Niente crisi per gli outlet in Italia (2)

Dalla loro comparsa sul territorio italiano, si segnala un solo caso di Factory Outlet Center abbandonato (La Galleria in provincia di Bergamo), a differenza di quanto accaduto in altri paesi europei, dove il fenomeno di dismissione o riconversione in altro formato commerciale si è sviluppato in modo più massiccio.

Sono però numerosi i casi di progetti abbandonati senza essere stati attuati, mentre in tre casi la struttura volta ad ospitare l’outlet è stata realizzata, ma in due casi situati in Veneto risulta ancora chiusa a causa delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto la proprietà, mentre in quello di Santhià (TO) l’outlet, dopo essere stato chiuso per alcuni anni, ha aperto cambiando tipologia di struttura di vendita

Oltre a questi tre progetti, già realizzati ma ancora inattivi, sono attualmente in fase di predisposizione almeno altre 9 strutture di vendita simili, sparse sul territorio nazionale. Di queste, con molta probabilità, solo una minima parte verrà realizzata (nessuna aperture nel 2013 e un’apertura probabile nel 2015). Nelle aree in cui vi è una maggiore concentrazione di outlet, inoltre, si può immaginare che, anche per effetto della recessione economica, questi entreranno in competizione tra di loro, decretando come vincitore chi offrirà il format più innovativo alla clientela (anche con riferimento a turisti internazionali interessati all’acquisto di prodotti made in Italy).

In quest’ottica sembra dirigersi la strategia dei Factory Outlet Village, i quali vengono autorizzati per intero e costruiti in diverse fasi sia per ammortizzare il grosso investimento, ma anche per creare nuove offerte, nuova visibilità su di essi al momento dell’inaugurazione, e, quindi, invitare i clienti a tornare e vedere l’offerta commerciale ampliata. Emblematico è, in questo senso, il caso di Serravalle Scrivia sviluppatosi in 4 fasi, dal 1999, data di inizio dei lavori del primo lotto, al 2007 (punti vendita passati da 65 a 185). Questo esempio, dimostra come, probabilmente, nel prossimo futuro non saranno le nuove aperture, bensì gli ampliamenti delle strutture esistenti a giocare il ruolo più importante nello sviluppo di questa tipologia di vendita.

L’insediamento di un Factory Outlet Village porta con sé innanzitutto cospicui ritorni economici per i comuni in termini di compensazioni di tipo economico e opere realizzate, oltre che al pagamento degli oneri di urbanizzazione e delle imposte sugli immobili. Le compensazioni riguardano per lo più l’adeguamento della viabilità, ma possono assumere anche altre forme a seconda di quanto si è previsto nelle convenzioni ad hoc stipulate con l’ente locale.

L’impatto occupazionale di un Factory Outlet Village è un aspetto rilevante negli accordi che le società proponenti stipulano con le amministrazioni comunali. A titolo esemplificativo, quello di Barberino del Mugello – che rispetto al contesto italiano  è di medie dimensioni (23.000 mq dentro i quali sono insediati 100 punti vendita): conta 718 addetti di cui circa il 60% sono assunti a tempo indeterminato.

Difficile valutare ’impatto sul tessuto commerciale esistente, se non per la tipologia merceologica che subisce la concorrenza diretta dell’outlet, e ciò si può spiegare con il fatto che il bacino d’utenza, essendo molto ampio, porta ad avere una diluizione degli effetti su un’area molto più vasta, per cui a scala locale l’impatto non è apprezzabile.

Ultimo aspetto derivante dall’insediamento di un Factory Outlet Village riguarda lo sviluppo dell’area circostante ad esso. Si è infatti verificato che in molti casi altri operatori, commerciali e non, hanno chiesto di potersi insediare nelle prossimità per cercare di sfruttare il flusso di visitatori generato sull’area da questo format.

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Foto: Google Earth

Per quanto riguarda le prospettive future, con il Decreto 1/2012 del governo Monti, in applicazione delle disposizioni europee in materia di liberalizzazione della concorrenza, di fatto, la pianificazione del commercio, che veniva effettuata a livello regionale, tenderà ad essere meno rilevante. Ciò vuol dire che l’unico ente che può limitare l’insediamento delle grandi strutture commerciali è il comune attraverso il piano urbanistico.

Regioni come il Veneto e la Lombardia, con le rispettive recenti legge sul commercio,  limitano fortemente l’insediamento delle grandi strutture commerciali all’esterno degli ambiti urbani, da una parte per “tutelare” il commercio di vicinato e dall’altra per limitare il consumo di suolo. E tuttavia, vista la grave e perdurante crisi finanziaria dei comuni, non è difficile immaginare che i benefici finanziari, in termini di oneri e tasse, ed economici, rappresentati come si è visto dalle compensazioni e dalle prospettive occupazionali, saranno argomenti giocati a favore di nuovi insediamenti, la cui maggiore criticità resta in ogni caso la dispersione sul territorio di funzioni urbane

Riferimenti

Chiara Rabbiosi, Nuovi itinerari del consumo, Maggioli editore, Rimini, 2013.


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