi.

Si pensi ad esempio ad una donna che svolga turni di lavoro in orario serale-notturno, che abbia il bambino piccolo da  portare all’asilo nido e quello più grande da accompagnare a scuola e poi si aggiungano gli acquisti, le attività di doposcuola, le visite mediche, eccetera. S’immagini di far dipendere tutto ciò dal trasporto pubblico e non ci vorrà molto a giungere alla conclusione che l’utilizzo dell’auto risolve in un sol colpo la questione della molteplicità dei percorsi-spesso slegati dalla rete del servizio collettivo – e, naturalmente, della sicurezza.

Il guscio metallico dell’automobile

 

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Foto: M. Barzi

Il problema è la frequentazione nelle ore serali e notturne dei veicoli pubblici, delle fermate e dei tratti stradali da percorrere a piedi. Sì perché l’ordinario sessismo della vita urbana è misurabile dal numero di molestie, aggressioni e violenze che vengono commesse nello spazio pubblico a danno delle donne, ammesso che tutto ciò venga denunciato dalle vittime e/o diventi oggetto d’indagine. l problema dell’uso del trasporto pubblico e delle strade da percorre di notte da sole – malgrado le buone intenzioni di qualche amministrazione –  resta irrisolto e l’auto (quella propria, di un amico  o un taxi) rimane la soluzione più praticabile.

Alla possibilità delle molestie sessiste si preferisce il guscio metallico di un’automobile, anche se si è così fortunate da avere una fermata di metropolitana sotto casa, e magari pure l’incrocio di più linee di superficie. Certo, il car sharing senza postazione fissa – ovvero la possibilità di prendere e lasciare l’auto dove si vuole –  può essere un’alternativa ma dipende dalla frequenza dell’utilizzo e, di conseguenza, da quanto alla fine viene a costare la somma di tutte le forme di mobilità diverse dal veicolo individuale, cioè da quanto sia realmente conveniente, in termini di tempo e denaro, decidere di non possederne uno.

L’ulteriore problema è che le donne sono mediamente più povere degli uomini, anche a causa dell’impatto del lavoro di cura sulla loro disponibilità a lavorare, e se in media le donne dispongono di un reddito inferiore a quello degli uomini la loro mobilità sarà di conseguenza fortemente influenzata da questo dato. Così le donne finiscono per accollarsi il costo dell’auto, se questo è l’unico mezzo per conciliare le necessità della famiglia e il lavoro.

Rimangono escluse dai vantaggi degli spostamenti indipendenti su mezzi privati le donne più povere, quelle che non hanno abbastanza soldi per mantenerli e per pagare il carburante. Per loro l’insicurezza delle strade, dei bus e del metrò diventa una condizione da accettare e l’unica alternativa al non spostarsi affatto.

L’equazione sembra quindi semplice: diminuire il sessismo significa favorire l’uso del trasporto pubblico. Distribuire più equamente tra i generi i compiti che producono spostamenti diversi da quello casa-lavoro significa inoltre coinvolgere gli uomini in quelle forme di mobilità a corto raggio per le quali si può andare a piedi o con i mezzi pubblici, come le donne hanno da tempo imparato a fare.

Se si sottrae la mobilità delle donne alla sfera tecnica e la si guarda come fenomeno sociale, non è difficile constatare che le soluzioni che limitano la possibilità di molestie e di violenze – come le applicazioni dello smartphone –  per sapere in tempo reale a che ora passa il bus o il metrò e non aspettare da sole alla fermata o stazione deserta – possono senz’altro evitare l’uso dell’auto ma non il fatto che spostarsi da sole nella città possa voler dire diventare una preda.

Cambiare passo rispetto alle città dominate dalle auto significa prima di tutto valutare quanto siano superabili i benefici che il veicolo individuale offre in termini d’indipendenza e di garanzia nella pianificazione degli spostamenti senza dover mettere nel conto l’insicurezza. Si dirà che gli incidenti causati da questo mezzo di trasporto sono una delle principali cause di morte, così come l’inquinamento da esso prodotto ha gravi conseguenze sulla salute, ma quando  l’alternativa è la paura si preferisce rischiare in proprio piuttosto che mettere nel conto il rischio da correre per i comportamenti altrui. Se la mobilità sostenibile deve orientarsi alle necessità delle donne, anche le strategie per superare la centralità dell’auto devono diventare una questione di genere.

Riferimenti

H. Richmond, If we want people to drive less, we have to end sexism, Grist, 28 marzo 2014

A. Friedman, Will Women Ever Feel Completely Safe on Mass Transit?, The Atlantic Cities, 27 marzo 2014.

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