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Città Suburbia

Nuove povertà suburbane

2014-05-01 18.50.52
Foto: M. Barzi

Come sta cambiando la composizione sociale della popolazione che vive nelle aree esterne alle grandi agglomerazioni urbane? Negli Stati Uniti, dopo decenni d’incontrastato predominio della classe media bianca, non è stata solo la crisi innescata dalla bolla immobiliare ad  esercitare un ruolo importante nei cambiamenti sociali delle aree suburbane.  Il declino del sobborgo  come luogo ideale dell’American Dream ha come causa scatenante l’invecchiamento dei baby boomers, la generazione nata dopo la seconda guerra mondiale che lì è nata, cresciuta e vi ha stabilito la famiglia. Arrivati all’età della pensione molti di questi neo sessantenni si trovano ad abitare in case troppo grandi ed in zone troppo poco dotate di servizi. Così i quartieri urbani meglio attrezzati e non esclusivamente dipendenti dall’auto sembrano esercitare una certa attrattiva, almeno per coloro che se lo possono permettere.

La fine del Suburbio è il titolo di un libro di Leigh Gallagher che, intervistata da Forbes,  ha dichiarato:  Quel modello di vita ha superato i limiti, è diventato lo sprawl che si disperde sempre di più allontanando sempre più le persone dal lavoro, in quartieri che non rispondono ai bisogni. I suburbi non sono più adatti a tantissime persone. C’è gente che fa il pendolare per tre ore al giorno. Anche prima della crescita drogata della bolla edilizia, succedeva di constatare queste distanze incredibili che la gente deve superare anche solo per comprarsi qualunque cosuccia indispensabile. Costoso, e anche un modello di esistenza sgradito ai più.
Poi ci sono drastiche trasformazioni demografiche in corso: un eccesso di offerta di grosse case unifamiliari in suburbi molto tradizionali, e poca disponibilità di quanto invece vorrebbero sia le generazioni più giovani che chi sta invecchiando, ovvero quartieri più fruibili a piedi.

Gallagher coglie l’occasione per consigliare:  se si ha una casa nel suburbio, è certamente meglio cercare di venderla in fretta, anziché aspettare. Le prospettive di aspettare che si formi una domanda delle generazioni più giovani non sono affatto buone, a meno che si tratti di zone con scuole veramente di alta qualità.  Insomma, almeno dal punto di vista del mercato immobiliare, la casa suburbana è un peso del quale è meglio liberarsi, perché non è affatto detto che si riesca a venderla ad una nuova famiglia.

Già, perché sono in molti a scommettere che i figli dei baby boomers, per ora molto più propensi a scegliere la città,  faranno le stesse scelte dei genitori quando toccherà a loro allevare dei bambini. Il destino delle aree suburbane sembra però dipendere molto di più dalla mancanza di alternative dei nuovi poveri che dalle scelte delle nuove famiglie. Per la prima volta dal dopoguerra l’inversione demografica è diventata la nota caratterizzante la vita del sobborgo e sono sempre di più i poveri non bianchi che vi vanno ad abitare, mentre le aree centrali delle città sono diventate il luogo privilegiato dalla popolazione ricca e bianca.

Quel 70% di americani tra i 50 ed i 70 anni che ancora vive nei sobborghi, e comunque la maggioranza della classe media americana,  sono ora investiti d un’ondata di cambiamento del profilo sociale ed etnico del luogo dove  risiedono. Tutto ciò dipende innanzi tutto dall’incremento di valore degli affitti nelle aree urbane determinato proprio dal controesodo della parte bianca e più ricca della popolazione statunitense. In sostanza è la gentrificazione dei quartieri urbani centrali un tempo degradati a spingere i più poveri e non bianchi verso il suburbio da dove provengono i nuovi abitanti delle città. E’ l’abbondanza di case inadatte alle esigenze di chi sta invecchiando a costituire la calamita per i nuovi poveri; prezzi più bassi rispetto alle città che però vanno compensati con alti costi e lunghi tempi di trasporto verso il luogo dove i nuovi abitanti suburbani mantengono il lavoro.  Piuttosto che gli affitti insostenibili delle città essi sono disposti a prendere in considerazione il riutilizzo di un patrimonio edilizio vecchio e di scarso valore, perché, come ricorda Gallagher, le case della seconda fascia di sobborghi più recenti,  spesso sono anche costruite male, soprattutto le più nuove realizzate in tutta fretta. Si può affermare con relativa certezza che molti imprenditori sono stati almeno poco attenti. Certo non si tratta di edifici destinati a cadere a pezzi domattina, ma lasciandoli senza manutenzioni per venti, trent’anni, può succedere. Si è detto che quei quartieri potrebbero trasformarsi nello slum del futuro. O anche che potrebbero diventare luogo in cui trovano spazio di comunità le nuove famiglie degli immigrati.

Ma esiste un modo per fermare l’esodo di poveri verso il suburbio e per mantenere un adeguato mix sociale nelle città? Sì, a cominciare dalla rimozione dai regolamenti urbanistici di certi settori urbani delle norme che mantengono la bassa densità che li caratterizza. Si tratta in pratica di far diventare più urbani e meno simili al modello insediativo della dispersione quelle parti di città che per dotazione di servizi e presenza del trasporto pubblico locale possono prestarsi ad essere trasformati in senso ambientalmente e socialmente sostenibile, ma dove il cambiamento  è bloccato da uno zoning restrittivo in quanto ad altezze e volumi insediabili . Poiché il mercato immobiliare tende ad ignorare la domanda di alloggi accessibili per le fasce di reddito più basse, una soluzione potrebbe essere affiancare alle strategie classiche da laissez fair politiche pubbliche che orientino i processi di trasformazioni in modo opposto a quanto finora accaduto, imponendo cioè nei progetti di riqualificazione urbana la realizzazione  di quote di edilizia destinata all’affitto sovvenzionato.

Anche se il tasso di povertà nelle città americane è quasi il doppio di quello dei sobborghi, si sta presentando il rischio che le classi a reddito basso, spinte ai margini dai processi di riconversione che producono gentrification, contribuiscano alla crescita delle aree suburbane nelle forme più estreme di dispersione, come quella dell’exurbio nei territori rurali.  Spostare il problema della povertà fuori dai confini delle città è l’ennesima strategia del liberismo economico per governare le trasformazioni urbane che potrebbe avere ricadute disastrose dal  punto di vista ambientale e sociale.

 

Riferimenti

R. Esinberg, What ‘The End Of The Suburbs’ Means For Boomers, Forbes, 9 agosto 2013.

Wharton University of Pennsylvania, As Poverty Grows in the Suburbs, Businesses and Governments Confront New Challenges, 15 agosto 2013.

B. Adler, Pushing poor people to the suburbs is bad for the environment, Grist, 13 dicembre 2013.

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.

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